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Il lungo ritorno [Homegoing - it]

Электронная книга - «Il lungo ritorno [Homegoing - it]». Краткое содержание книги:

Sono gli Hakh’hli. Sono alieni. Si nutrono di carne umana. Il lungo viaggio nello spazio era alla fine. Sandy, l’umano cresciuto su un’astronave degli extraterrestri Hakh’hli, era pronto al ritorno sulla Terra. Gli alieni erano animati dalle migliori intenzioni.. Solo la scienza Hakh’hli poteva risolvere il problema di trasformare i pianeti. I terrestri avevano bisogno di quel contatto. Ma c’era da fidarsi?
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Sandy annuì subito con entusiasmo; la giornata era stata effettivamente molto lunga per lui, non solo per il numero di cose che erano accadute, ma anche per il numero di ore che erano trascorse; le giornate terrestri di 24 ore erano decisamente più impegnative rispetto a quelle degli hakh’hli. — Però c’è ancora luce fuori — notò, indicando una finestra.

— Durante l’estate le giornate sono molto lunghe in questa parte del mondo — spiegò Marguery. — Infatti qui è normale che la gente vada a letto con il sole ancora alto nel cielo.

Ma Sandy non la stava più ascoltando. Si era avvicinato alla finestra, e la vista lo aveva lasciato letteralmente senza fiato. Il sole stava quasi tramontando, e il cielo era un vero e proprio ammasso di colori stupefacenti, con le soffici nubi che assumevano tinte dal bianco al rosa, dal malva all’arancione… — È meraviglioso! — esclamò Sandy.

— Sono solo nuvole — rispose Marguery. — Probabilmente fanno parte di quella tempesta che hai visto nel Commonwealth dell’Inuit. Non hai mai visto le nuvole prima d’ora? — aggiunse incuriosita.

— Non abbiamo nuvole nella nave hakh’hli — disse Sandy. — Figurati che non esiste nemmeno una parola in lingua hakh’hli per descriverle. Quando gli hakh’hli devono parlare delle nuvole, le chiamano “ita’hekh na’hnotta ‘ha”, che significa… vediamo un po’, uh, “particelle di fase liquida sospese in fase gassosa”.

— Molto interessante — disse Marguery. — Spero che in futuro mi insegnerai anche della altre parole hakh’hli.

— Con grande piacere — ribatté prontamente Sandy, poi si sorprese con uno sbadiglio. In effetti, forse aveva realmente sonno. — Potrò vederti anche domani? — domandò.

— Ma certo che mi vedrai, Sandy. Io sono la tua accompagnatrice personale. Mi vedrai tutti i giorni per un bel po’ di tempo.

Sandy si produsse in un grande sorriso di gratitudine. — Allora riportami all’hotel. Mangerò il latte coi biscotti assieme a Obie e Polly.

Poi, pensò, vi era anche un’altra cosa che voleva fare all’albergo. La poesia stava già prendendo forma nella sua mente.

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I fluorocarburi non si limitano a intrappolare il calore, ma danneggiano anche lo strato di ozono dell’atmosfera terrestre. Gli esseri umani sono consapevoli di questo fatto fin dalla metà del ventesimo secolo, ma naturalmente ciò non è stato sufficiente per convincerli a fare qualcosa per arrestare il processo. Gli umani hanno infatti continuato a produrre queste sostanze e a riversarle nell’atmosfera come se nulla fosse. In fondo, si guadagnavano un sacco di soldi, e apparentemente sulla Terra vigeva una filosofia del tipo “Meglio un dollaro oggi che una vita salvata domani”. Così, l’abbattersi dei raggi ultravioletti sull’indifesa superficie terrestre per circa tre quarti di secolo ha avuto effetti notevoli. Gli alberi dell’Alaska, quasi sempre coperti da nubi, si sono salvati (almeno nei punti in cui non è caduta troppa pioggia acida). Quelli dei limpidi cieli scandinavi invece non hanno avuto la stessa fortuna. La forza bruciante dei raggi del sole, combinata con quella dei violenti venti caldi, ha danneggiato le terre agricole più fertili che esistevano sulla Terra. Ciò nonostante, i terreni coltivabili rimasti risultano più che sufficienti a sfamare l’intera popolazione mondiale, ma questo solo grazie al fatto che i terrestri sono ora in numero decisamente inferiore rispetto a prima. I fattori che hanno portato a una diminuzione così sensibile della popolazione sono state le grandi inondazioni seguite allo sciogliersi dei ghiacci, la distruzione dello strato di ozono, le piogge acide, i forti venti e… Sì, c’è stato anche un altro fattore determinante. Si tratta di una cosa che ora non esiste più, poiché si è praticamente estinta da sola, ma ai suoi tempi era uno dei più efficaci regolatori dell’incremento della popolazione. Si trattava di una malattia; una malattia chiamata Aids.

Il mattino seguente, quando Marguery Darp bussò alla porta di Sandy, lo trovò già sveglio. A dir la verità Sandy era già sveglio da almeno due ore, e aveva trascorso quel tempo libero esplorando le varie novità contenute all’interno della sua stanza, provando gli strani strumenti del bagno e fissando incuriosito tutto ciò che era visibile al di fuori della finestra. Soprattutto, però, aveva trascorso il suo tempo preparando una sorpresa per Marguery.

Le sue intenzioni erano state quelle di consegnargliela non appena l’avesse vista, ma non ne ebbe la possibilità. Marguery infatti arrivò di tutta fretta, scusandosi per il ritardo, e lo trascinò subito con sé fino allo studio televisivo per un colloquio in diretta con la grande nave hakh’hli. Sandy quindi decise di rimandare a più tardi la sua sorpresa. In effetti poteva benissimo permettersi di rimandare quel piacere, dato che vi erano molte altre cose piacevoli da sperimentare nel corso di quella giornata. La seconda giornata di Sandy sulla Terra si prospettava infatti ancor più gioiosa della prima. Ora non aveva più tanta paura di sbagliare, soprattutto perché era finalmente riuscito a imparare almeno i rudimenti del comportamento umano. Aveva imparato l’uso dei bagni, l’uso degli ascensori e aveva persino imparato lo “shopping”. In più, nel corso della giornata avrebbe anche avuto l’occasione di dare alla donna che amava la sorpresa che teneva nascosta nella sua tasca.

Quando scesero nell’atrio dell’albergo, Sandy scoprì che i suoi compagni di coorte hakh’hli non condividevano affatto il suo stato di felicità. Polly e Obie si trovavano in piedi accanto ai loro accompagnatori personali, Hamilton Boyle e l’altra donna chiamata Miriam Zuckerman, e Obie stava lamentandosi apertamente. — Ho fame — dichiarò non appena vide arrivare Sandy. — Polly dice che non possiamo ancora consumare il nostro pasto principale, ma io sono sveglio da ore.

— Non è ancora il momento — intervenne Polly con tono severo. Era evidente, comunque, che anche Polly stesse soffrendo di quelle lunghissime giornate terrestri che sembravano non avere mai fine.

Obie non pareva affatto consolato da questa dichiarazione. — Avremmo dovuto iniziare ad allenarci a vivere con questi stupidi orari molto prima — dichiarò con voce lamentosa.

— Ti ci abituerai — lo rassicurò Sandy, anche se in verità anche lui era ben lontano dall’essersi abituato agli orari della Terra. Tuttavia, nel suo caso ciò non sembrava avere alcuna importanza. Si sentiva come se non avesse nemmeno bisogno di dormire. Quando Hamilton Boyle diede un’occhiata al suo orologio e disse che vi era abbastanza tempo per fare una “veloce colazione”, assentirono tutti prontamente.

Tuttavia, proprio mentre stavano per uscire dalla porta dell’albergo, Boyle fermò la comitiva allungando una mano. — Avete indossato i vostri cappelli? — domandò, passandoli in rassegna uno per uno. — Bene. C’è anche un’altra cosa, però. È assai probabile che i raggi ultravioletti non facciano per niente bene ai vostri occhi, quindi Miriam dovrebbe avere qualcosa per voi.

La donna di nome Miriam Zuckerman tirò fuori una serie di occhiali dalle lenti a specchio (li chiamò “occhiali da sole”) e ne consegnò un paio particolarmente grande a Sandy e altre due paia ancora più grandi costruite appositamente agli hakh’hli. Quelli per Polly e Obie erano dotati di un elastico da passare dietro la testa. Marguery aiutò Sandy a indossare i suoi, quindi si fermò a fissare il suo orecchio.

— Cos’è quell’aggeggio che hai nell’orecchio? — gli domandò.

— Penso che sia ciò che voi chiamereste un apparecchio acustico — rispose Sandy con un certo imbarazzo. — A dir la verità, sono un po’ sordo. Sai, fra l’atmosfera della nave hakh’hli e quella della Terra vi è una certa differenza, e nella nostra sezione della nave veniva mantenuta l’atmosfera terrestre. Così, fin da piccolo dovevo passare in continuazione dalla nostra sezione ad altre sezioni della nave, e per questo mi si sono rovinate le orecchie. Per fortuna, gli hakh’hli hanno costruito questo apparecchio per me.

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