Maestro del passato [Past Master - it]
- Автор: Лафферти Рафаэль Алоизиус
- Год: 1972
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- Переводчик: Сандро Сандрелли
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Maestro del passato [Past Master - it]». Краткое содержание книги:
— Alla terza saetta scendiamo! — urlò Evita a Thomas, con una voce talmente acuta da penetrargli nelle orecchie stordite. — Tu, Paul e io. Gli altri hanno già perso troppo sangue per farcela.
— Che cosa, mocciosa? Scendere ora, dove e come? — gracchiò Thomas, mentre veniva quasi sopraffatto e fatto a pezzi.
— Usa il cervello, Thomas, Ora o mai più. Sii uomo, e pensa come un uomo! Segui il tuo intuito quando arriva il momento, perché quel momento sarà più breve del lampo.
Una nuova saetta letteralmente bruciò loro gli occhi e li soffocò, come se i polmoni avessero respirato la sua luce abbagliante! Un tuono così possente da scaraventare al suolo tutti, uomini e macchine! E dopo quell’attimo la lotta riprese. Il ragazzo Adam morì in un glorioso turbinio di sangue, urlando la sua sfida. Era sempre stato in gamba nella morte, aveva detto Evita. Questione di esperienza.
Una seconda saetta piombò dal cielo e risalì nel medesimo istante dal Monte Corona! Le rocce si fusero nell’esplosione e ruscellarono come acqua. Il tuono penetrò in loro con un rombo mortale, torcendo e budella. E il monaco morì, abbattuto da un colpo tra la gola e la corazza. Morì gridando, ma non infelice. Era un brav’uomo.
— Adesso, secondo l’ordine di Melchisedec, sei prete per sempre — fu il requiem di Paul. — Attento alla tua sinistra, Maxwell! Oh, beh, pazienza… troppo tardi!
Nel buio incredibilmente profondo, il corpo di Maxwell era stato fracassato prima che l’avvertimento di Paul lo raggiungesse, e il suo spirito singolare era stato separato dal corpo. Pazienza, tanto Maxwell aveva il suo sistema per farsi vivo un’altra volta: era la sua specialità.
— Esita adesso e resterai qui per sempre — sussurrò Evita a Thomas. Questo era il momento in cui si poteva tentare anche la fuga più pazzesca.
Una terza saetta sprizzò tra il Monte Corona e il Monte Elettrico, accecando e paralizzando sia le macchine che gli umani. Giù, allora! Giù a folle velocità, dove un solo passo falso significava precipitare verso la morte.
Giù, mentre brillava una luce più accecante di qualsiasi oscurità; giù, approfittando di attimi più brevi della vita di un lampo. Giù, attraverso l’oscurità vera, densa e compatta. Giù, attraverso i rimbombi che stordiscono e fanno impazzire le sonde sensoriali e gli organi di senso. Giù come una goccia d’acqua, prima dell’esplosione catastrofica del tuono.
Poi, giù ancora per un minuto, un quarto d’ora, un’ora, scoperti e nuovamente perseguitati dagli inseguitori di ferro, ululanti.
Giù, lungo il pianoro sottostante, e poi giù ancora, mentre una parte dei Programmati li inseguiva da vicino e gli altri rimanevano sul luogo della trappola scattata intorno alla vetta, mutilando e registrando quanto era rimasto: tre umani morti, un ibrido morto (le registrazioni finali dichiaravano che aveva abbracciato all’ultimo momento la causa umana), una creatura che parlava sconnessamente, ma che non li interessava perché non rappresentava un pericolo, né per l’Ideale, né per nient’altro.
Ma tre delle prede erano riuscite a fuggire, precipitandosi giù per il pendio con decisione fulminea.
Pazienza. Se i Programmati non li avessero presi quella notte, lo avrebbero fatto domani. Intanto, gli Assassini che ancora li inseguivano non erano affatto decisi a mollarli.
Thomas, Paul, e la mocciosa impertinente Evita avevano tutti gambe robuste e disponevano di un irresistibile desiderio di sopravvivere. Non si trovavano più nel cuore della tempesta torreggiante e anche i loro sensi stavano risvegliandosi, dopo lo stordimento. Adesso il temporale era molto al di sopra di loro, e non erano più al centro dello spettacolo. Ma erano carichi di elettricità, e scintille scoccavano dal loro corpo. Erano luminescenti, circondati da una corona, da un’aureola di un blu elettrico. Risplendevano e sibilavano come spettri.
Arrivarono nelle distese incolte della savana alle prime luci dell’alba. Pioveva a torrenti, una pioggia catastrofica che faceva parte dell’equilibrio che conservava dorata Astrobia. Era una pioggia selvaggia che sembrava cadere da un abisso, un autentico diluvio.
Avevano marciato tutta la notte per sfuggire al diluvio; ogni ruscello si era trasformato in un fiume in piena. Era già l’alba prima che potessero vedersi in viso, e tutti e tre, Thomas, Evita e Paul avevano subito un profondo cambiamento. La montagna li aveva trasfigurati. Non erano più quelli di prima. Qualcosa di nuovo era stato marchiato a fuoco dentro di loro.
Attraversarono l’ultima delle zone incolte, avanzando in un’agonia di stanchezza e perdendo sangue, sempre inseguiti dagli Assassini meccanici (come lo sarebbero stati, del resto, per tutto il breve tempo che restava loro da vivere). I loro corpi emettevano ancora quella cupa luminescenza che li intorpidiva. Erano vivi, ma non del tutto. Portavano dentro di sé dei marchi roventi, e per quanto coraggiosi fossero, non potevano più essere completamente se stessi, erano segnati.
— In verità, è stato uno spettacolo che valeva la pena di vedere, almeno una volta — disse Thomas. — C’è uno scheletro robusto sotto la carne dorata di questo mondo, un midollo d’acciaio, un sangue verde cupo. E qualcos’altro, il vuoto. Ah, quei volti vuoti e ghignanti, lassù nel cielo, erano tutti i volti del Nulla!
— Non «su nel cielo» — lo corresse Evita. — «Giù nel cielo». Su Astrobia, noi siamo tutti con la testa all’ingiù, e quando eravamo sul monte abbiamo visto l’irrimediabile abisso del pozzo sconfinato.
Attraversarono così l’ultima delle zone incolte, seguiti da vicino, cacciati. La mattina dopo, molto presto, entrarono in Cathead dalla parte posteriore.
8. La nera Cathead
Già da parecchi giorni Thomas si trovava a Cathead. Evita e Paul lo avevano lasciato: avrebbero lavorato per lui, avevano detto. Kingmaker gli inviò un messaggio, intimandogli di ritornare subito a Cosmopoli: era tempo, diceva, che Thomas cominciasse la sua campagna elettorale, o che almeno si lasciasse esibire al popolo.
Thomas gli rispose dicendo che, poiché era in lizza per il posto di medico, intendeva esaminare la natura del male, almeno superficialmente. Aveva già visitato la striscia di Cathead che confinava col Barrio, e alcuni tortuosi sobborghi. Ora, doveva continuare lo studio direttamente sul corpo gigantesco dell’infermo, sulla pazza malattia che stava corrodendo la meravigliosa e razionale Astrobia. Doveva trovare il bandolo della matassa lì, in quella mostruosa, desolante città.
Cathead era anche più grande di Cosmopoli. Aveva una popolazione di venti e più milioni di abitanti. E aveva raggiunto questa cifra in soli vent’anni. Era una manifestazione della miseria umana su scala talmente grande da essere unica nel suo genere. Vista panoramicamente dall’esterno, Cathead si trovava di fronte al Mar di Stoimenof: era collegata sia col Canale Principale, sia col Canale Intercittadino, aveva a sua volta cento canali navigabili, e si trovava al centro di tutte le linee di comunicazione dell’Astrobia civile come un ragno colossale. Aveva un potenziale industriale poderoso e rumoroso, e non faceva niente per nasconderlo, a differenza delle Città Dorate. Era una città rabbiosa, nata dalla povertà più abbietta, in cui tutti i generi di consumo erano prodotti a un costo molto superiore a quello delle Città Dorate.
Era una città chiassosa, al centro d’un immenso frastuono di traffici, ma non produceva niente che non fosse prodotto anche in qualche altra parte di Astrobia, niente che non fosse già presente in abbondanza altrove. Cathead trattava tutti i tipi di prodotti estratti dal mare, perché i mari di Astrobia erano dei vasti serbatoi chimici più ricchi di quelli terrestri. Ma anche le altre città trattavano i prodotti del mare, e senza i metodi ripugnanti usati a Cathead.