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Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)

Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:

Nel 1550 presso l'editore Torrentino a Firenze uscì la prima edizione delle Vite de' più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani da Cimabue insino a' tempi nostri di Giorgio Vasari. Quest'opera, di vastissime dimensioni, costituisce ancora oggi un documento di fondamentale importanza per la storia dell'arte italiana dal Tre al Cinquecento. Servendosi del modello umanistico delle vite degli uomini illustri, Vasari si propone di mantenere viva la memoria delle opere d'arte, rimediando con la parola scritta alla loro inevitabile deperibilità fisica inventando un nuovo genere letterario, quello delle biografie di artisti. Le Vite costituiscono un ricchissimo catalogo di notizie, descrizioni, documenti degli artisti italiani, all'interno di una storia delle arti figurative ricostruita dall'autore con notevole coscienza critica.
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In questo medesimo tempo, che fu l'anno 1554, venne da Roma, dove serviva papa Giulio Terzo, Giorgio Vasari aretino per servire sua eccellenza in molte cose che l'aveva in animo di fare e particularmente innovare di fabbriche et ornare il palazzo di piazza e fare la sala grande, come s'è di poi veduto. Giorgio Vasari di poi l'anno seguente condusse da Roma, et acconciò col Duca, Bartolommeo Ammannati scultore per fare l'altra facciata dirimpetto all'udienza cominciata da Baccio in detta sala et una fonte nel mezzo di detta facciata, e subito fu dato principio a fare una parte delle statue che vi andavano. Conobbe Baccio che 'l Duca non voleva servirsi più di lui, poi che adoperava altri, di che egli avendo grande dispiacere e dolore era diventato sì strano e fastidioso, che né in casa né fuora non poteva alcuno conversare con lui, et a Clemente suo figliuolo usava molte stranezze e lo faceva patire d'ogni cosa. Per questo Clemente avendo fatto di terra una testa grande di sua eccellenza per farla di marmo per la statua dell'udienza, chiese licenza al Duca di partirsi per andare a Roma per le stranezze del padre; il Duca disse che non gli mancherebbe. Baccio nella partita di Clemente, che gli chiese licenza, non gli volle dar nulla, benché egli fusse in Firenze di grande aiuto, che era quel giovane le braccia di Baccio in ogni bisogno, nondimeno non si curò che si gli levasse dinanzi. Arrivato il giovane a Roma contro a tempo, sì per gli studi e sì pe' disordini, il medesimo anno si morì, lasciando in Firenze di suo quasi finita una testa del duca Cosimo di marmo, la quale Baccio poi pose sopra la porta principale di casa sua nella via de' Ginori, et è bellissima. Lasciò ancora Clemente molto innanzi un Cristo morto, che è retto da Niccodemo, il quale Niccodemo è Baccio ritratto di naturale: le quali statue, che sono assai buone, Baccio pose nella chiesa de' Servi, come al suo luogo diremo. Fu di grandissima perdita la morte di Clemente a Baccio et all'arte, et egli lo conobbe poi che fu morto.

Scoperse Baccio l'altare di Santa Maria del Fiore e la statua di Dio Padre fu biasimata; l'altare s'è restato con quello che s'è racconto di sopra, né vi si è fatto poi altro, ma s'è atteso a seguitare il coro. Erasi molti anni innanzi cavato a Carrara un gran pezzo di marmo alto braccia dieci e mezzo e largo braccia cinque, del quale avuto Baccio l'avviso, cavalcò a Carrara e dette al padrone di chi egli era scudi cinquanta per arra, e fattone contratto tornò a Firenze, e fu tanto intorno al Duca, che per mezzo della Duchessa ottenne di farne un gigante, il quale dovesse mettersi in piazza sul canto dove era il lione, nel quale luogo si facesse una gran fonte che gittasse acqua, nel mezzo della quale fusse Nettunno sopra il suo carro tirato da cavagli marini e dovesse cavarsi questa figura di questo marmo. Di questa figura fece Baccio più d'uno modello e mostratigli a sua eccellenza, stettesi la cosa senza fare altro fino all'anno 1559, nel quale tempo il padrone del marmo venuto da Carrara, chiedeva d'essere pagato del restante o che renderebbe gli scudi 50 per romperlo in più pezzi e farne danari, perché aveva molte chieste. Fu ordinato dal Duca a Giorgio Vasari che facesse pagare il marmo. Il che intesosi per l'arte e che il Duca non aveva ancora dato libero il marmo a Baccio, si risentì Benvenuto e parimente l'Ammannato, pregando ciascheduno di loro il Duca di fare un modello a concorrenza di Baccio e che sua eccellenza si degnasse di dare il marmo a colui che nel modello mostrasse maggior virtù. Non negò il Duca a nessuno il fare il modello, né tolse la speranza che chi si portava meglio non potesse esserne il facitore. Conosceva il Duca che la virtù e 'l giudicio e 'l disegno di Baccio era ancora meglio di nessuno scultore di quelli che lo servivano, pure che egli avesse voluto durare fatica, et aveva cara questa concorrenza per incitare Baccio a portarsi meglio e fare quel che egli poteva. Il quale vedutasi addosso questa concorrenza ne ebbe grandissimo travaglio, dubitando più della disgrazia del Duca che d'altra cosa, e di nuovo si messe a fare modelli. Era intorno alla Duchessa assiduo, con la quale operò tanto Baccio, che ottenne d'andare a Carrara per dare ordine che il marmo si conducesse a Firenze. Arrivato a Carrara, fece scemare il marmo tanto, secondo che egli aveva disegnato di fare, che lo ridusse molto meschino e tolse l'occasione a sé et agli altri et il poter farne omai opera molto bella e magnifica. Ritornato a Firenze fu lungo combattimento tra Benvenuto e lui, dicendo Benvenuto al Duca che Baccio aveva guasto il marmo innanzi che egli l'avesse tocco. Finalmente la Duchessa operò tanto, che 'l marmo fu suo, e di già s'era ordinato che egli fusse condotto da Carrara alla marina e preparato gli ordini della barca che lo condusse su per Arno fino a Signa. Fece ancora Baccio murare nella loggia di piazza una stanza per lavorarvi dentro il marmo, et in questo mezzo aveva messo mano a fare cartoni, per fare dipignere alcuni quadri che dovevano ornare le stanze del palazzo de' Pitti. Questi quadri furono dipinti da un giovane chiamato Andrea del Minga, il quale maneggiava assai acconciamente i colori. Le storie dipinte ne' quadri furono la creazione d'Adamo e d'Eva e l'esser cacciati dall'Angelo di Paradiso; un Noè et un Moisè con le tavole, i quali finiti gli donò poi alla Duchessa cercando il favore di lei nelle sue difficultà e controversie. E nel vero se non fusse stata quella signora, che lo tenne in piè e lo amava per la virtù sua, Baccio sarebbe cascato affatto et arebbe persa interamente la grazia del Duca.

Servivasi ancora la Duchessa assai di Baccio nel giardino de' Pitti, dove ella aveva fatto fare una grotta piena di tartari e di spugne congelate dall'acqua, dentrovi una fontana, dove Baccio aveva fatto condurre di marmo a Giovanni Fancelli suo creato un pilo grande et alcune capre quanto il vivo, che gettano acqua, e parimente col modello fatto da se stesso per un vivaio un villano che vota un barile pieno d'acqua. Per queste cose la Duchessa di continovo aiutava e favoriva Baccio appresso al Duca, il quale aveva dato licenzia finalmente a Baccio che cominciasse il modello grande del Nettunno: per lo che egli mandò di nuovo a Roma per Vincenzio de' Rossi, che già s'era partito di Firenze, con intenzione che gli aiutasse condurlo. Mentre che queste cose si andavano preparando, venne volontà a Baccio di finire quella statua di Cristo morto tenuto da Niccodemo, il quale Clemente suo figliolo aveva tirato innanzi: perciò che aveva inteso che a Roma il Buonarroto ne finiva uno, il quale aveva cominciato in un marmo grande, dove erano cinque figure, per metterlo in S. Maria Maggiore alla sua sepoltura. A questa concorrenza Baccio si messe a lavorare il suo con ogni accuratezza e con aiuti, tanto che lo finì. Et andava cercando in questo mezzo per le chiese principali di Firenze d'un luogo dove egli potesse collocarlo e farvi per sé una sepoltura, ma non trovando luogo che lo contentasse per sepoltura, si risolvé a una cappella nella chiesa de' Servi, la quale è della famiglia de' Pazzi. I padroni di questa cappella pregati dalla Duchessa concessono il luogo a Baccio, senza spodestarsi del padronato e delle insegne che v'erano di casa loro e solamente gli concessono che egli facesse uno altare di marmo e sopra quello mettesse le dette statue e vi facesse la sepoltura a' piedi. Convenne ancora poi co' frati di quel convento dell'altre cose appartenenti allo ufiziarla. In questo mezzo faceva Baccio murare l'altare et il basamento di marmo, per mettervi su queste statue, e finitolo disegnò mettere in quella sepoltura, dove voleva esser messo egli e la sua moglie, l'ossa di Michelagnolo suo padre, le quali aveva nella medesima chiesa fatto porre, quando e' morì, in uno deposito; queste ossa di suo padre egli di sua mano volle pietosamente mettere in detta sepoltura, dove avvenne che Baccio, o che egli pigliasse dispiacere et alterazione d'animo nel maneggiar l'ossa di suo padre, o che troppo s'affaticasse nel tramutare quell'ossa con le proprie mani e nel murare i marmi, o l'uno o l'altro insieme, si travagliò di maniera, che sentendosi male et andatosene a casa et ogni dì più aggravando il male, in otto giorni si morì, essendo d'età d'anni settantadue, essendo stato fino allora robusto e fiero, senza aver mai provato molti mali mentre ch'e' visse. Fu sepolto con onorate essequie e posto allato all'ossa del padre nella sopra detta sepoltura da lui medesimo lavorata, nella quale è questo epitaffio:

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