Scacco al tempo [The Sinful Ones - it]
- Автор: Лейбер Фриц Ройтер
- Год: 1986
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Сандро Сандрелли
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Scacco al tempo [The Sinful Ones - it]». Краткое содержание книги:
Sì, alcuni potevano mettersi insieme, ma a parte questo sarebbero stati intensamente sospettosi. Timorosi che qualche altro gruppo avido e spietato come loro potesse divenir conscio della loro esistenza e distruggerli, poiché i tiranni assoluti hanno sempre paura l’uno dell’altro e si odiano. Timorosi sopra ogni altra cosa che altra gente possa destarsi, in numero sempre maggiore, e punirli per i loro crimini.
Mentre soddisfacevano i propri desideri, mentre si prendevano il loro “divertimento”, si sarebbero colpevolmente guardati intorno alla ricerca del minimo segno di vera vita onde schiacciarla subito.
Era per questo che quei tre avevano seguito Jane: perché avevano voluto “controllarla”.
Lo schiaffo era stato una prova. Se Jane avesse reagito, sarebbe stata perduta.
Era per questo che la signorina Hackman aveva perquisito la sua scrivania, per cercare gli indizi che lui fosse qualcosa di più d’un automa senza cervello.
Era per questo che l’ometto dalla pelle scura con gli occhiali aveva paura. Era quello il grande pericolo dal quale Jane l’aveva messo in guardia, il “sotterraneo mondo privato” nel quale lei non voleva trascinarlo.
Tre persone che depredavano la città morta di Chicago, attenti alla più piccola indicazione di consapevolezza nei manichini intorno a loro.
Carr si rese conto che stava tremando. Stamattina non l’avevano forse visto intento a fissarli fuori della sua finestra, sullo sfondo della facciata per ogni altro verso piatta e monotona? Non era forse possibile che l’avessero seguito fin lì dal Club Scacchistico Caissa? Non era forse possibile che in quello stesso momento stessero salendo le scale, oppure che fossero silenziosamente in agguato dietro alla porta che lui stava fissando con tanto timore?
Strinse le mani. Era tutta una pazzia, si disse: un incubo paranoico. Ma…
La gola gli faceva male. Andò al bagno, trangugiò un gran bicchiere d’acqua, poi lo mise giù sul lavandino macchiato. Quindi si ridistese sul letto spiegazzato. La fatica gli provocava un dolore sordo ma costante dietro agli occhi, era come una febbre interiore.
Poco dopo si addormentò.
Quando tornò a svegliarsi era il tramonto. La stanza era interamente immersa in ombre vellutate. Le tapparelle della finestra parevano lievemente fosforescenti. Si sentiva il volto fresco, come se ci fosse appena passata sopra una spugna.
Subito i suoi pensieri ripresero a galoppare, ma rinfrancati e rinforzati dal sonno, con una prospettiva del tutto nuova.
Aveva sfiorato l’orlo della follia, pensò.
Era caduto vittima d’una terribile illusione.
Doveva sradicarla dalla sua mente il più presto possibile.
Doveva parlare con qualcuno… qualcuno molto vicino a lui e sensibile, e convincersi che era un’illusione.
Marcia…
Lei era reale. Rappresentava il lato pratico, normale delle cose.
A quell’ora doveva essere a casa.
Ma… sì, lui l’aveva malamente insultata l’ultima volta che era stato con lei, lasciandola sola dai Pendleton…
Comunque, Marcia era la persona giusta. L’avrebbe ascoltato. Avrebbe capito. L’avrebbe liberato da quell’ansia ossessiva.
Si alzò in piedi e s’infilò rapidamente scarpe e cappotto. Cercò d’impedire ai suoi pensieri di vagare, come pure alle sue orrende emozioni. Il suo scopo era di arrivare a Marcia prima di perdere quella sensazione di sicurezza con la quale si era svegliato: la convinzione salvatrice che tutte le sue orrende delusioni fossero soltanto fantasie di un incubo.
Non incontrò nessuno lungo le scale, salvo la sua sgusciante immagine allo specchio. Anche l’atrio, in basso, era vuoto e buio. Poi aprì la porta e uscì in quella che, come assicurò a se stesso, non era una città di automi. Un uomo stava passando ai piedi della breve gradinata, un vecchietto con un cappotto e un cappello marroni, gli occhi profondamente incassati che guardavano accigliati davanti a sé e le labbra che si muovevano quasi come se stessero borbottando qualcosa tra i denti.
Carr ebbe l’impulso di chiamarlo per intavolare una conversazione con lui… per accertarsi subito della falsità della sua illusione.
Ma talvolta gli estranei v’ignoravano quando gli parlavate. Specialmente quelli che avevano un aspetto alienato.
No, doveva trattarsi di qualcuno di più intimo. Di qualcuno che non poteva ignorarlo.
Marcia…
Camminò in fretta. Il cielo era quasi scuro e alcune stelle erano già visibili. Il morbido chiarore che usciva dalle finestre degli appartamenti creava ombre grottesche. Gli stretti passaggi fra gli edifici erano nere fessure verticali, salvo là dove le finestre laterali riversavano la loro illuminazione sulle pareti di mattoni a pochi metri dirimpetto. Piccoli arbusti si rannicchiavano a ridosso dei muri degli scantinati.
C’era molta quiete. Poche figure passavano per la strada. Cercò con poco successo di evitare di guardare negli occhi quelli che passavano.
Ma la gente era così in città, ricordò a se stesso. Vi passavano accanto a meno d’una quarantina di centimetri, e non tradivano d’esser coscienti della vostra esistenza neanche col più piccolo guizzo degli occhi.
Questa era Chicago si disse. Più di tre milioni di abitanti. Una metropoli in continuo movimento. Solo che stanotte tutto era molto tranquillo.
Doveva attraversare ancora una strada prima di arrivare all’appartamento di Marcia: quell’angolo appena davanti a lui dove spiccava un piccolo gruppo d’insegne illuminate. Su questo lato, un ristorante e una lavanderia, quest’ultima chiusa, entrambi parte di un residence. Sull’altro lato, alla sua destra, dalla parte opposta della strada, un bar con l’insegna smerlettata da piccole luci colorate. Non era neanche a quindici metri dall’angolo (in effetti, era quasi entrato nella chiazza di luce sotto l’ultimo lampione) quando vide Marcia. Indossava un abito scuro con un disegno a fiori bianchi. Aveva una borsetta nera quadrata. Svoltò a nord, verso il proprio appartamento.
Carr rimase immobile. Là c’era la persona che bramava maggiormente vedere, ma adesso che l’aveva trovata, esitò. Proprio come con il vecchietto che era passato davanti ai gradini del suo appartamento, qualcosa lo trattenne dal fare quella mossa, dal pronunciare le parole che l’avrebbero rincuorato.
Seguì con lo sguardo Marcia che attraversava la strada, che entrava in una chiazza di luce, ne usciva…
Esitò ancora. Provò una crescente agitazione. Si guardò intorno, indeciso.
Il suo sguardo incontrò una figura in piedi sull’altro lato della strada, un profilo magro da studente universitario, i capelli tagliati a spazzola, disegnato dal bagliore delle luci del bar, il volto immerso nell’ombra. Quell’uomo aveva qualche cosa di familiare. Carr lo fissò istintivamente, cercando di ricordare dove l’avesse già visto prima.
L’uomo lanciò una lunga occhiata dietro di sé, quasi ad assicurarsi che Carr non stesse fissando qualcun altro. Poi tornò a girarsi. Un fugace lampo bianco balenò nella parte inferiore del suo volto in ombra, come se avesse esibito la dentatura in un sorriso. Agitò bruscamente una mano in direzione di Carr.
Mentre lo faceva, Carr si rese conto di voler essere con Marcia, camminando al suo fianco: il posto giusto per lui, giustificato, non più così solo in quella città orrendamente vuota.
Soltanto per un brevissimo istante il metallo d’un uncino sbucò fuori dal polsino, sull’altro lato della strada.
Ogni cosa si stagliò nitida davanti agli occhi di Carr come in un’incisione. Sapeva, senza bisogno di contarle, che c’erano sedici lampadine sopra e sotto l’insegna del bar, che all’interno del bar c’erano pareti decorate con figure di ninfe e satiri, tre ninfe e due satiri in ciascun pannello… che l’ampio marciapiede davanti al bar era diviso trasversalmente a blocchi di tre.
L’uomo senza una mano cominciò a venire verso di lui, sollecitandolo ad aspettarlo con un altro allegro cenno della mano.