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Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)

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Nel 1550 presso l'editore Torrentino a Firenze uscì la prima edizione delle Vite de' più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani da Cimabue insino a' tempi nostri di Giorgio Vasari. Quest'opera, di vastissime dimensioni, costituisce ancora oggi un documento di fondamentale importanza per la storia dell'arte italiana dal Tre al Cinquecento. Servendosi del modello umanistico delle vite degli uomini illustri, Vasari si propone di mantenere viva la memoria delle opere d'arte, rimediando con la parola scritta alla loro inevitabile deperibilità fisica inventando un nuovo genere letterario, quello delle biografie di artisti. Le Vite costituiscono un ricchissimo catalogo di notizie, descrizioni, documenti degli artisti italiani, all'interno di una storia delle arti figurative ricostruita dall'autore con notevole coscienza critica.
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In questo mezzo non aveva Baccio atteso mai ad altro che a mostrare al duca Cosimo quanto fusse la gloria degli antichi vissuta per le statue e per le fabbriche, dicendo che sua eccellenza doveva pe' tempi a venire procacciarsi la memoria perpetua di se stesso e delle sue azzioni. Avendo poi già condotto la sepoltura del signor Giovanni vicino al fine, andò pensando di fare cominciare al Duca un'opera grande e di molta spesa e di lunghissimo tempo. Aveva il duca Cosimo lasciato d'abitare il palazzo de' Medici et era tornato ad abitare con la corte nel palazzo di piazza, dove già abitava la signoria, e quello ogni giorno andava accomodando et ornando, et avendo detto a Baccio che farebbe volentieri un'udienza pubblica, sì per gli ambasciadori forestieri come pe' suoi cittadini e sudditi dello stato, Baccio andò, insieme con Giuliano di Baccio d'Agnolo, pensando di mettergli innanzi da far un ornamento di pietre del Fossato e di marmi, di braccia trenta otto largo et alto diciotto. Questo ornamento volevano che servisse per l'udienza e fusse nella sala grande del palazzo in quella testa che è volta a tramontana. Questa udienza doveva avere un piano di quattordici braccia largo e salire sette scaglioni et essere nella parte dinanzi chiusa da balaustri, eccetto l'entrata del mezzo, e doveva avere tre archi grandi nella testa della sala, de' quali due servissino per finestre e fussino tramezzati drento da quattro colonne per ciascuno, due della pietra del Fossato e due di marmo, con un arco sopra con fregiatura di mensole che girasse in tondo: queste avevano a fare l'ornamento di fuori nella facciata del palazzo e di dentro ornare nel medesimo modo la facciata della sala. Ma l'arco del mezzo, che faceva non finestra ma nicchia, doveva essere accompagnato da due altre nicchie simili, che fussino nelle teste dell'udienza, una a levante e l'altra a ponente, ornate da quattro colonne tonde corinzie, che fussino braccia dieci alte e facessino risalto nelle teste. Nella facciata del mezzo avevano a essere quattro pilastri, che fra l'uno arco e l'altro facessino reggimento allo architrave e fregio e cornice, che rigirava intorno intorno e sopra loro e sopra le colonne. Questi pilastri avevano avere fra l'uno e l'altro un vano di braccia tre incirca, nel quale per ciascuno fusse una nicchia alta braccia quattro e mezzo da mettervi statue per accompagnare quella grande del mezzo nella faccia e le due dalle bande, nelle quali nicchie egli voleva mettere per ciacuna tre statue. Avevano in animo Baccio e Giuliano, oltre allo ornamento della facciata di dentro, un altro maggiore ornamento di grandezza e di terribile spesa per la facciata di fuora, il quale per lo sbieco della sala, che non è in squadra, dovesse mettere in squadra dalla banda di fuora; e fece un risalto di braccia sei intorno intorno alle facciate del palazzo vecchio, con un ordine di colonne di quattordici braccia alte, che reggessino altre colonne, fra le quale fussino archi e di sotto intorno intorno facesse loggia, dove è la ringhiera et i giganti, e di sopra avesse poi un altro spartimento di pilastri, fra' quali fussino archi nel medesimo modo e venisse attorno attorno le finestre del palazzo vecchio a far facciata intorno intorno al palazzo, e sopra questi pilastri fare a uso di teatro, con un altro ordine d'archi e di pilastri, tanto che il ballatoio di quel palazzo facesse cornice ultima a tutto questo edifizio. Conoscendo Baccio e Giuliano che questa era opera di grandissima spesa, consultorono insieme di non dovere aprire al Duca il lor concetto, se non dell'ornamento della udienza dentro alla sala e della facciata di pietre del Fossato di verso la piazza, per la lunghezza di ventiquattro braccia, che tanto è la larghezza della sala. Furono fatti di questa opera disegni e piante da Giuliano, e Baccio poi parlò, con essi in mano, al Duca: al quale mostrò che nelle nicchie maggiori dalle bande voleva fare statue di braccia quattro di marmo a sedere sopra alcuni basamenti, cioè Leone Decimo che mostrasse mettere la pace in Italia e Clemente Settimo che incoronasse Carlo Quinto, con due statue in nicchie minori drento alle grandi intorno a' papi, le quali significassino le loro virtù adoperate e messe in atto da loro. Nella facciata del mezzo, nelle nicchie di braccia quattro, fra i pilastri voleva fare statue ritte del signor Giovanni, del duca Alessandro e del duca Cosimo, con molti ornamenti di varie fantasie d'intagli et uno pavimento tutto di marmi di diversi colori mischiati. Piacque molto al Duca questo ornamento, pensando che con questa occasione si dovesse col tempo (come s'è fatto poi) ridurre a fine tutto il corpo di quella sala, col resto degli ornamenti e del palco, per farla la più bella stanza d'Italia. E fu tanto il desiderio di sua eccellenza che questa opera si facesse, che assegnò per condurla ogni settimana quella somma di danari che Baccio voleva e chiedeva; e fu dato principio che le pietre del Fossato si cavassino e si lavorassino, per farne l'ornamento del basamento e colonne e cornici, e tutto volle Baccio che si facesse e conducesse dagli scarpellini dell'Opera di Santa Maria del Fiore.

Fu certamente questa opera da que' maestri lavorata con diligenza, e se Baccio e Giuliano l'avessino sollecitata, arebbono tutto l'ornamento delle pietre finito e murato presto; ma perché Baccio non attendeva se non a fare abbozzare statue e finire poche del tutto, et a riscuotere la sua provvisione che ogni mese gli dava il Duca e gli pagava gli aiuti et ogni minima spesa che per ciò faceva, con dargli scudi cinquecento dell'una delle statue di marmo finite, perciò non si vedde mai di questa opera il fine. Ma se con tutto questo Baccio e Giuliano, in un lavoro di tanta importanza, avessino messo la testa di quella sala in isquadra come si poteva, che delle otto braccia che aveva di bieco si ritirorono appunto alla metà, et èvvi in qualche parte mala proporzione come la nicchia del mezzo e le due dalle bande maggiori che son nane, et i membri delle cornici gentili a sì gran corpo, e se, come potevano, si fussino tenuti più alti con le colonne, con dar maggior grandezza e maniera et altra invenzione a quella opera, e se pur con la cornice ultima andavano a trovare il piano del primo palco vecchio di sopra, eglino arebbono mostro maggior virtù e giudizio né si sarebbe tanta fatica spesa invano, fatta così inconsideratamente, come hanno visto poi coloro a chi è tocco a rassettarla, come si dirà, et a finirla, perché con tutte le fatiche e studii adoperati dappoi vi sono molti disordini et errori nella entrata della porta e nelle corrispondenze delle nicchie delle facce, dove poi a molte cose è bisognato mutare forma. Ma non s'è già potuto mai, se non si disfaceva il tutto, rimediare che ella non sia fuor di scquadra e non lo mostri nel pavimento e nel palco. Vero è che nel modo che essi la posono, così come ella si truova, vi è gran fattura e fatica e merita lode assai per molte pietre lavorate col calandrino che sfuggono a quartabuono per cagione dello sbiecare della sala; ma di diligenza e d'essere bene murate, commesse e lavorate non si può fare né veder meglio. Ma molto meglio sarebbe riuscito il tutto se Baccio, che non tenne mai conto dell'architettura, si fusse servito di qualche migliore giudizio che di Giuliano, il quale, se bene era buono maestro di legname et intendeva d'architettura, non era però tale che a sì fatta opera, come quella sera, egli fusse atto, come ha dimostrato l'esperienza. Imperò tutta questa opera s'andò per ispazio di molti anni lavorando e murando poco più che la metà, e Baccio finì e messe nelle nicchie minori la statua del signor Giovanni e quella del duca Alessandro nella facciata dinanzi amendue e nella nicchia maggiore, sopra un basamento di mattoni, la statua di papa Clemente e tirò al fine ancora la statua del duca Cosimo, dove egli s'affaticò assai sopra la testa, ma con tutto ciò il Duca e gli uomini di corte dicevano che ella non lo somigliava punto. Onde avendone Baccio già prima fatto una di marmo, la quale è oggi nel medesimo palazzo nelle camere di sopra, e fu la migliore testa che facesse mai, e stette benissimo, egli difendeva e ricuopriva l'errore e la cattività della presente testa con la bontà della passata. Ma sentendo da ognuno biasimare quella testa, un giorno in còllora la spiccò, con animo di farne un'altra e commetterla nel luogo di quella, ma non la fece poi altrimenti. Et aveva Baccio per costume nelle statue ch'e' faceva di mettere de' pezzi piccoli e grandi di marmo, non gli dando noia il fare ciò e ridendosene, il che egli fece nell'Orfeo a una delle teste di Cerbero, et a San Piero che è in Santa Maria del Fiore rimesse un pezzo di panno; nel gigante di piazza, come si vede, rimesse a Cacco et appiccò due pezzi, cioè una spalla et una gamba, et in molti altri suoi lavori fece il medesimo, tenendo cotali modi i quali sogliono grandemente dannare gli scultori. Finite queste statue, messe mano alla statua di papa Leone per questa opera e la tirò forte innanzi. Vedendo poi Baccio che questa opera riusciva lunga e che e' non era per condursi oramai al fine di quel suo primo disegno per le facciate attorno attorno al palazzo e che e' s'era speso gran somma di danari e passato molto tempo, e che quella opera con tutto ciò non era mezza finita e piaceva poco all'universale, andò pensando nuova fantasia et andava provando di levare il Duca dal pensiero del palazzo, parendogli che sua eccellenza ancora fusse di questa opera infastidita. Avendo egli addunque, nell'Opera di Santa Maria del Fiore che la comandava, fatto nimicizia co' provveditori e con tutti gli scarpellini, e poiché tutte le statue che andavan nell'udienza erano a suo modo quali finite e poste in opera e quali abbozzate e lo ornamento murato in gran parte, per occultare molti difetti che v'erano, et a poco a poco abbandonare quell'opera, messe innanzi Baccio al Duca che l'Opera di Santa Maria del Fiore gittava via i danari, né faceva più cosa di momento. Onde disse avere pensato che sua eccellenza farebbe bene a far voltare tutte quelle spese dell'opera inutili a fare il coro a otto facce della chiesa e l'ornamento dello altare, scale, residenze del Duca e magistrati, e delle sedie del coro pe' canonici e cappellani e clerici, secondo che a sì onorata chiesa si conveniva. Del quale coro Filippo di ser Brunellesco aveva lasciato il modello in quel semplice telaio di legno, che prima serviva per coro in chiesa, con intenzione di farlo col tempo di marmo con la medesima forma, ma con maggiore ornamento. Considerava Baccio, oltre alle cose sopra dette, che egli arebbe occasione in questo coro di fare molte statue e storie di marmo e di bronzo nell'altare maggiore et intorno al coro, et ancora in due pergami che dovevano essere di marmo nel coro, e che le otto facce nelle parti di fuora si potevano nel basamento ornare di molte storie di bronzo commesse nello ornamento di marmo. Sopra questo pensava di fare un ordine di colonne e di pilastri che reggessino attorno attorno le cornice e quattro archi; de' quali archi divisati secondo la crocera della chiesa, uno facesse l'entrata principale, col quale si riscontrasse l'arco dell'altare maggiore posto sopra esso altare, e gli altri due fussino da' lati, da man destra uno e l'altro da man sinistra, sotto i quali due da' lati dovevano essere posti i pergami; sopra la cornice uno ordine di balaustri in cima, che girassino le otto facce, e sopra i balaustri una grillanda di candelieri, per quasi incoronare di lumi il coro secondo i tempi, come sempre s'era costumato innanzi, mentre che vi fu il modello di legno del Brunellesco. Tutte queste cose mostrando Baccio al Duca, diceva che sua eccellenza con l'entrata dell'Opera, cioè di S. Maria del Fiore e delli Operai di quella, e con quello che ella per sua liberalità aggiugnerebbe, in poco tempo addornerebbe quel tempio e gli acquisterebbe molta grandezza e magnificenza e conseguentemente a tutta la città, per essere lui di quella il principale tempio e lascerebbe di sé in cotal fabbrica eterna et onorata memoria; et oltre a tutto questo (diceva) che sua eccellenza darebbe occasione a lui d'affaticarsi e di fare molte buone opere e belle, e mostrando la sua virtù, d'acquistarsi nome e fama ne' posteri, il che doveva essere caro a sua eccellenza, per essere lui suo servitore et allevato della casa de' Medici. Con questi disegni e parole mosse Baccio il Duca, sì che gl'impose che egli facesse un modello di tutto il coro, consentendo che cotal fabbrica si facesse. Partito Baccio dal Duca, fu con Giuliano di Baccio d'Agnolo suo architetto e, conferito il tutto seco, andorono in sul luogo, et esaminata ogni cosa diligentemente, si risolverono di non uscire della forma del modello di Filippo, ma di seguitare quello, aggiugnendogli solamente altri ornamenti di colonne e di risalti e d'arricchirlo quanto potevano più, mantenendogli il disegno e la figura di prima. Ma non le cose assai et i molti ornamenti son quelli che abbelliscono et arricchiscono le fabbriche, ma le buone, quantunque sieno poche, se sono ancora poste ne' luoghi loro e con la debita proporzione composte insieme; queste piacciono e sono ammirate e fatte con giudizio dall'artefice, ricevono di poi lode da tutti gli altri. Questo non pare che Giuliano e Baccio considerassino, né osservassino, perché presono un suggetto di molta opera e lunga fatica, ma di poca grazia, come ha l'esperienza dimostro. Il disegno di Giuliano (come si vede) fu di fare nelle cantonate di tutte le otto facce pilastri che piegavano in su gli angoli, e l'opera tutta di componimento ionico, e questi pilastri, perché nella pianta venivano insieme con tutta l'opera a diminuire verso il centro del coro e non erano uguali, venivano necessariamente a essere larghi dalla parte di fuora e stretti di dentro, il che è sproporzione di misura. E ripiegando il pilastro secondo l'angolo delle otto facce di dentro, le linee del centro lo diminuivano tanto, che le due colonne, le quali mettevono in mezzo il pilastro da' canti, lo facevano parere sottile et accompagnavano con disgrazia lui e tutta quell'opera, sì nella parte di fuora e simile in quella di dentro, ancora che vi fosse la misura. Fece Giuliano parimente tutto il modello dello altare, discosto un braccio e mezzo dall'ornamento del coro, sopra il quale Baccio fece poi di cera un Cristo morto a giacere con due Angeli, de' quali uno gli teneva il braccio destro e con un ginocchio gli reggeva la testa, e l'altro teneva i misteri della Passione, et occupava la statua di Cristo quasi tutto lo altare, sì che appena celebrare vi si sarebbe potuto, e pensava di fare questa statua di circa quattro braccia e mezzo. Fece ancora un risalto d'uno piedistallo dietro all'altare appiccato con esso nel mezzo con un sedere, sopra il quale pose poi un Dio Padre a sedere, di braccia sei, che dava la benedizzione e veniva accompagnato da due altri Angeli di braccia quattro l'uno, che posavano ginocchione in su' canti e fine della predella dell'altare, al pari dove Dio Padre posava i piedi. Questa predella era alta più d'un braccio, nella quale erano molte storie della Passione di Gesù Cristo, che tutte dovevano essere di bronzo; in su' canti di questa predella erano gli Angeli sopra detti, tutti e due ginocchione e tenevano ciascuno in mano un candelliere, i quali candellieri delli Angeli accompagnavano otto candellieri grandi alti braccia tre e mezzo, che ornavano quello altare, posti fra gli Angeli, e Dio Padre era nel mezzo di loro; rimaneva un vano d'un mezzo braccio dietro al Dio Padre, per potere salire e accendere i lumi. Sotto l'arco, che faceva riscontro all'entrata principale del coro, sul basamento che girava intorno, dalla banda di fuora aveva posto nel mezzo sotto detto arco l'albero del peccato, al tronco del quale era avvolto l'antico serpente con la faccia umana in cima e due figure ignude erano intorno all'albero, che una era Adamo e l'altr

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