Scacco al tempo [The Sinful Ones - it]
- Автор: Лейбер Фриц Ройтер
- Год: 1986
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Сандро Сандрелли
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Scacco al tempo [The Sinful Ones - it]». Краткое содержание книги:
Tutta la forza di volontà di questo mondo non avrebbe più potuto controllare il tremito delle braccia di Carr. Ancora una volta le molle del letto cigolarono, facendo tanto rumore che chiunque si trovasse là fuori doveva per forza aver sentito.
Eppure il ritmo dei movimenti del pomello non cambiò, anche se i borbottii divennero un po’ più forti. Carr tese le orecchie, ma non riuscì a distinguere le parole. Il paralume ondeggiò. Il moscone ricominciò il suo viaggio attraverso il soffitto. Carr spostò il peso dalle braccia al fondo della schiena, fece scivolare un piede sul pavimento. Le molle cigolarono, ma non peggio di prima. Un attimo dopo, Carr era rannicchiato accanto al letto. I borbottii là fuori erano ancora inintelligibili. Carr fece un cauto passo verso la porta.
Il pomello smise di muoversi. Vi fu un raschiare di metallo sul legno e uno sciaguattio. Poi un rumore di passi che si allontanavano dalla porta.
Carr esitò, poi in punta di piedi si avvicinò rapidamente alla porta, sfilò il catenaccio interno, attese un istante, quindi socchiuse la porta e guardò fuori. La donna delle pulizie si stava allontanando con il secchio in una mano, lo straccio, la paletta e la scopa nell’altra. Ciuffi di capelli ribelli le spuntavano dal fazzoletto logoro avvolto intorno alla testa. Un grembiule umido, azzurro sporco, era legato dietro la sua schiena con un grosso nodo. I tacchi delle sue scarpe erano consumati sui lati. Carr aprì ancora di più la porta. S’inumidì le labbra. — Ehi — disse con voce rauca.
La donna delle pulizie proseguì senza voltarsi.
Carr uscì in corridoio. — Ehi! — chiamò, riprendendo il controllo della sua voce. Poi, ancora più forte: — Ehi!
Non un attimo di esitazione, non la più piccola alterazione in quell’andatura stanca, indicarono che la donna delle pulizie l’avesse udito.
— Ehi!! — urlò Carr.
La donna delle pulizie scomparve con passo sempre uguale giù per le scale. Carr la seguì con lo sguardo. Ma la sua mente ascoltava lo scorrere monotono di frasi da lungo tempo dimenticate, udite durante una lezione di psicologia all’università.
Per spiegare il comportamento umano non c’è bisogno di supporre l’esistenza della consapevolezza. Dopo tutto non possiamo mai entrare nella vita interiore di altri individui. Non possiamo mai dimostrare che una tale vita interiore esista per davvero. Ma non abbiamo bisogno di farlo. Tutte le azioni degli esseri umani possono essere adeguatamente giustificate con l’assunto che gli esseri umani sono meccanismi inconsci.
Rientrò alla cieca nella stanza, sprangò la porta dietro di sé e vi si appoggiò pesantemente contro.
Per lo meno, si disse, la cosa alla sua porta non si era rivelata per ciò che aveva più temuto.
Ma era stata quasi peggio…
— Perché — si chiese — mi sono dato la pena di gridare? Perché ho cercato un’ultima inutile conferma?
Lo sapeva già, l’aveva saputo fin da quando aveva riavuto la memoria ed era fuggito dalla strada.
Sapeva ciò che aveva sempre saputo: saputo e respinto per lo meno altre quattro volte. Quand’era stato ignorato dall’uomo basso e grasso e dal dottore all’Agenzia Generale di Collocamento; quando aveva osservato Marcia nella sua camera da letto; quando aveva spiato i genitori di Jane nel loro appartamento; quand’era scappato dalla festa dei Pendleton.
Ma allora l’aveva saputo soltanto per qualche fugace momento.
Questa volta gli aveva afferrato la mente per delle ore.
Era demenziale, incredibile.
Ma era vero.
Niente altro poteva spiegare la sua esperienza.
Jane lo sapeva. L’ometto dalla pelle scura lo sapeva. Quegli altri tre lo sapevano.
E adesso lo sapeva anche lui.
L’universo era una macchina. La gente che lo popolava, eccettuati alcuni individui, erano meccanismi senza cervello, congegni a orologeria in carne e ossa. Fintanto che voi facevate i corretti movimenti meccanici, essi sembravano reagire in maniera intelligente. Ma quando voi vi fermavate, quelli continuavano, ignorandovi.
Come avrebbe potuto altrimenti spiegare tutte le volte che era stato ignorato? Dall’uomo basso e grasso, da Tom e dal dottore. Dall’impiegato alla ricezione di Marcia e dalla stessa Marcia quand’era arrivato con qualche minuto di anticipo sul ritmo del grande meccanismo ad orologeria. Dai genitori di Jane. Da Marcia alla festa dei Pendleton: non aveva finto di danzare mentre volteggiava da sola; aveva danzato (senza cervello) con un’altra figura meccanica (lui stesso) che però si era spostata dal punto che le competeva nell’ingranaggio.
Come spiegare altrimenti tutte le volte che lui e Jane erano stati ignorati? Alla taverna, nel negozio di musica, al cinematografo, al circolo degli scacchi, fra gli scaffali della biblioteca, nelle strade del raccordo anulare, al Goldie’s Casablanca o quando lui e Fred erano stati ignorati: quella folle corsa che avrebbe dovuto lasciare la gente a bocca e occhi spalancati e una dozzina di automobili e motociclette della polizia lanciate sulla loro scia… e quell’inseguimento altrettanto folle attraverso la biblioteca che nessuno aveva notato?
Come spiegare altrimenti tutte le volte che gli altri tre erano stati ignorati? Lo schiaffo. La signora Hackman che frugava nella sua scrivania. Il signor Wilson che prendeva le sigarette. La loro conversazione incurante nella tabaccheria e davanti ai genitori di Jane.
Quali altre cose non avevano quadrato? L’uomo basso e grasso che parlava all’aria. Pianoforti che suonavano da soli e ascensori che si muovevano senza occupanti. Marcia che gli telefonava per dirgli della “meravigliosa serata” che avevano passato insieme, quando lui in realtà era scappato. (Per un attimo ebbe un’immagine fantasma di lei che parlava a un invisibile compagno al Kungsholm, del cameriere che metteva dei piatti pieni davanti a una sedia vuota). La madre di Jane, che accarezzava capelli che non c’erano, piangendo, rivolta a una ragazza assente. E adesso la donna delle pulizie che cercava insensatamente di aprire una porta che, nel vasto progetto operativo d’un universo a orologeria, non avrebbe dovuto esser chiusa a chiave, ripetendo l’azione come un giocattolo nel mezzo del suo numero, fino a quando non era giunto il momento stabilito perché avesse completato la pulizia della stanza e fosse giunto il momento d’andarsene.
Non c’era nessun’altra spiegazione. L’universo era una macchina.
La formicolante Chicago era una città di morti, di senza cervello, di esseri inanimati, nella quale eravate più soli che nel fondo della foresta più desolata. Il volto che guardavate, i volti che vi guardavano, che sorridevano e si accigliavano e parlavano, avevano dentro di sé soltanto il nero vuoto.
Fatta eccezione per pochi, anch’essi per la maggior parte orribili.
Cosa avrebbe potuto fare certa gente nel ridestarsi alla consapevolezza che loro, e loro soltanto, avevano cervello e coscienza, che potevano fare quello che volevano e che la macchina non poteva fermarli, che ogni forma di autorità era davvero cieca?
Avrebbero perso la testa come dei soldati in una città conquistata, come ubriachi in un grande magazzino di notte. Trattando tutte le persone intorno a sé da quei manichini che erano, esultando per il proprio potere. (Rivide nella propria mente quei tre che contemplavano una Chicago addormentata). Obbedendo a tutti i loro impulsi più nascosti. Soddisfacendo tutti i loro più segreti e tenebrosi desideri.
Alcuni di loro potevano mettersi insieme, forse perché si erano destati insieme. Diciamo… una bionda dagli occhi di granito e un signore anziano all’apparenza affabile, e un giovanotto senza una mano.
E una bestia.
Jane aveva scritto: “Alcuni animali sono vivi”. E lui, Carr, una volta era stato notato, quando non avrebbe dovuto esserlo, da un gatto.