Scacco al tempo [The Sinful Ones - it]
- Автор: Лейбер Фриц Ройтер
- Год: 1986
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Сандро Сандрелли
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Scacco al tempo [The Sinful Ones - it]». Краткое содержание книги:
Quando un terrore soprannaturale fa da prefazione a una ferita emotiva, quest’ultima viene soffocata, attutita. Tuttavia, mentre la lettera cadeva dalla mano di Carr, e lui sentì Marcia che ritornava dalla camera da letto, avvertì una stilettata di gelosia mista ad autocompassione, difficile da sopportare.
La mano di Marcia sfiorò il tavolo accanto a lui. La ragazza ebbe un attimo di esitazione, poi si fermò in mezzo alla stanza.
Adesso che sapeva che lui sapeva, si disse Carr, certamente si aspettava che lui se ne andasse, preparandosi forse a respingere un ultimo appello, atteggiando la sua espressione a una maschera di ostinazione.
Ma, invece, Marcia sorrideva… Sorrideva in una maniera particolarmente spiacevole, animalesca.
Fece un curioso gesto con la mano destra.
E ancora non lo guardava.
Carr provò un orrore crescente mentre la fissava.
Cercò di dirsi che non capiva che cosa significassero quei suoi gesti. Cercò di dirsi che no, non erano i movimenti di qualcuno che stesse sorseggiando un highball… che non c’era.
Cercò di dirsi che quando la sua mano aveva sfiorato il tavolo, non l’aveva fatto per prendere in mano il drink che aveva lasciato là…
Poiché questo significava che non aveva preparato il cocktail per lui, ma per se stessa; che lei non si era accorta della sua presenza; che la terribile illusione che l’aveva torturato lì, nella sua stanza, era vera.
E non doveva esserlo.
— Marcia! — la chiamò con veemenza.
Lei si leccò le labbra.
Non deve ripeté tra sé. Niente poteva scrivervi una lettera per ferirvi ed essere allo stesso tempo una macchina senza cervello.
Si mosse verso di lei. — Marcia! — gridò disperato, e l’afferrò per le spalle. Poi, sotto le sue mani, nell’istante in cui la toccò, sentì i suoi muscoli che s’irrigidivano. Cominciò a tremare… No, non a tremare, ma a essere scossa, a vibrare come un pezzo di macchinario che stesse per andare in frantumi. Carr, balzò indietro staccandosi da lei.
Il suo volto era arrossato, i suoi lineamenti contratti come quelli d’un bambino.
Dalle sue labbra giunse un borbottio che divenne sempre più forte. Era, Carr se ne rese conto con un’ulteriore ventata d’orrore, esattamente come il farfugliare dell’uomo basso e grasso.
O meglio — l’immagine balzò alla mente di Carr mentre fuggiva verso la porta — come i suoni privi di significato prodotti da un disco che girava all’incontrano.
12
Carr alzò lo sguardo sui giganteschi ingrandimenti fotografici di donne in reggiseno e mutandine offuscati da una visibilissima grana e stampati in vivace arancione. Un’insegna berciava: — Ragazze e ancora Ragazze!
Intorno a lui, solitarie e desolate figure di uomini bighellonavano sui marciapiedi senza una meta.
Si rese conto di trovarsi nella South State Street e di aver cercato Jane Gregg attraverso gli incubi di Chicago e della propria mente sin dall’istante in cui se l’era squagliata alla chetichella dall’appartamento di Marcia, alcune ore prima.
Per lui, adesso, Jane era la sola persona al mondo. La sola persona che gli avrebbe risposto quando lui le avesse parlato. La sola persona dietro alla cui fronte vi fosse una luce interiore.
Salvo per pochi altri ai quali era meglio non pensare.
Era stato, uno dopo l’altro, in tutti i luoghi che lui e Jane avevano visitato, ma senza risultato. Adesso era venuto in un posto che le aveva sentito citare.
Intorno a lui, la luce delle insegne feriva gli occhi, la musica da ballo riempiva l’aria di miagolii, gli automi vagavano sperduti attraverso sudice ombre. Chicago, città di morte, metropoli senza cervello, popolata da milioni di macchine di carne e ossa che camminavano e lavoravano e articolavano parole come tanti dischi… e si arrugginivano e finivano nel mucchio dei rottami.
Città morta in un universo morto. Città morta attraverso la quale lui era condannato a cercare per sempre, futilmente.
Era contento che l’incubo della sua mente l’avesse aiutato a escluderla. Per un fugace momento ebbe una visione del volto di Marcia come l’aveva vista l’ultima volta. Si aspettava che quanto si trovava dietro la fronte della sua visione colasse fuori dagli occhi sotto forma di nere lacrime.
Passò davanti a un negozio che pareva una fessura da quanto era angusto e la cui insegna diceva TATUAGGI, seguito da una vetrina piena di cianfrusaglie. Davanti a essa oziavano due figure d’uomo avvolte in impermeabili scuri. Per qualche motivo, spiccavano fra gli altri desolati automi.
Mentre attraversava la strada, un tassi si fermò accanto a lui di fronte a un emporio dalla vetrina sciatta. La figura grassa del conducente si spremette fuori e si tuffò nell’emporio. Quando Carr passò davanti alla vetrina, lo vide intento a fare un numero al telefono pubblico.
Il bordo d’un colletto alquanto sudicio e strapazzato risaltava tra le spalle voluminose rivestite da un cappotto unto e un collo rosso, straripante. Sentì il motore dell’auto che borbottava sommesso. Davanti a lui le luci si diradarono, i marciapiedi divennero più vuoti man mano che la South State si avvicinava allo sfondo nero dei cantieri della ferrovia. Superò una figura di donna. Il volto era all’ombra d’un tendone, ma scorse i capelli che le arrivavano fino alle spalle, l’abito attillato d’un nero lucido che le aderiva strettamente ai fianchi e alle cosce, e le lunghe gambe nude.
Passò davanti a un’insegna che diceva: FOTO-TESSERA A TUTTE LE ORE. Passò davanti a un locale della vetrina oscurata con un’insegna che proclamava: SPETTACOLO CONTINUATO.
Pensò: cercherò Jane per sempre e non la troverò mai. Cercherò Jane…
Si fermò.
…cercherò Jane…
Si voltò.
No, non può essere, pensò. I capelli di quella donna erano biondi e i fianchi ondeggiavano in maniera troppo appariscente in quel vestito nero attillato.
Ma a prescindere da quei due particolari…
I capelli erano d’un biondo irregolare. Potevano essere… anzi, lo erano certamente… ossigenati.
Quel modo di camminare poteva essere esagerato a bella posta.
Cominciava a credere che fosse davvero Jane.
Proprio allora il suo sguardo superò per un attimo i capelli biondi che le ricadevano sulle spalle.
La lunga decappottabile nera si fermò accanto al marciapiede vicino al tassi, parcheggiando sul lato sbagliato della strada. Ne scese l’uomo senza una mano.
Sul lato opposto della strada, alla stessa altezza della ragazza in nero, c’era la signorina Hackman. Indossava un abito sportivo e inalberava un cappello entrambi verdi. Carr lanciò rapide occhiate a destra e a sinistra, poi cominciò ad attraversare la strada.
Il signor Wilson sbucò da una porta buia giusto a metà strada fra Carr e la ragazza in nero.
Carr provò una violenta stretta al cuore. Questo era il colpo finale, pensò. La fine della lunga, spaventevole fuga di Jane. L’uccisione.
A meno che…
I tre inseguitori le si avvicinarono lentamente, sicuri di sé. La ragazza in nero non si girò né si voltò, ma parve rallentare un po’.
A meno che non accadesse qualcosa a convincerli che lui e Jane erano automi, come tutti gli altri. A meno che lui e Jane non fossero riusciti a organizzare una messa in scena che li ingannasse.
Poteva esser fatto. Avevano sempre avuto dei dubbi su Jane.
Ma non poteva farlo da sola. Non poteva recitare da sola. Ma con lui…
Le tre figure continuarono ad avvicinarsi. La signorina Hackman sorrideva…
Carr s’inumidì le labbra e fischiò due volte, con un lungo svolazzo di apprezzamento alla fine di ciascun fischio.
La ragazza in nero si fermò.
Carr si affrettò verso di lei.
La ragazza in nero si girò. Carr vide il volto bianco di Jane, incorniciato da quei ridicoli capelli biondi.