Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)
- Автор: Вазари Джорджо
- Язык: итальянский
- Жанр: Картины, альбомы, иллюстрированные каталоги
Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:
Aveva Baccio in questo tempo medesimo fatto una storia di figure piccole di basso e mezzo rilievo d'una Deposizione di croce, la quale fu opera rara e la fece con gran diligenza gettare di bronzo: così finita la donò a Carlo Quinto di Genova, il quale la tenne carissima e di ciò fu segno che sua maestà dette a Baccio una commenda di San Iacopo e lo fece cavaliere. Ebbe ancora dal principe Doria molte cortesie, e dalla republica di Genova gli fu allogato una statua di braccia sei di marmo, la quale doveva essere un Nettunno in forma del principe Doria, per porsi in su la piazza in memoria delle virtù di quel principe e de' benefizii grandissimi e rari, i quali la sua patria Genova aveva ricevuti da lui. Fu allogata questa statua a Baccio per prezzo di mille fiorini, de' quali ebbe allora cinquecento, e subito andò a Carrara per abbozzarla alla cava del Polvaccio.
Mentre che 'l governo popolare, dopo la partita de' Medici, reggeva Firenze, Michelagnolo Buonarroti fu adoperato per le fortificazioni della città, e fugli mostro il marmo che Baccio aveva scemato insieme col modello d'Ercole e Cacco, con intenzione che se il marmo non era scemato troppo, Michelagnolo lo pigliasse e vi facesse due figure a modo suo. Michelagnolo, considerato il sasso, pensò un'altra invenzione diversa, e lasciato Ercole e Cacco, prese Sansone che tenesse sotto due Filistei abbattuti da lui, morto l'uno del tutto e l'altro vivo ancora, al quale menando un marrovescio con una mascella di asino, cercasse di farlo morire. Ma come spesso avviene che gli umani pensieri talora si promettono alcune cose, il contrario delle quali è determinato dalla sapienza d'Iddio, così accade allora perché, venuta la guerra contro alla città di Firenze, convenne a Michelagnolo pensare ad altro che a pulir marmi, et ebbesi per paura de' cittadini a discostare dalla città. Finita poi la guerra e fatto l'accordo, papa Clemente fece tornare Michelagnolo a Firenze a finire la sagrestia di San Lorenzo e mandò Baccio a dar ordine di finire il gigante, il quale mentre che egli era intorno, aveva preso le stanze nel palazzo de' Medici, e per parere affezzionato scriveva quasi ogni settimana a Sua Santità entrando, oltre alle cose dell'arte, ne' particolari de' cittadini e di chi ministrava il governo, con uffici odiosi e da recarsi più malivolenza addosso che egli non aveva prima. Là dove al duca Alessandro tornato dalla corte di sua maestà in Firenze furono da' cittadini mostrati i sinistri modi che Baccio verso di loro teneva, onde ne seguì che l'opera sua del gigante gli era da' cittadini impedita e ritardata quanto da loro far si poteva. In questo tempo, dopo la guerra d'Ungheria, papa Clemente e Carlo imperadore abboccandosi in Bologna dove venne Ippolito de' Medici cardinale et il duca Alessandro, parve a Baccio d'andare a baciare i piedi a Sua Santità, e portò seco un quadro alto un braccio e largo uno e mezzo d'un Cristo battuto alla colonna da due ignudi, il quale era di mezzo rilievo e molto ben lavorato. Donò questo quadro al Papa, insieme con una medaglia del ritratto di Sua Santità, la quale aveva fatta fare a Francesco dal Prato suo amicissimo; il rovescio della quale medaglia era Cristo flagellato. Fu accetto il dono a Sua Santità, alla quale espose Baccio gl'impedimenti e le noie avute nel finire il suo Ercole, pregandola che col duca operasse di dargli commodità di condurlo al fine, et aggiugneva che era invidiato et odiato in quella città, et essendo terribile di lingua e d'ingegno, persuase il Papa a fare che 'l duca Alessandro si pigliasse cura che l'opera di Baccio si conducesse a fine e si ponesse al luogo suo in piazza.
Era morto Michelagnolo orefice, padre di Baccio, il quale avendo in vita preso a fare con ordine del Papa, per gli Operai di Santa Maria del Fiore, una croce grandissima d'argento tutta piena di storie di basso rilievo della passione di Cristo, della quale croce Baccio aveva fatto le figure e storie di cera per formarle d'argento, l'aveva Michelagnolo morendo lasciata imperfetta, et avendola Baccio in mano con molte libbre d'argento, cercava che Sua Santità desse a finire questa croce a Francesco dal Prato, che era andato seco a Bologna. Dove il Papa, considerando che Baccio voleva non solo ritrarsi delle fatture del padre, ma avanzare nelle fatiche di Francesco qualche cosa, ordinò a Baccio che l'argento e le storie abbozzate e le finite si dessino agli Operai e si saldasse il conto e che gli Operai fondessero tutto l'argento di detta croce, per servirsene ne' bisogni della chiesa stata spogliata de' suoi ornamenti nel tempo dell'assedio; et a Baccio fece dare fiorini cento d'oro e lettere di favore acciò tornando a Firenze desse compimento all'opera del gigante. Mentre che Baccio era in Bologna, il cardinale Doria lo 'ntese che egli era per partirsi di corto: per che trovatolo a posta, con molte grida e con parole ingiuriose lo minacciò, perciò che aveva mancato alla fede sua et al debito, non dando fine alla statua del principe Doria, ma lasciandola a Carrara abbozzata, avendone presi cinquecento scudi, per la qual cosa disse che se Andrea lo potesse avere in mano, gliene farebbe scontare alla galea. Baccio umilmente e con buone parole si difese, dicendo che aveva avuto giusto impedimento, ma che in Firenze aveva un marmo della medesima altezza, del quale aveva disegnato di cavarne quella figura, e che tosto cavata e fatta, la manderebbe a Genova. E seppe sì ben dire e raccomandarsi, che ebbe tempo a levarsi dinanzi al cardinale. Dopo questo, tornato a Firenze e fatto mettere mano allo imbasamento del gigante e lavorando lui di continovo l'anno 1534, lo finì del tutto. Ma il duca Alessandro, per la mala relazione de' cittadini, non si curava di farlo mettere in piazza. Era tornato già il Papa a Roma molti mesi innanzi e desiderando lui di fare per papa Leone e per sé nella Minerva due sepolture di marmo, Baccio presa questa occasione andò a Roma, dove il Papa si risolvé che Baccio facesse dette sepolture, dopo che avesse finito di mettere in piazza il gigante; e scrisse al Duca il Papa che desse ogni commodità a Baccio per porre in piazza il suo Ercole. Laonde fatto uno assito intorno, fu murato l'imbasamento di marmo, nel fondo del quale messono una pietra con lettere in memoria di papa Clemente VII e buon numero di medaglie con la testa di Sua Santità e del duca Alessandro. Fu cavato di poi il gigante dell'Opera, dove era stato lavorato, e per condurlo commodamente e senza farlo patire, gli feciono una travata intorno di legname, con canapi che l'inforcavano tra le gambe e corde che l'armavano sotto le braccia e per tutto; e così sospeso fra le trave in aria, sì che non toccasse il legname, fu con taglie et argani e da dieci paia di gioghi di buoi tirato a poco a poco fino in piazza. Dettono grande aiuto due legni grossi mezzi tondi, che per lunghezza erano a piè della travata confitti a guisa di basa, i quali posavano sopra altri legni simili insaponati, e questi erano cavati e rimessi da' manovali di mano in mano, secondo che la macchina camminava. Con questi ordini et ingegni fu condotto con poca fatica e salvo il gigante in piazza. Questa cura fu data a Baccio d'Agnolo et Antonio vecchio da San Gallo architettori dell'Opera, i quali di poi con altre travi e con taglie doppie lo messono sicuramente in su la basa. Non sarebbe facile a dire il concorso e la moltitudine che per due giorni tenne occupata tutta la piazza, venendo a vedere il gigante tosto che fu scoperto; dove si sentivano diversi ragionamenti e pareri d'ogni sorte d'uomini e tutti in biasimo dell'Opera e del maestro. Furono appiccati ancora intorno alla basa molti versi latini e toscani, ne' quali era piacevole a vedere gl'ingegni de' componitori e l'invenzioni et i detti acuti. Ma trapassandosi col dir male e con le poesie satiriche e mordaci ogni convenevole segno, il duca Alessandro, parendogli sua indegnità per essere l'opera pubblica, fu forzato a far mettere in prigione alcuni, i quali senza rispetto apertamente andavano appiccando sonetti, la qual cosa chiuse tosto le bocche de' maldicenti. Considerando Baccio l'opera sua nel luogo proprio, gli parve che l'aria poco la favorisse, facendo apparire i muscoli troppo dolci; però fatto rifare nuova turata d'asse intorno, le ritornò addosso cogli scarpelli et affondando in più luoghi i muscoli, ridusse le figure più crude che prima non erano. Scoperta finalmente l'opera del tutto, da coloro che possono giudicare è stata sempre tenuta, sì come difficile, così molto bene studiata e ciascuna delle parti attesa e la figura di Cacco ottimamente accomodata. E nel vero il Davitte di Michelagnolo toglie assai di lode all'Ercole di Baccio, essendogli a canto et essendo il più bel gigante che mai sia stato fatto, nel quale è tutta grazia e bontà, dove la maniera di Baccio è tutta diversa. Ma veramente considerando l'Ercole di Baccio da sé, non si può se non grandemente lodarlo e tanto più, vedendo che molti scultori di poi hanno tentato di far statue grandi e nessuno è arrivato al segno di Baccio; il quale se dalla natura avesse ricevuta tanta grazia et agevolezza, quanta da sé si prese fatica e studio, egli era nell'arte della scultura perfetto interamente.