Fanteria dello spazio [Starship Troopers - it]
- Автор: Хайнлайн Роберт Энсон
- Год: 1962
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Hilja Brinis
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Fanteria dello spazio [Starship Troopers - it]». Краткое содержание книги:
Vincitore del premio Hugo per il miglior romanzo in 1960.
Lo schedario del reggimento diceva che Dillinger ci apparteneva, perciò era nostro dovere prenderci cura di lui.
Quella sera marciammo fino allo spiazzo di parata a passo lentissimo (sessanta passi al minuto, un ritmo difficile da mantenere quando si è avvezzi a farne centoquaranta), mentre la banda suonava il Canto funebre per gli illacrimati. Poi Dillinger fu portato fuori, vestito da Fanteria spaziale mobile come noi, e la banda eseguì Danny Deever mentre gli venivano tolte tutte le insegne, perfino il berretto e i bottoni, lasciandolo in un abito marrone e azzurro chiaro che non era più una vera uniforme. I tamburi mantennero un ritmo sostenuto, e poco dopo tutto era finito.
Dopo essere stati passati in rivista, tornammo all’accampamento al piccolo trotto. Non credo che quella volta qualcuno sia svenuto o se ne sia andato con una sensazione di malessere. Tuttavia la sera mangiammo tutti pochissimo e la mensa non era mai stata tanto silenziosa. Ma, per macabro che fosse stato (era la prima volta che io vedevo la morte, ed era così per molti di noi), lo spettacolo dell’impiccagione non ci produsse il senso di dolorosa sorpresa che era seguito alla fustigazione di Ted Hendrick. Voglio dire che nessuno di noi si sentiva nei panni di Dillinger. A nessuno veniva da pensare: “Potrebbe toccare a me”. A prescindere dalla faccenda della diserzione, Dillinger aveva commesso almeno quattro crimini da pena capitale. Anche se la sua vittima non fosse morta, sarebbe stato impiccato ugualmente per uno qualsiasi degli altri tre: rapimento, ricatto, mancata assistenza.
Non provavo comprensione per lui, e continuo a non provarne. L’antico adagio “Capire significa perdonare” è una balla bella e buona. Certe cose, più le capisci, più ribrezzo ti fanno. La mia compassione andava tutta alla piccola Barbara Anne Enthwaite che io non avevo mai conosciuto, e ai suoi genitori, che non avrebbero rivisto mai più la loro bambina.
Quella sera, quando la banda ripose i suoi strumenti, iniziammo un lutto di trenta giorni per Barbara e per il disonore che ci aveva sfiorati: i nostri colori rimasero abbrunati, non eseguimmo musica alla rivista, non cantammo durante le marce. Solo una volta sentii un tale che si lamentava, e subito un altro fante gli chiese se voleva una scarica di pugni. Certo, non era stata colpa nostra, ma il nostro compito era anche quello di proteggere le bambine come Barbara, non di ucciderle. Il nostro reggimento era stato disonorato: dovevamo riabilitarlo. Sentivamo profondamente il peso della vergogna, e dovevamo dimostrarlo.
Quella notte cercai di immaginare come sarebbe stato possibile impedire che certi fatti succedessero. Naturalmente, oggi non accadono quasi più, ma anche uno ogni tanto è già troppo. Non trovai nessuna risposta soddisfacente. Quel Dillinger! Aveva una faccia uguale a quella di tutti gli altri, la sua condotta e i suoi precedenti non potevano essere tanto diversi dalla norma, se era arrivato al campo Arthur Currie. Forse era una di quelle personalità patologiche di cui si legge talvolta, che difficilmente, purtroppo, possono essere individuate in tempo.
Allora, se non era possibile impedire che un fatto simile capitasse una volta, bisognava almeno impedire che si ripetesse. C’era un modo solo, e l’avevamo usato.
Se Dillinger si rendeva conto di quello che stava facendo nel commettere quel crimine (il che sembrava incredibile), allora aveva avuto ciò che si meritava. Peccato solo che non avesse sofferto come la povera Barbara. Anzi, in pratica, non aveva sofferto affatto.
Ma supponendo, come pareva più probabile, che fosse stato tanto pazzo da non essersi mai reso conto del male che procurava, che cosa fare, in questo caso?
Be’, ai cani idrofobi si spara, no?
Sì, però la follia è una malattia vera e propria.
Mi sembrava che esistessero soltanto due possibilità. O Dillinger non poteva essere recuperato, e in questo caso era meglio che morisse per il bene suo e degli altri, o poteva essere curato e ricondotto alla ragione. In questa seconda ipotesi, secondo me, se fosse rinsavito al punto da reinserirsi nella società, la consapevolezza dell’orrore che aveva commesso da “malato” non lo avrebbe forse spinto al suicidio? Come avrebbe potuto continuare a vivere?
E se, per esempio, fosse fuggito prima di “guarire” e avesse commesso un altro crimine? E poi magari un terzo? Come spiegare l’accaduto ai genitori disperati? Con i precedenti che il colpevole aveva, poi.
Non trovavo che una sola risposta.
Poi mi venne in mente una discussione fatta in classe durante il corso di storia e filosofia morale. Il signor Dubois stava parlando dei disordini che avevano preceduto il crollo della Repubblica Nordamericana, nel tardo Ventesimo secolo. Stando alle sue parole, nel periodo immediatamente precedente alla “catastrofe”, i crimini come quello commesso da Dillinger erano comunissimi, all’ordine del giorno. Il terrore aveva regnato non solo nel Nordamerica, ma anche in Russia, nelle isole britanniche e in altri luoghi. Comunque, aveva raggiunto il culmine proprio nel Nordamerica, poco prima del crollo finale.
— Le persone normali — aveva detto Dubois — non osavano avventurarsi di sera in un parco pubblico. C’era il rischio di essere aggrediti da bande di adolescenti armati di catene, di coltelli, di armi fatte in casa se non addirittura di rivoltelle, di essere perlomeno feriti, quasi certamente rapinati, probabilmente riportando danni permanenti… o perfino uccisi. Le cose andarono avanti così per anni, proprio nel periodo che precedette la guerra tra l’Alleanza russo-anglo-americana e l’Egemonia cinese. L’omicidio, l’uso delle droghe, le aggressioni, le violenze e i vandalismi erano all’ordine del giorno. E tutto ciò non succedeva soltanto di notte nei parchi, ma anche alla luce del giorno per strada, nelle scuole, sui campi sportivi. Ma i parchi erano notoriamente luoghi pericolosi che le persone oneste evitavano quando faceva buio.
Avevo cercato di immaginare come cose del genere potessero accadere nella nostra scuola. Impossibile! E neppure nei nostri parchi. Un parco era fatto per lo svago, non per essere aggrediti. Quanto a rischiare addirittura di essere uccisi…
— Signor Dubois, ma non c’era la polizia? I tribunali? — chiesi.
— Polizia ce n’era più di oggi. E anche tribunali. Ma non erano mai sufficienti.
— Proprio non capisco! — Se un ragazzo della nostra città avesse commesso una cattiva azione, anche molto meno grave di quelle… misericordia! Lui e il padre sarebbero stati frustati insieme, sulla pubblica piazza. Ma ormai, di crimini non ne vengono più commessi nemmeno per sbaglio.
Poi il signor Dubois aveva aggiunto: — Definisci un “minore delinquente”.
— Mah, uno di quei ragazzi… quelli che un tempo picchiavano la gente.
— Sbagliato.
— Come? Ma il libro dice che…
— D’accordo, il libro dirà così, ma una gamba non diventa una coda solo perché la si chiama in quel modo. “Minore delinquente” è una contraddizione di termini; definisce solo il problema del soggetto e la sua incapacità di risolverlo. Hai mai allevato un cucciolo?
— Sì, professore.
— E sei riuscito a insegnargli i giusti comportamenti?
— Be’… sì. Con il tempo. — Era proprio per la mia lentezza nell’educarli che la mamma aveva sempre dichiarato che i cani non dovevano entrare in casa.
— Benissimo. Quando il tuo cucciolo faceva qualcosa di sbagliato, ti arrabbiavi?
— Come? No, non lo faceva apposta, era solo un cucciolo.
— E cosa facevi?
— Lo sgridavo, lo… gli facevo mettere il naso dentro e lo sculacciavo.
— Però lui non poteva capire quello che dicevi, vero?
— No, ma poteva capire dal tono che ero arrabbiato con lui.
— Ma se hai appena detto che non ti arrabbiavi!
Il signor Dubois aveva uno strano modo, molto irritante, di confondere le idee all’interlocutore. — No, ma dovevo fargli credere di essere arrabbiato. Doveva pure imparare, no?