Il fabbricante di universi
- Автор: Фармер Филип Хосе
- Год: 2011
- Язык: итальянский
- Год: Urania
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Il fabbricante di universi». Краткое содержание книги:
Il Mondo dei Livelli è una specie di gigantesca torre, i cui piani sono abitati da diverse civiltà. Nei piani inferiori vivono le più primitive mentre salendo diventano via via più progredite. In cima alla torre vive una specie di semidei, esseri umani in grado di fabbricare interi universi.
Wolff, con l’aiuto di un indigeno di nome Kickaha scopre di essere il creatore di quel mondo, e si trova a dover intraprendere una lotta per scacciare gli usurpatori e riprendere il proprio rango.
«Amico, mi piace il tuo stile» disse Kickaha. «Bene, andiamocene.»
Trovarono un uomo alto e allampanato, Wiwhin, che accettò con mille salamelecchi la loro proposta, quando Kickaha gli ebbe mostrato un topazio. Insistettero perché l’uomo non dicesse neppure alla moglie del suo viaggio: e l’uomo li condusse direttamente nella giungla. Conosceva i vari sentieri alla perfezione, e, come promesso, li condusse alla città di Cirruqshak in due giorni. Una volta giunto, domandò un altro gioiello, dicendo che non avrebbe detto niente a nessuno, se gli fosse stato concesso quel premio.
«Non ti avevo promesso nessun premio» disse Kickaha. «Ma mi piace lo spirito di libera impresa che ti anima, amico. Così, ecco un’altra gemma. Ma se cercherai di averne un’altra, ti ucciderò.»
Wiwhin sorrise e si inchinò e prese il secondo topazio e scomparve nella giungla. Kickaha, seguendolo con lo sguardo, brontolò:
«Avrei dovuto ucciderlo davvero. I Weezwart non hanno neppure la parola onore nel loro vocabolario.»
Penetrarono nelle rovine. Dopo mezz’ora di faticoso procedere tra i detriti, si trovarono nella parte della città che dava sul fiume. Qui erano radunati i Dholinz, una popolazione dello stesso ceppo linguistico dei Weezwart. Ma qui gli uomini avevano dei lunghi baffi cascanti, e le donne si dipingevano di nero il labbro superiore e portavano un anello al naso. Con essi c’era un gruppo di mercanti della terra che aveva dato a tutte le popolazioni di lingua Kamshem il suo nome. Non c’era nessun battello ormeggiato alla banchina. Kickaha, vedendo questo, si arrestò e fece per ritornare tra le rovine. Era troppo tardi, perché i Khamshem lo avevano visto, e stavano gridando qualcosa.
«Sarà meglio affrontarli» mormorò Kickaha a Wolff. «Se va male, scappa! Quei tipi sono trafficanti di schiavi.»
C’erano circa trenta Khamshem, tutti armati di pugnale e scimitarra. Inoltre, avevano una cinquantina di soldati, uomini alti dalle spalle larghe, di carnagione più chiara dei Khamshem, con il volto e le spalle ricoperti di tatuaggi. Quelli, disse Kickaha, erano i mercenari Sholkin di cui spesso si servivano i Khamshem. Erano lancieri famosi, gente di montagna, pastori di capre, nemici delle donne, buone solo ai lavori di casa, contadine, e madri.
«Non farti prendere vivo» fu l’ultimo consiglio di Kickaha, prima che il giovane avventuriero si avvicinasse con sorrisi e convenevoli al capo dei Khamshem. Questi era un individuo altissimo e muscoloso, chiamato Abiru. Aveva un volto che sarebbe stato bello se non fosse stato troppo largo e ricurvo come una scimitarra. Rispose a Kickaha con una certa cortesia, ma i suoi occhi neri li soppesarono come se essi fossero soltanto libbre di mercanzia commerciabile.
Kickaha gli raccontò la storia che aveva narrato ad Arkhyurel, ma l’abbreviò notevolmente, e lasciò fuori le pietre preziose. Disse che avrebbero aspettato l’arrivo di un mercantile che li potesse trasportare a Shiashtu. E che cosa andava facendo il grande Abiru?
(A questo punto, Wolff era riuscito, con la sua sbalorditiva facilità di apprendimento delle lingue, a impadronirsi del khamshem, tanto da comprendere quasi tutte le parole, se la conversazione si manteneva a un livello puramente colloquiale.)
Abiru rispose che, grazie al signore e a Tartartar, il suo viaggio d’affari era stato molto profittevole. Oltre i soliti tipi di schiavi, aveva catturato un gruppo di stranissime creature. E inoltre, una donna di incredibile bellezza, quale mai era stata vista. Non, per lo meno, su questo piano.
Il cuore di Wolff cominciò a battere più forte. Era mai possibile?
Abiru domandò se sarebbe stato di loro gradimento dare un’occhiata ai prigionieri.
Kickaha lanciò un’occhiata di avvertimento a Wolff, ma rispose che gli sarebbe assai piaciuto vedere le curiose bestie e la donna favolosamente bella. Abiru fece segno al capitano dei mercenari di avvicinarsi, e ordinò a lui e a dieci dei suoi uomini di accompagnarlo. Allora Wolff fiutò il pericolo di cui Kickaha era stato consapevole fin dall’inizio. Sapeva che avrebbero dovuto fuggire. anche se questo non sarebbe stato di molto giovamento. Sembrava che i Sholkin fossero abituati ad abbattere i fuggitivi con le loro lance. Ma desiderava disperatamente rivedere Chryseis. Dato che Kickaha non gli faceva alcun segno, Wolff decise di non agire di testa sua. Kickaha, dato che aveva una maggiore esperienza, probabilmente sapeva come meglio comportarsi.
Abiru, con piacevoli conversari sulle attrattive della capitale di Khamshein, li condusse lungo strade coperte d’erba, fino a un edificio enorme, circondato da statue in rovina. Si fermò davanti a una porta sorvegliata da altri dieci Sholkin. Anche prima di entrare Wolff capì che dentro c’erano i gworl. Al di sopra del puzzo di carne umana sudata e sporca si sentiva l’odore di frutta marcia delle creature bitorzolute.
La stanza nella quale entrarono era enorme e fredda e buia. Sulla parete opposta, acquattati sul sudiciume ammucchiato sul pavimento di pietra, c’era una fila di circa cento tra uomini e donne, e trenta gworl. Erano tutti uniti l’uno all’altro da lunghe e sottili catene d’acciaio, che passavano per dei collari d’acciaio stretti intorno al collo dei prigionieri.
Wolff cercò con lo sguardo Chryseis. Non c’era.
Abiru, rispondendo alla muta domanda, disse:
«Ho tenuto da parte la donna dagli occhi di gatto. Ha un’inserviente femmina, e una guardia speciale. Riceve tutta l’attenzione e la cura che si danno a un prezioso gioiello.»
Wolff non riuscì a frenarsi. Disse
«Mi piacerebbe vederla.»
Abiru lo guardò, e disse:
«Hai uno strano accento. Il tuo compagno non ha detto che anche tu vieni dalla terra di Shiashtu?»
Fece un segno ai soldati, che si fecero avanti, con le lance sollevate.
«Non importa. Se vedrai la donna, la vedrai attaccato a una catena.»
Kickaha gridò, indignato:
«Siamo soggetti alle leggi di Khamshem, e siamo uomini liberi! Non puoi farci questo. Ti costerà la testa, dopo certe torture legali, naturalmente!»
Abiru sorrise:
«Non intendo riportarti a Khamshem, amico. Stiamo andando a Teutonia, dove voi, essendo uomini forti, anche se un po’ troppo loquaci, sarete pagati bene. Del piccolo problema di cui ho parlato prima potremo occuparci con molta semplicità, tagliandovi la lingua.»
Ai due amici furono tolte le scimitarre e la borsa. Spinti dalle lance, si avvicinarono al termine della fila, subito dopo i gworl, e furono assicurati a dei collari di acciaio. Abiru, versando il contenuto della borsa sul pavimento, bestemmiò alla vista del mucchio di pietre preziose.
«Così avete trovato qualcosa, nelle città perdute! Una fortuna per noi. Sono quasi tentato di liberarvi… ma non lo farò… per avermi procurato un simile guadagno.»
«Quanto puoi sopportare?» brontolò in inglese Kickaha. «Parla come il cattivo di un film di terz’ordine. Accidenti a lui! Se ne avrò la possibilità, gli taglierò qualcosa di più della lingua.»
Abiru, soddisfatto della sua fortuna, se ne andò. Wolff esaminò la catena attaccata al collare di acciaio. Era fatta di piccoli anelli. Avrebbe potuto spezzarla, se l’acciaio non fosse stato di qualità eccezionale. Sulla Terra, di nascosto, si era divertito a spezzare catene di quel tipo. Ma non avrebbe provato fino a notte.
Accanto u lui, Kickaha mormorò:
«Con questo travestimento i gworl non ci riconosceranno: così lasciamo che le cose seguano il loro corso.»
«E il corno?» domandò Wolff.
Kickaha, parlando l’elaborato tedesco di Teutonia, cercò di iniziare una conversazione coi gworl. Dopo essere riuscito a stento a evitare una pioggia di saliva, rinunciò. Riuscì a parlare a un soldato Sholkin e ad alcuni degli schiavi umani. Da essi, ottenne delle informazioni.
I gworl erano stati passeggeri del Qaqiirzhub, capitanato da un certo Rakhhamen. Fermandosi a quella citta, il capitano aveva incontrato Abiru, e lo aveva invitato a prendere una tazza di vino a bordo. Quella notte (la notte prima del loro arrivo) Abiru e i suoi uomini si erano impadroniti del battello. Durante il combattimento, il capitano e parte dei suoi uomini erano stati uccisi. I superstiti erano attaccati alla lunga catena. Il battello aveva risalito il corso di un affluente del fiume, con equipaggio a bordo, per essere venduto a un pirata del fiume di cui Abiru aveva sentito parlare.