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Il fabbricante di universi

Электронная книга - «Il fabbricante di universi». Краткое содержание книги:

Il romanzo racconta la storia di Robert Wolff, insegnante universitario in pensione, che seguendo il rumore di uno squillo di tromba apre la porta del ripostiglio e si ritrova in un mondo fantastico, chiamato Mondo dei Livelli.
Il Mondo dei Livelli è una specie di gigantesca torre, i cui piani sono abitati da diverse civiltà. Nei piani inferiori vivono le più primitive mentre salendo diventano via via più progredite. In cima alla torre vive una specie di semidei, esseri umani in grado di fabbricare interi universi.
Wolff, con l’aiuto di un indigeno di nome Kickaha scopre di essere il creatore di quel mondo, e si trova a dover intraprendere una lotta per scacciare gli usurpatori e riprendere il proprio rango.
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Kickaha, servendosi dello H’vaizhum, la lingua delle popolazioni fluviali, mercanteggiò con gli anziani del villaggio. Vendette la coscia di un animale simile all’ippopotamo, che lui e Wolff avevano ucciso, e ne ebbe in cambio degli abiti Khamshem. I due uomini indossarono i turbanti verdi e rossi, adorni di penne di kigglibash, le camicie bianche senza maniche, i pantaloni purpurei e rigonfi, e le fasce di stoffa che dovettero arrotolare intorno alla vita innumerevoli volte, oltre le soffici scarpe nere dalle punte ricurve.

Malgrado la loro mente obnubilata da dhiz, gli anziani erano abili nel mercanteggiare. Finché Kickaha non ebbe estratto dalla borsa un minuscolo zaffiro… uno dei gioielli che gli erano stati donati da Podarge… non vollero vendergli le fondine tempestate di perle e le scimitarre.

«Credo che un battello debba passare presto» disse Kickaha. «O, almeno, lo spero. Adesso che sanno che ho delle gemme, potrebbero tentare di tagliarci la gola. Mi spiace, Bob, ma dovremo montare la guardia a intervalli, la notte. Questa gente ha la simpatica abitudine di mandare, molto spesso, i suoi serpenti a fare il loro sudicio lavoro.»

Ma quel giorno, un mercantile apparve sul fiume. Vedendo i due uomini in piedi sulla banchina marcita, che agitavano dei fazzoletti bianchi, il capitano ordinò di calare l’ancora e di ammainare le vele.

Wolff e Kickaha salirono sulla scialuppa che era venuta a prenderli, e furono portati a bordo del Khrillquz. Il battello era lungo una quindicina di metri, basso al centro ma con i castelli di prua e di poppa torreggianti, ed era a vela. I marinai erano quasi tutti della razza Khamshem chiamata Shibacub. Parlavano una lingua le cui caratteristiche Kickaha aveva già spiegato a Wolff. Wolff era sicuro che si trattasse di una forma arcaica di semitico, alterata dai linguaggi degli aborigeni.

li capitano. Arkhyurel, li accolse cordialmente sul cassero di poppa. Sedeva a gambe incrociate su una catasta di cuscini, e beveva da una bottiglia di vino nero.

Kickaha. presentandosi sotto il nome di Ishnaqrubel, gli fornì la storia che già aveva accuratamente elaborato. Lui e il suo compagno, che aveva fatto il voto di non parlare fino a quando non fosse ritornato da sua moglie, nella remota terra di Shiashtu, erano stati per diversi anni nella giungla. Avevano cercato la favolosa città perduta di Ziquooant.

Il capitano sollevò un sopracciglio, e si carezzò la lunga barba scura che gli scendeva fino alla cintola. Domandò loro di sedersi e di accettare una tazza di vino Akhashtum, mentre gli narravano la loro storia. Gli occhi di Kickaha brillarono, ed egli sorrise, iniziando il suo racconto. Wolff non lo comprendeva, ma era sicuro che il suo amico si divertiva infinitamente a narrare le sue menzogne lunghe, ricche di particolari e avventurose. Sperava che Kickaha non si lasciasse trasportare troppo dalla sua fantasia, fino a destare l’incredulità del capitano.

Le ore passarono, e il battello discendeva il corso del fiume. Un marinaio, che indossava solo un perizoma scarlatto, suonò dolcemente un flauto, a prua. Fu loro portato del cibo, in vassoi d’argento e d’oro: scimmia arrosto, uccello arrosto, del pane nero, e della gelatina. Wolff trovò il cibo troppo piccante, ma mangiò ugualmente.

Il sole si avvicinò ai margini della montagna, e il capitano si alzò. Li portò verso un tempietto, dietro il timone: vi si trovava un idolo di giada, Tartartar. Il capitano cantò una preghiera, la prima preghiera al Signore. Poi Arkhyurel si inginocchiò davanti al dio minore della sua nazione, e fece le riverenze. Un marinaio versò un po’ di incenso sul fuoco che ardeva nell’apertura praticata nel grembo di Tartartar. Mentre i fumi d’incenso si diffondevano nella nave, i compagni di fede del capitano pregarono. Più tardi, i marinai di religioni diverse avrebbero pregato i loro dèi.

Quella notte, i due dormirono sul ponte di mezzo, su una pila di pelli che erano state fornite dal capitano.

«Non posso dirti niente su Arkhyurel disse Kickaha.» Gli ho detto che non siamo riusciti a trovare la città di Ziquooant, ma che abbiamo scoperto un piccolo tesoro. Niente di clamoroso, ma sufficiente a farci vivere modestamente, senza preoccupazioni, al nostro ritorno a Shiashtu. Lui non mi ha chiesto di vedere le gemme, anche se gli ho promesso un grosso rubino come prezzo del passaggio. Questa gente prende tempo negli affari, cercare di affrettarli costituisce un insulto. Ma la sua avidità può vincere il suo senso dell’ospitalità e la sua etica degli affari, se crede di ottenere un grosso guadagno, tagliandoci la gola e gettando i nostri cadaveri nel fiume.

Si interruppe per un istante. Dai rami degli alberi che costeggiavano il fiume giungevano le strida di molti uccelli; di quando in quando, un grosso sauriano urlava dalla riva o dalle acque.

«Se ha intenzione di fare qualcosa di disonorevole, lo farà nei prossimi mille chilometri. È un tratto del fiume solitario; dopo, le città e i villaggi cominciano a infittirsi.»

La sera dopo, comodamente seduto, Kickaha donò al capitano il rubino, enorme e tagliato stupendamente. Con esso, Kickaha avrebbe potuto comprare il battello con i suoi uomini. Sperava che Arkhyurel ne fosse soddisfatto; il capitano, se voleva, poteva ritirarsi dagli affari, vendendo la gemma. Kickaha fece subito dopo ciò che avrebbe voluto evitare, ma che sapeva di dover affrontare. Mostrò il resto dei gioielli: diamanti, zaffiri, rubini, tormaline e topazi. Arkhyurel sorrise e si leccò le labbra e soppesò i gioielli per tre ore.

Quella notte, mentre riposavano sul ponte, Kickaha gli mostrò una carta geografica che aveva ottenuto dal capitano. Essa indicava una grande curva del fiume, e Kickaha indicò un circolo tracciato nella contorta scrittura Khamshem.

«La città di Khotsiqsh. Abbandonata dal popolo che l’ha costruita, come quella che abbiamo raggiunto prima di salire a bordo, e abitata da una tribù semiselvaggia, i Weezwart. Lasceremo la nave di nascosto, di notte, quando arriveremo in porto, e prenderemo una scorciatoia. Può darsi che siano in grado di intercettare la nave che trasporta i gworl. Se no, ce ne andremo lo stesso da questa nave. Prenderemo un altro mercantile. E se non ne troveremo nessuno, noleggeremo una nave con equipaggio Weezwart.»

Dodici giorni dopo, il Khrillquz gettò l’àncora davanti a una banchina massiccia, ma ricca di crepe. I Weezwart affollarono la banchina, gridarono in direzione dei marinai, e mostrarono loro giare di dhiz, uccelli parlanti dentro gabbie di legno, scimmie e artifatti, oggetti presi dalle città nascoste della giungla, e merci di ogni genere, tra i quali borsette fatte della pelle dei giganteschi sauriani del fiume, e mantelli di pelle di tigre e di leopardo. Avevano anche un piccolo divoratore, un animale che il capitano avrebbe potuto rivendere con un buon profitto al re Bashishub di Shibacub. Le loro merci più pregiate, comunque, erano le loro donne. Queste, rivestite da capo a piedi di abiti di cotone verde e scarlatto, sfilavano avanti e indietro sulla banchina. Aprivano per un istante le loro vesti, poi le richiudevano, gridando in continuazione il prezzo per una notte offerta ai marinai desiderosi di compagnia femminile. Gli uomini, che indossavano solo turbanti bianchi e perizoma, stavano in un angolo, masticavano dhiz, e sorridevano. Portavano tutti delle cerbottane lunghe due metri, e dei coltelli lunghi, sottili e ricurvi, infilati tra i capelli, che si intrecciavano elaboratamente sul capo.

Durante il mercato tra il capitano e i Weezwart. Kickaha e Wolff si insinuarono tra le rovine ciclopiche della città. Bruscamente, Wolff ruppe il silenzio:

«Hai i gioielli con te. Perché non prendiamo una guida Weezwart e ce ne andiamo subito? Perché aspettare fino a notte?»

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