Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)
- Автор: Вазари Джорджо
- Язык: итальянский
- Жанр: Картины, альбомы, иллюстрированные каталоги
Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:
Era fino al tempo di Leone X stato cavato a Carrara, insieme co' marmi della facciata di S. Lorenzo di Firenze, un altro pezzo di marmo alto braccia nove e mezzo e largo cinque braccia da piè. In questo marmo Michelagnolo Buonarroti aveva fatto pensiero di far un gigante in persona d'Ercole che uccidesse Cacco per metterlo in piazza a canto al Davitte gigante, fatto già prima da lui, per essere l'uno e l'altro Davitte et Ercole insegna del palazzo, e fattone più disegni e variati modelli, aveva cerco d'avere il favore di papa Leone e del cardinale Giulio de' Medici, perciò che diceva che quel Davitte aveva molti difetti causati da maestro Andrea scultore che l'aveva prima abbozzato e guasto. Ma per la morte di Leone rimase allora indietro la facciata di S. Lorenzo e questo marmo; ma di poi a papa Clemente essendo venuta nuova voglia di servirsi di Michelagnolo per le sepolture degli eroi di casa Medici, le quali voleva che si facessino nella sagrestia di San Lorenzo, bisognò di nuovo cavare altri marmi. Delle spese di queste opere teneva i conti e ne era capo Domenico Boninsegni; costui tentò Michelagnolo a far compagnia seco segretamente sopra del lavoro di quadro della facciata di San Lorenzo. Ma ricusando Michelagnolo e non piacendogli che la virtù sua s'adoperasse in defraudando il Papa, Domenico gli pose tanto odio, che sempre andava opponendosi alle cose sue per abbassarlo e noiarlo, ma ciò copertamente faceva. Operò addunque che la facciata si dimettesse e si tirasse innanzi la sagrestia, le quali diceva che erano due opere da tenere occupato Michelagnolo molti anni. Et il marmo da fare il gigante persuase il Papa che si desse a Baccio, il quale allora non aveva che fare, dicendo che Sua Santità per questa concorrenza di due sì grandi uomini sarebbe meglio e con più diligenza e prestezza servita, stimolando l'emulazione l'uno e l'altro all'opera sua. Piacque il consiglio di Domenico al Papa, e secondo quello si fece. Baccio, ottenuto il marmo, fece un modello grande di cera che era Ercole, il quale avendo rinchiuso il capo di Cacco con un ginocchio tra due assi, col braccio sinistro lo strigneva con molta forza, tenendoselo sotto fra le gambe rannicchiato in attitudine travagliata, dove mostrava Cacco il patire suo e la violenza e 'l pondo d'Ercole sopra di sé, che gli faceva scoppiare ogni minimo muscolo per tutta la persona. Parimente Ercole con la testa chinata verso il nimico appresso e digrignando e strignendo i denti, alzava il braccio destro e con molta fierezza rompendogli la testa gli dava col bastone l'altro colpo. Inteso che ebbe Michelagnolo che 'l marmo era dato a Baccio, ne sentì grandissimo dispiacere, e per opera che facesse intorno a ciò, non potette mai volgere il Papa in contrario, sì fattamente gli era piaciuto il modello di Baccio, al quale s'aggiugnevano le promesse et i vanti, vantandosi lui di passare il Davitte di Michelagnolo et essendo ancora aiutato dal Boninsegni, il quale diceva che Michelagnolo voleva ogni cosa per sé. Così fu priva la città d'un ornamento raro, quale indubitatamente sarebbe stato quel marmo informato dalla mano del Buonarroto. Il sopra detto modello di Baccio si truova oggi nella guardaroba del duca Cosimo et è da lui tenuto carissimo e dagli artefici cosa rara.
Fu mandato Baccio a Carrara a veder questo marmo et a' capomaestri dell'Opera di Santa Maria del Fiore si dette commessione che lo conducessino per acqua insino a Signa su per lo fiume d'Arno. Quivi condotto il marmo vicino a Firenze a otto miglia, nel cominciare a cavarlo del fiume per condurlo per terra, essendo il fiume basso da Signa a Firenze, cadde il marmo nel fiume, e tanto per la sua grandezza s'affondò nella rena, che i capomaestri non potettero per ingegni che usassero trarnelo fuora; per la qual cosa, volendo il Papa che 'l marmo si riavesse in ogni modo, per ordine dell'Opera, Piero Rosselli murator vecchio et ingegnoso s'adoperò di maniera, che rivolto il corso dell'acqua per altra via e sgrottata la ripa del fiume, con lieve et argani smosso lo trasse d'Arno e lo pose in terra, e di ciò fu grandemente lodato. Da questo caso del marmo, invitati alcuni, feciono versi toscani e latini ingegnosamente mordendo Baccio, il quale per esser loquacissimo e dir male degli altri artefici e di Michelagnolo, era odiato. Uno tra gli altri prese questo suggetto ne' suoi versi, dicendo che 'l marmo, poi che era stato provato dalla virtù di Michelagnolo, conoscendo d'avere a essere storpiato dalle mani di Baccio, disperato per sì cattiva sorte, s'era gittato in fiume. Mentre che 'l marmo si traeva dell'acqua e per la difficultà tardava l'effetto, Baccio misurando trovò che né per altezza, né per grossezza non si poteva cavarne le figure del primo modello, laonde, andato a Roma e portato seco le misure, fece capace il Papa, come era costretto dalla necessità a lasciare il primo e fare altro disegno. Fatti addunque più modelli, uno più degli altri ne piacque al Papa, dove Ercole aveva Cacco fra le gambe e presolo pe' capelli lo teneva sotto a guisa di prigione. Questo si risolverono che si mettesse in opera e si facesse. Tornato Baccio a Firenze, trovò che Piero Rosselli aveva condotto il marmo nell'Opera di Santa Maria del Fiore, il quale avendo posto in terra prima alcuni banconi di noce per lunghezza e spianati in isquadra, i quali andava tramutando secondo che camminava il marmo, sotto il quale poneva alcuni curri tondi e ben ferrati sopra detti banconi, e tirando il marmo con tre argani, a' quali l'aveva attaccato, a poco a poco lo condusse facilmente nell'Opera. Quivi rizzato il sasso, cominciò Baccio un modello di terra grande quanto il marmo, formato secondo l'ultimo fatto dinanzi in Roma da lui, e con molta diligenza lo finì in pochi mesi, ma con tutto questo non parve a molti artefici che in questo modello fusse quella fierezza e vivacità che ricercava il fatto, né quella che egl'aveva data a quel suo primo modello. Cominciando di poi a lavorare il marmo, lo scemò Baccio intorno intorno fino al bellico, scoprendo le membra dinanzi, considerando lui tuttavia di cavarne le figure che fussino appunto come quelle del modello grande di terra. In questo medesimo tempo aveva preso a fare di pittura una tavola assai grande per la chiesa di Cestello e n'aveva fatto un cartone molto bello, dentrovi Cristo morto e le Marie intorno e Niccodemo con altre figure, ma la tavola non dipinse per la cagione che di sotto diremo. Fece ancora in questo tempo un cartone per fare un quadro, dove era Cristo deposto di croce tenuto in braccio da Niccodemo e la madre sua in piedi che lo piangeva, et un Angelo che teneva in mano i chiodi e la corona delle spine; e subito messosi a colorirlo, lo finì prestamente e lo messe a mostra in Mercato Nuovo su la bottega di Giovanni di Goro orefice, amico suo, per intenderne l'opinione degli uomini e quel che Michelagnolo ne diceva. Fu menato a vederlo Michelagnolo dal Piloto orefice, il quale considerato che ebbe ogni cosa, disse che si maravigliava che Baccio sì buono disegnatore si lasciasse uscir di mano una pittura sì cruda e senza grazia; che aveva veduto ogni cattivo pittore condurre l'opere sue con miglior modo; e che questa non era arte per Baccio. Riferì il Piloto il giudizio di Michelagnolo a Baccio il quale, ancor che gli portasse odio, conosceva che diceva il vero. E certamente i disegni di Baccio erano bellissimi, ma co' colori gli conduceva male e senza grazia, per che egli si risolvé a non dipignere più di sua mano, ma tolse appresso di sé un giovane che maneggiava i colori assai acconciamente, chiamato Agnolo, fratello del Francia Bigio, pittore eccellente, che pochi anni innanzi era morto. A questo Agnolo disiderava di far condurre la tavola di Cestello, ma ella rimase imperfetta, di che fu cagione la mutazione dello stato in Firenze, la quale seguì l'anno 1527, quando i Medici si partirono di Firenze dopo il Sacco di Roma. Dove Baccio non si tenendo sicuro, avendo nimicizia particulare con un suo vicino alla villa di Pinzerimonte, il quale era di fazzion popolare, sotterrato che ebbe in detta villa alcuni cammei et altre figurine di bronzo antiche che erano de' Medici, se n'andò a stare a Lucca. Quivi s'intrattenne fino a tanto che Carlo V imperadore venne a ricevere la corona in Bologna; di poi fattosi vedere al Papa se n'andò seco a Roma, dove ebbe al solito le stanze in Belvedere. Dimorando quivi Baccio, pensò Sua Santità di satisfare a un voto il quale aveva fatto mentre che stette rinchiuso in Castel Sant'Agnolo; il voto fu di porre sopra la fine del torrione tondo di marmo, che è a fronte al ponte di Castello, sette figure grandi di bronzo di braccia sei l'una, tutte a giacere in diversi atti, come cinte da un Angelo, il quale voleva che posasse nel mezzo di quel torrione sopra una colonna di mischio et egli fusse di bronzo con la spada in mano. Per questa figura dell'Angelo intendeva l'angelo Michele, custode e guardia del Castello, il quale col suo favore et aiuto l'aveva liberato e tratto di quella prigione, e per le sette figure a giacere poste significava i sette peccati mortali, volendo dire che con l'aiuto dell'Angelo vincitore aveva superati e gittati per terra i suoi nimici, uomini scelerati et empi, i quali si rappresentavano in quelle sette figure de' sette peccati mortali. Per questa opera fu fatto fare da Sua Santità un modello, il quale essendole piaciuto ordinò che Baccio cominciasse a fare le figure di terra grande quanto avevano a essere, per gittarle poi di bronzo. Cominciò Baccio e finì in una di quelle stanze di Belvedere una di quelle figure di terra, la quale fu molto lodata. Insieme ancora, per passarsi tempo e per vedere come gli doveva riuscire il getto, fece molte figurine alte due terzi e tonde come Ercoli, Venere, Apollini, Lede et altre sue fantasie, e fattele gittar di bronzo a maestro Iacopo della Barba fiorentino, riuscirono ottimamente. Di poi le donò a Sua Santità et a molti signori, delle quali ora ne sono alcune nello scrittoio del duca Cosimo, fra un numero di più di cento antiche, tutte rare, e d'altre moderne.