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La corona di spade

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La corona di spade
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Vista da vicino Cairhien confermò ciò che aveva promesso in lontananza. Le colline più alte erano dentro le mura, ma erano terrazzate e rivestite di pietra fino a non sembrare più colline. Le ampie strade affollate s’incrociavano ad angolo retto. In città, anche i vicoli formavano un reticolato. Le strade salivano e scendevano ripide per assecondare le colline, spesso le trapassavano. Dai negozi ai palazzi, gli edifici erano tutti quadrati aspri e rettangoli severi, anche le torri con i loro grandi contrafforti che si ergevano in cima a delle colline, tutte avvolte da impalcature, le leggendarie torri senza cima di Cairhien, ancora in ricostruzione dopo la Guerra aiel. La città sembrava più dura della roccia, e un palazzo danneggiato e le ombre che si allungavano ovunque confermavano quell’impressione. Le orecchie pelose di Loial si agitavano di continuo; sulla fronte l’Ogier aveva delle rughe dovute al cipiglio preoccupato e le sopracciglia folte gli sfioravano le guance.

C’erano pochi segni in città della festa dell’Incoronazione o di Chasaline Alta. Perrin non aveva idea di come fosse la festa dell’Incoronazione, ma nei Fiumi Gemelli il Giorno della Riflessione era un momento per divertirsi e dimenticare i rigori dell’inverno. Lì l’atmosfera era quasi quieta, nonostante il gran numero di persone in strada. In qualsiasi altro posto Perrin avrebbe pensato che fosse il caldo soprannaturale ad avvilire il popolo, ma a parte gli abitanti del Passaggio Anteriore, i Cairhienesi erano sempre sobri, addirittura austeri, almeno all’apparenza. Perrin non voleva pensare a ciò che si nascondeva dietro quella serietà., Non c’erano ambulanti o venditori di strada, e nemmeno musicisti, acrobati e burattinai. Dovevano essere nell’accampamento di fortuna oltre le mura. Tra la folla silenziosa passavano portantine chiuse dipinte con colori scuri, alcune con le bandiere delle casate un po’ più grandi dei ‘con’ che sventolavano sopra di esse. Si muovevano con la stessa lentezza dei carri trainati dai buoi, pungolati dai carrettieri che camminavano accanto alle bestie, con gli assi che scricchiolavano nel silenzio generale. I forestieri si distinguevano facilmente, anche quando i loro abiti non erano troppo sgargianti. Gli abitanti della città, quasi tutti bassi, ricordavano dei corvi dal volto pallido. Ovviamente, anche gli Aiel spiccavano tra la folla: che fossero in gruppo o da soli, attorno a loro si creava il vuoto, la gente evitava di guardarli e lo spazio si apriva intorno a loro ovunque si dirigessero.

Alcuni Aiel osservarono il gruppo che avanzava lento fra la folla. Anche se non tutti avevano riconosciuto Rand con quella giubba verde, sapevano chi poteva essere un abitante delle terre bagnate alto e scortato dalle Fanciulle. I loro volti fecero rabbrividire Perrin; erano sospettosi. Fu contento che Rand avesse lasciato indietro tutte le Aes Sedai. A parte gli Aiel, il Drago Rinato procedeva in un mare di persone indifferenti che lasciava spazio alle Fanciulle e si richiudeva alle spalle degli Asha’man.

Il palazzo reale di Cairhien, il Palazzo del Sole, il Palazzo del Sole sorgente nello Splendore — i Cairhienesi usavano sempre nomi grandiosi, uno più stravagante dell’altro — svettava in cima alla collina più alta della città, una massa scura di blocchi squadrati con le torri che dominavano su tutto. La strada, la via della Corona, si trasformò in una lunga rampa che saliva verso il palazzo e Perrin sospirò quando la imboccarono. Faile si trovava lassù. Doveva essere lì, sana e salva. A dispetto di qualsiasi altra cosa, lei doveva essere salva. Toccò il nodo delle redini di Rondine sul pomello della sua sella e carezzò l’ascia che aveva in vita. Gli zoccoli ferrati dei cavalli risuonavano forte sul lastricato della strada. Le Fanciulle non facevano alcun rumore.

Le guardie davanti ai grandi cancelli di bronzo aperti li guardarono avvicinarsi e si scambiarono delle occhiate. La divisa era assai colorata, almeno secondo il gusto cairhienese: quei dieci uomini avevano il sole nascente dorato sui pettorali di acciaio e i guidoni con i colori della casata Saighan legati sotto le punte delle alabarde. Perrin avrebbe potuto decifrare i loro pensieri. Quei soldati vedevano un gruppo di tredici uomini a cavallo che però non andavano di fretta, e avevano solo un’armatura, di cui una era quella rossa di Mayene. Da Caraline Damodred e Toman Riatin poteva venire ogni tipo di problema, ma gli uomini di Mayene in questo non c’entravano nulla. Nel gruppo c’erano anche una donna e un Ogier. Di certo non intendevano creare problemi, ma erano accompagnati da una dozzina di Fanciulle che correvano davanti ai cavalieri, e davvero non sembrava che stessero andando a prendere il tè. Per un istante tutto rimase in equilibrio, poi una Fanciulla si velò. Le guardie fecero un balzo come se fossero state colte di sorpresa e un soldato con l’alabarda inclinata si diresse di corsa verso i cancelli. Ma dopo appena due passi si bloccò, rigido come una statua. Tutti i soldati erano immobili e rigidi, potevano muovere solamente la testa.

«Bene» mormorò Rand. «Adesso legate i flussi, di loro ci occuperemo dopo.»

Perrin sollevò le spalle a disagio. Gli Asha’man si erano disposti a ventaglio alle sue spalle, occupando la maggior parte della rampa. Con ogni probabilità stavano usando il Potere. Con ogni probabilità quegli otto avrebbero potuto distruggere l’intero palazzo. Forse Rand avrebbe potuto farlo da solo. Ma se da quelle torri avessero cominciato a piovere frecce, sarebbero morti come chiunque altro, colti allo scoperto su quella rampa che all’improvviso non sembrava più tanto larga.

Nessuno aumentò l’andatura. Se qualcuno stava guardando dalle alte e strette finestre del palazzo, o dal viale fiancheggiato da colonne più in alto, non avrebbe visto nulla di insolito. Le mani di Sulin scattarono nel linguaggio delle Fanciulle e quella che si era velata calò velocemente il panno nero, arrossendo. Una lenta risalita lungo la rampa di pietra. Alcune delle guardie immobilizzate girarono di scatto la testa, con gli occhi sgranati. Uno di loro sembrava svenuto, fermo in piedi ma con la testa mollemente adagiata sul torace. Gli altri aprivano la bocca ma non emettevano alcun verso. Perrin cercò di non pensare a cosa li avesse imbavagliati. Un’avanzata lenta attraverso i cancelli di bronzo e nel cortile principale. Lì non vi erano soldati, e le balconate di pietra che circondavano il chiostro erano deserte. Alcuni servitori in livrea uscirono di corsa con gli occhi bassi per prendere le redini dei cavalli e mantenere ferme le staffe. Sulle maniche delle divise scure avevano delle fasce gialle, rosse e argento e il sole nascente dorato era ricamato sul lato sinistro del torace. Per essere dei servitori cairhienesi erano molto colorati, come Perrin non li aveva mai visti prima. Non potevano vedere le guardie all’esterno, e con ogni probabilità per loro avrebbe fatto poca differenza anche in caso contrario. A Cairhien i servitori giocavano la loro versione del Daes Dae’mar, il Gioco delle Casate, e fingevano di non vedere le manovre dei loro padroni. Notare con troppa attenzione cosa accadeva fra i nobili — o meglio, essere notati nel farlo — poteva significare rimanervi invischiati. A Cairhien, e forse anche in molte altre terre, la gente comune poteva finire schiacciata con grande indifferenza laddove camminavano i potenti.

Una donna massiccia portò via Stepper e Rondine senza neanche guardare Perrin. Adesso la giumenta era nel palazzo del Sole, ma lui non si sentiva affatto meglio. Ancora non sapeva se Faile era viva o morta. Una sciocca fantasia infantile.

Dopo aver sistemato l’ascia, seguì Rand lungo le ampie scale grigie dal lato opposto del cortile e fece un cenno del capo quando Aram si mosse per prendere la spada che spuntava dietro le sue spalle. Gli uomini in livrea spalancarono le porte in cima alle scale, di bronzo come quelle esterne e con il sole nascente di Cairhien inciso al centro.

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