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Il fabbricante di universi

Электронная книга - «Il fabbricante di universi». Краткое содержание книги:

Il romanzo racconta la storia di Robert Wolff, insegnante universitario in pensione, che seguendo il rumore di uno squillo di tromba apre la porta del ripostiglio e si ritrova in un mondo fantastico, chiamato Mondo dei Livelli.
Il Mondo dei Livelli è una specie di gigantesca torre, i cui piani sono abitati da diverse civiltà. Nei piani inferiori vivono le più primitive mentre salendo diventano via via più progredite. In cima alla torre vive una specie di semidei, esseri umani in grado di fabbricare interi universi.
Wolff, con l’aiuto di un indigeno di nome Kickaha scopre di essere il creatore di quel mondo, e si trova a dover intraprendere una lotta per scacciare gli usurpatori e riprendere il proprio rango.
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«Una pausa vitale!» gridò Kickaha. «Però, se non riusciamo a raggiungere i boschi prima che ci abbiano raggiunto di nuovo, sarà la fine per noi! Non continueranno più gli attacchi individuali. La prossima volta, sarà un assalto massiccio!»

I boschi che rappresentavano la salvezza sembravano più lontani che mai. Wolff pensò che il suo cavallo, benché fosse uno stupendo animale, non avrebbe mai potuto farcela. Il suo pelo era madido di sudore, e stava ansando pesantemente. E continuava a correre, motore perfetto di carne e spirito indistruttibili, che si sarebbe fermato solo quando il cuore gli si fosse spezzato in petto.

I Mezzi Cavalli stavano ora galoppando a tutta velocità, e riguadagnavano terreno a vista d’occhio. Pochi minuti dopo, erano già a tiro di freccia. Gli inseguiti lanciarono alcuni dardi, che si piantarono tra l’erba. Poi, i centauri si trattennero dallo scagliare frecce, considerando che la distanza era troppa per prendere decentemente la mira, in movimento e con un bersaglio in movimento. Improvvisamente, Kickaha emise un grido di gioia.

«Correte!» gridò, rivolto a tutti. «Che lo Spirito di Akjaw-Dimis vi sia propizio!»

Wolff non capì finché non guardò il punto indicato dal dito di Kickaha. Davanti a loro, seminascosti dall’erba alta, si trovavano centinaia e migliaia di monticelli di terra. Di fronte a essi sedevano delle creature che sembravano cani della prateria a strisce.

Il momento seguente vide gli Hrowakas entrare nella colonia, con i Mezzi C’avalli alle spalle. Grida e urla si levarono quando cavalli e centauri, posando gli zoccoli sui buchi, caddero a terra. Gli animali e i Mezzi Cavalli che erano caduti a terra si rotolavano, urlando per il dolore degli arti spezzati. I centauri che venivano subito dopo la prima ondata si fermarono, e quelli che venivano dopo si scontrarono con loro. Per un minuto, una massa di corpi a quattro zampe scalcianti e aggrovigliati si agitò ai margini del campo dei cani della prateria. I Mezzi Cavalli che avevano avuto la fortuna di trovarsi a una certa distanza si fermarono a guardare i loro compagni caduti. Poi procedettero cautamente, badando a dove mettevano gli zoccoli. Tagliarono, passando, la gola ai compagni con braccia e gambe spezzate.

Gli Hrowakas, sebbene consapevoli di quanto succedeva alle loro spalle, non erano rimasti a guardare. Procedettero, ma ad andatura ridotta. Ora erano rimasti dieci cavalli e dodici uomini; Ronzio d’Ape ed Erba Alta cavalcavano insieme a due compagni le cui cavalcature non si erano spezzate una gamba nel terreno insidioso dei cani della prateria.

Kickaha, fissandoli, scosse la testa. Wolff sapeva ciò che pensava l’amico. Avrebbe dovuto ordinare a Ronzio d’Ape e a Erba Alta di scendere e procedere a piedi. Altrimenti, non solo loro ma i due uomini che li avevano accolti in sella sarebbero stati sopraffatti. Poi Kickaha, dicendo: «All’inferno, non voglio abbandonarli!» si avvicinò a parlare brevemente alle due coppie, poi si riportò accanto a Wolff. «Se finisce per loro, finisce per tutti» disse lui. «Ma tu non devi restare con noi, Bob. La tua lealtà è riposta altrove. Non c’è ragione di sacrificarti per noi, perdendo Chryseis e il corno.»

«Io rimango» disse Wolff.

Kickaha sorrise, e gli diede una pacca sulla spalla.

«Speravo di raggiungere i boschi, ma non ce la faremo. Ci riusciremo quasi… ma non del tutto. Quando raggiungeremo quella collina alta, laggiù, a mezzo chilometro di distanza, saranno già piombati su di noi. Peccato. I boschi sono soltanto a mezzo chilometro di distanza dalla collina.»

La colonia dei cani della prateria scomparve bruscamente alle loro spalle come bruscamente era apparsa davanti a loro. Gli Hrowakas spinsero al galoppo i loro animali. Dopo un minuto, i centauri avevano superato indenni il campo, e anche loro avevano ripreso la piena velocità. Gli inseguiti salirono la collina, e si fermarono in cima, formando un circolo.

Wolff indicò, alle pendici della collina, un fiumiciattolo che interrompeva la pianura. Sul suo corso crescevano degli alberi. Sulla riva del fiume, seminascosti dagli alberi, rilucevano dei tepee bianchi.

Kickaha guardò a lungo, poi disse:

«I Tsenakwa. I mortali nemici del Popolo dell’Orso, come tutti, d’altronde.»

«Eccoli che arrivano» disse Wolff. «Devono essere stati avvertiti dalle sentinelle.»

Indicò un gruppo di cavallerizzi disorganizzati, che stavano uscendo dai boschi, mentre il sole splendeva sui loro cavalli bianchi, e sulle loro penne bianche, e traeva scintille dalle punte delle loro lance.

Uno degli Hrowakas, vedendoli, cominciò a cantare una canzone lamentosa. Kickaha gli gridò qualcosa, e Wolff capì abbastanza per scoprire che gli ordinava di tacere. Non era il momento del canto della morte; avrebbero potuto sconfiggere ancora i Mezzi Cavalli e i Tsenakwa.

«Stavo pensando di sostenere qui il nostro ultimo assalto» disse Kickaha. «Ma adesso ho cambiato idea. Ci dirigeremo verso i Tsenakwa, poi ci allontaneremo da loro e cercheremo di raggiungere i boschi lungo il fiume. La nostra riuscita dipende dalla decisione dei nostri nemici: se combatteranno, potremo salvarci. Se uno rifiuta, l’altro ci prenderà. In caso contrario… Andiamo!»

Spronarono i cavalli. Discesero le pendici della collina, puntando dritto sui Tsenakwa. Wolff si voltava di frequente, e vedeva i Mezzi Cavalli discendere la collina a loro volta, a tutta velocità.

Kickaha gridò:

«Non credo che lasceranno perdere. Ci saranno molte donne che si lamenteranno nelle loro tende, stanotte, ma non sarà solo nella Tribù dell’Orso!»

Ormai gli Hrowakas erano abbastanza vicini da scorgere gli ornamenti degli scudi dei Tsenakwa. Erano svastiche nere, un simbolo che Wolff non si stupì di vedere. La croce uncinata era antica e diffusissima sulla Terra: era conosciuta dai troiani, dai cretesi, dai romani, dai celti, dai normanni, dagli indiani, buddisti e bramini, dai cinesi, e in tutta l’America precolombiana. Né si stupì vedendo che gli indiani ostili avevano i capelli rossi. Kickaha gli aveva detto che i Tsenakwa si tingevano i capelli neri.

Sempre in una massa disordinata, ma più vicini tra loro, i Tsenakwa sollevarono le lance e alzarono il loro grido di guerra, l’imitazione del grido di un falco. Kickaha, in testa al gruppo, sollevò la mano, la tenne immobile per un momento, poi l’abbassò bruscamente. Il suo cavallo voltò a sinistra e corse via, e tutti i sopravvissuti del Popolo dell’Orso lo seguirono, sviluppandosi come un serpente.

Kickaha aveva agito all’ultimo momento, ma la sua scelta del tempo e della distanza era stata perfetta. Mentre i Mezzi Cavalli e i Tsenakwa si scontravano, e venivano coinvolti in un groviglio d’inferno, gli Hrowakas si allontanarono. Raggiunsero i boschi, rallentarono entrando tra gli alberi e gli arbusti, e poi guadarono il fiume. Eppure. Kickaha fu costretto a discutere con diversi guerrieri. Questi volevano discendere il fiume e andare a saccheggiare i tepec dei Tsenakwa, mentre i loro guerrieri erano impegnati contro i Mezzi Cavalli.

«La cosa mi pare sensata» disse Wolff, «solo se ci tratteniamo per il tempo necessario a impadronirci di qualche cavallo. Ronzio d’Ape ed Erba Alta non possono continuare così.»

Kickaha si strinse nelle spalle, e impartì gli ordini. Il saccheggio richiese cinque minuti. Gli Hrowakas tornarono ad attraversare il fiume, e uscirono dagli alberi per trovarsi tra i tepec dei nemici, emettendo urla selvagge. Le donne e i bambini gridarono e trovarono rifugio sugli alberi e nelle tende. Alcuni degli Hrowakas volevano non solo i cavalli, ma anche altro bottino. Kickaha disse che avrebbe ucciso con le sue mani il prime che avesse scoperto a rubare qualcosa di diverso da un arco e da delle frecce. Ma si piegò e si protese a baciare una donna bella ma battagliera.

«Di’ ai tuoi uomini che ti avrei portata a letto, e dopo tu saresti stata insoddisfatta per sempre degli imbelli maschi della tua tribù!» le disse Kickaha. «Ma abbiamo delle cose più importanti da fare!» Ridendo, lasciò andare la donna, che corse nella sua tenda. Si fermò quel che bastava a orinare nella grossa pentola al centro del campo, nella quale la tribù cuoceva i propri cibi: un atto che costituiva un insulto mortale. Poi, ordinò ai suoi uomini di partire.

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