L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]
- Автор: Верн Жюль Габриэль
- Год: 1964
- Язык: итальянский
- Год: U. Mursia editore
- Переводчик: Lorenza Ester Aghito
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]». Краткое содержание книги:
Le milleduecento miglia che separavano l’isola dall’arcipelago delle Paumotu costituivano una distanza notevole. Una barca non sarebbe bastata a superarla, soprattutto all’avvicinarsi della cattiva stagione. Pencroff l’aveva formalmente dichiarato. Ora, costruire una semplice imbarcazione era un lavoro difficile, anche possedendo gli utensili necessari. Essendo i coloni sprovvisti di utensili, bisognava cominciare con il fabbricare martelli, scuri, accette, seghe, succhielli, pialle, ecc., il che avrebbe richiesto un certo tempo. Fu dunque deciso che si sarebbe passato l’inverno sull’isola di Lincoln, cercando però una dimora più comoda dei Camini.
Prima d’ogni altra cosa, si trattava di utilizzare il minerale di ferro, di cui l’ingegnere aveva osservato qualche giacimento nella parte nordovest dell’isola, e di trasformare quel minerale sia in ferro, che in acciaio.
Generalmente, il suolo non contiene i metalli allo stato puro. Per la maggior parte, essi si trovano combinati con l’ossigeno o con lo zolfo. I due campioni portati da Cyrus Smith erano appunto, uno di ferro magnetico non carbonato, l’altro di pirite, chiamata anche solfuro di ferro. Bisognava dunque ridurre il primo, cioè l’ossido di ferro, per mezzo del carbone, vale a dire liberarlo dell’ossigeno, per ottenerlo allo stato puro. Questa depurazione si fa sottoponendo il minerale a contatto del carbone a un’alta temperatura, sia con il rapido e facile «metodo catalano», che ha il vantaggio di trasformare direttamente il minerale in ferro con una sola operazione, sia con il metodo degli alti forni, che trasforma dapprima il minerale in ghisa, e poi la ghisa in ferro, togliendo il tre o quattro per cento di carbone che permane nella ghisa.
Ora, di che cosa aveva bisogno Cyrus Smith? Di ferro e non di ghisa: ed egli doveva cercare il più rapido metodo di riduzione. D’altronde, il minerale raccolto era di per se stesso molto puro e molto ricco. Ora quel minerale ossidato che si trova in masse confuse di un grigio scuro, dà una polvere nera, si cristallizza in ottaedri regolari, fornisce le calamite naturali e in Europa serve a fabbricare quei ferri di prima qualità, di cui la Svezia e la Norvegia sono così abbondantemente provviste. Non lontano dal giacimento del minerale accennato, si trovavano i giacimenti di carbon fossile, che i coloni avevano già messi a profitto. Ne conseguiva una grande facilità per la lavorazione del minerale, poiché gli elementi della fabbricazione si trovavano vicini. Questo è anzi un fattore della prodigiosa ricchezza degli sfruttamenti minerari del Regno Unito, dove il carbon fossile serve a fabbricare il metallo estratto contemporaneamente dallo stesso suolo.
«Allora, signor Cyrus,» disse Pencroff «ci prepariamo a lavorare il minerale di ferro?»
«Sì, amico mio» rispose l’ingegnere «e a tale scopo, che credo non vi dispiacerà, cominceremo con il dare la caccia alle foche sull’isolotto.»
«La caccia alle foche!» esclamò il marinaio, volgendosi verso Gedeon Spilett. «Occorre, dunque, la foca per fabbricare il ferro?»
«Se lo dice Cyrus!» rispose il cronista.
Ma l’ingegnere aveva già abbandonato i Camini, e Pencroff si preparò alla caccia delle foche, senza aver ottenuto altre spiegazioni.
Poco dopo Cyrus Smith, Harbert, Gedeon Spilett, Nab e il marinaio erano riuniti sul greto, in un punto ove il canale lasciava una specie di passaggio guadabile a bassa marea. La marea era al minimo del riflusso e i cacciatori poterono attraversare il canale senza bagnarsi oltre il ginocchio. Cyrus Smith metteva per la prima volta il piede sull’isolotto: per i suoi compagni invece era la seconda volta, poiché il pallone li aveva a tutta prima gettati là.
Quando misero piede a terra, alcune centinaia di pinguini li guardarono con occhio imbambolato. I coloni, armati di bastoni, avrebbero potuto ucciderli facilmente, ma non pensarono affatto di abbandonarsi a un massacro doppiamente inutile, tanto più che interessava loro non spaventare gli anfibi, che se ne stavano sdraiati sulla sabbia, a breve distanza. Rispettarono pure alcuni innocentissimi apterigidi, le cui ali, ridotte allo stato di moncherini, si appiattivano in forma di pinne, ornate di piume d’apparenza squamosa.
I coloni s’avanzarono, dunque, prudentemente verso la punta nord, camminando sul suolo crivellato di piccole pozze pantanose, che formavano altrettanti nidi d’uccelli acquatici. Verso l’estremità dell’isolotto si scorgevano grossi punti neri natanti a fior d’acqua. Si sarebbero detti calotte di scogli mobili.
Erano gli anfibi che dovevano venir catturati. Bisognava lasciarli prender terra, giacché, con il bacino stretto, il pelo corto e fitto, la conformazione fusiforme che hanno, le foche, eccellenti nuotatrici, sono difficili da prendersi in mare, mentre sul suolo i piedi corti e palmati non permettono loro che un movimento di reptazione poco rapido.
Pencroff conosceva le abitudini di questi anfibi, e consigliò di attendere che fossero distesi sulla sabbia, ai raggi del sole, che non avrebbe tardato a farli cadere in un profondo sonno. Si sarebbe manovrato allora, in modo da tagliar loro la ritirata e da colpirli sul muso.
I cacciatori si nascosero, dunque, dietro le rocce del lido, e aspettarono in silenzio.
Trascorse un’ora prima che le foche venissero a ruzzare sulla sabbia. Erano una mezza dozzina. Pencroff e Harbert si separarono dagli altri, allo scopo di aggirare la punta dell’isolotto, in modo da prenderle a tergo e da impedir loro la ritirata. Nel frattempo, Cyrus Smith, Gedeon Spilett e Nab, strisciando lungo le rocce, si portavano furtivamente verso il futuro teatro del combattimento.
Improvvisamente, il marinaio si mostrò in tutta l’altezza della propria statura. Gettò un grido. L’ingegnere e gli altri due compagni si gettarono precipitosamente fra il mare e le foche. Due di esse, vigorosamente colpite, rimasero morte sulla sabbia, ma le altre poterono riguadagnare il mare e prendere il largo.
«Ecco le foche richieste, signor Cyrus!» disse il marinaio, avanzandosi verso l’ingegnere.
«Bene!» rispose Cyrus Smith. «Ne faremo dei mantici da fucina!»
«Mantici da fucina?» esclamò Pencroff. «Ebbene, ecco delle foche fortunate!»
Infatti, l’ingegnere si proponeva di fabbricare, con la pelle di quegli anfibi, una macchina soffiante, necessaria per il trattamento del minerale. Gli animali erano di corporatura media, giacché la loro lunghezza non oltrepassava i sei piedi, e, per la forma della testa, rassomigliavano a cani.
Siccome era inutile caricarsi del non indifferente peso delle due bestie, Nab e Pencroff risolsero di scuoiarle sul posto, mentre Cyrus Smith e il giornalista avrebbero finito di esplorare l’isolotto.
Il marinaio e il negro se la cavarono abilmente con il loro lavoro, e tre ore dopo Cyrus Smith aveva a sua disposizione due pelli di foca, che contava di utilizzare così come si trovavano senza sottoporle ad alcuna concia.
I coloni dovettero aspettare che il mare decrescesse, dopo di che, attraversando il canale, ritornarono ai Camini.
Non fu lavoro da poco stendere quelle pelli su telai di legno, destinati a mantenerle ben tese, e cucirle per mezzo di fibre, in modo da potervi immagazzinare l’aria senza lasciare troppe fughe. Bisognò ricominciare da capo parecchie volte. Cyrus Smith non aveva a sua disposizione che le due lame d’acciaio fabbricate con il collare di Top: ciò nonostante, egli fu si accorto e i suoi compagni lo aiutarono con tanta diligenza, che tre giorni dopo gli attrezzi della piccola colonia s’erano accresciuti di un mantice, destinato a soffiare l’aria nel minerale grezzo, quand’esso sarebbe stato trattato con il calore, condizione questa indispensabile per la riuscita dell’operazione.