Il fabbricante di universi
- Автор: Фармер Филип Хосе
- Год: 2011
- Язык: итальянский
- Год: Urania
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Il fabbricante di universi». Краткое содержание книги:
Il Mondo dei Livelli è una specie di gigantesca torre, i cui piani sono abitati da diverse civiltà. Nei piani inferiori vivono le più primitive mentre salendo diventano via via più progredite. In cima alla torre vive una specie di semidei, esseri umani in grado di fabbricare interi universi.
Wolff, con l’aiuto di un indigeno di nome Kickaha scopre di essere il creatore di quel mondo, e si trova a dover intraprendere una lotta per scacciare gli usurpatori e riprendere il proprio rango.
Sembrava che ci fossero delle aperture, all’interno della fossa. L’unica conclusione possibile era che Kickaha fosse finito in una di esse.
Il rumore delle voci si fece più forte, e si vide, in fondo, il chiarore delle torce. Non poteva sostare più a lungo. Doveva continuare. Lanciò la torcia dall’altra parte e saltò con tutte le sue forze. Cadde disteso, e le gambe annasparono sul bordo della fossa: ma era in salvo.
Raccolse la torcia, che era rimasta accesa, e prosegui. Al termine della galleria trovò una diramazione completamente ostruita dal pietrisco. La seconda era ostruita da un grosso macigno, ma c’era uno stretto pertugio, e, faticosamente, egli riusci a penetrarvi. Oltre l’apertura c’era un’immensa stanza, più grande di quella degli schiavi.
C’era una serie di rozze terrazze, formate dallo slittamento delle pietre, dalla parte opposta. Si arrampicò su di esse, e raggiunse un pertugio dal quale si vedeva la luce della luna. Era la sola via di scampo. Se i Sholkin stavano pattugliando il tetto dell’edificio, avrebbero visto la luce della sua torcia. Rimase immobile nell’apertura, in ascolto. Se la torcia era stata vista, sarebbe stato catturato al momento di uscire, e non avrebbe potuto difendersi. Alla fine, udendo solo delle grida lontane, e rendendosi conto che quella era la sola via d’uscita che gli veniva offerta, vi penetrò.
Era vicino alla cima della montagna di detriti che copriva la parte posteriore dell’edificio. Sotto di lui c’erano delle torce. Nella luce, si trovava Abiru, che agitava i pugni contro i soldati, e gridava.
Wolff guardò la terra che si trovava sotto i suoi piedi, immaginò la pietra e i passaggi che esistevano in essa, e il pozzo nel quale Kickaha si era sfracellato.
Sollevò la lancia e mormorò:
«Ave atque vale, Kickaha!»
Avrebbe voluto uccidere degli altri Sholkin… e soprattutto Abiru… per vendicare la morte di Kickaha. Ma doveva agire logicamente. C’era sempre Chryseis, e c’era il corno. Ma si sentiva stanco e svuotato, come se avesse perduto una parte della sua anima.
CAPITOLO XI
Quella notte, si nascose tra i rami di un alto albero che cresceva a una certa distanza dalla città. Aveva deciso di seguire i trafficanti di schiavi, e di salvare Chryseis e il corno alla prima opportunità. I mercanti di schiavi avrebbero dovuto prendere la strada vicino alla quale lui aspettava; era la sola che conducesse verso l’interno, a Teutonia. L’alba giunse e lui aspettava, assetato e affamato. A mezzogiorno, divenne impaziente. Non lo stavano certamente ancora cercando! A sera, decise che avrebbe dovuto almeno bere un po’ d’acqua. Discese dall’albero e si diresse verso un torrente. Un grugnito lo fece salire sull’albero più vicino. Una famiglia di leopardi stava avanzando tra gli arbusti. Gli animali si fermarono vicino al torrente, e cominciarono a bere. Quando ebbero terminato, e furono di nuovo scomparsi tra gli arbusti, il sole era già vicino ai margini della montagna.
Ritornò sulla pista, sicuro che i mercanti di schiavi non avrebbero potuto passare mentre lui si trovava vicino al torrente, senza che lui li avesse uditi. E non passò nessuno. Quella notte, tornò tra le rovine, e si avvicinò all’edificio dal quale era fuggito. Nessuno in vista. Ormai certo della partenza dei mercanti di schiavi, vagò tra i viali ricoperti di erbacce e tra le enormi macerie, fino a quando non si imbatté in un uomo seduto a terra, appoggiato al tronco di un albero. L’uomo era instupidito dal dhiz, ma Wolff lo risvegliò, schiaffeggiandolo violentemente. Puntandogli il coltello alla gola, Wolff gli estorse delle informazioni. Malgrado il suo limitato vocabolario Khamshem, e la sua ancor più incompleta conoscenza del Dholinz, riuscì a comunicare. Abiru e i suoi uomini erano partiti al mattino, su tre grosse canoe da guerra, con un equipaggio di rematori Dholinz assoldati sul posto.
Wolff stordì l’uomo con un pugno, e si avviò verso la banchina. Era deserta, e tutte le imbarcazioni erano a sua disposizione. Rubò un minuscolo battello a vela, e salpò quasi subito.
Tremila chilometri dopo, era sul confine tra Teutonia e il Khamshem civilizzato. Aveva percorso per cinquecento chilometri il fiume Guzirit, poi aveva proseguito a piedi. Avrebbe dovuto raggiungere la carovana, che procedeva lentamente, già da molto tempo: ma incidenti di vario genere, non esclusa la presenza di tigri e divoratori, gli avevano fatto perdere per tre volte la pista.
Gradualmente, il paesaggio saliva. Di colpo, un altipiano interruppe la giungla. Una scalata di appena duemila metri non era nulla per un uomo che per tre volte aveva scalato cime di dieci chilometri. Una volta in vetta, si trovò in un territorio diverso. Sebbene l’aria non fosse più fredda, ovunque crescevano querce, sicomori, castani, noci e così via. Anche gli animali erano diversi. Aveva percorso circa tre chilometri, nella penombra di una foresta di altissime querce, quando fu costretto a nascondersi.
Un drago gli passò lentamente vicino, lo guardò una volta, sibilò, e se ne andò per la sua strada. Aveva l’aspetto delle rappresentazioni convenzionali dell’Occidente, era lungo circa dieci metri, alto tre, ed era coperto di scaglie. Non lanciava fiamme. Si fermò anzi a trenta metri dall’albero su cui si era rifugiato Wolff, e cominciò a brucare l’erba. Wolff concluse che dovevano esistere almeno due tipi di draghi. Scendendo dal suo riparo, Wolff si chiese come avrebbe potuto fare a distinguere il tipo erbivoro da quello carnivoro, senza prima essere salito sul ramo più alto dell’albero più vicino. Il drago continuò a riempirsi la pancia, e, soddisfatto, ruttò rumorosamente.
Ancora più prudentemente di prima, Wolff avanzò tra gli altissimi tronchi e le cascate di muschio che formavano quella sinfonia di verde. L’alba del giorno seguente lo trovò ai margini opposti della foresta. Davanti a lui, il paesaggio era ondulato. Si poteva avere una visione di parecchi chilometri. Alla sua destra, sul fondo di una valle, scorreva un fiume. Dalla parte opposta, in cima a una collina impervia, sorgeva un castello. Ai piedi della collina c’era un minuscolo villaggio. Dai comignoli si alzava del fumo, e questo gli fece avvertire un morso allo stomaco. Quanto gli sarebbe piaciuto sedere accanto al fuoco, davanti a una tazza di caffè, insieme ad amici, dopo una buona notte di riposo! Dio! Quanto gli mancava un luogo in cui tutto non fosse contro di lui!
Il suo viso si bagnò di lacrime. Le asciugò, e proseguì per la sua strada. Aveva fatto la sua scelta, e doveva accettarne vantaggi e svantaggi, come avrebbe dovuto fare sulla Terra a cui aveva rinunciato. E quel mondo, per lo meno ora, non era poi tanto male. Era fresco e verde senza linee telefoniche, conti da pagare, giornali e lattine disseminate ovunque, senza fumo e senza paura della bomba. C’era molto da dire a suo favore, a prescindere dalle sue condizioni attuali. E lui aveva ottenuto quello per cui molti uomini avrebbero venduto la propria anima: la giovinezza e l’esperienza dell’età.
Appena un’ora dopo, si domandò se quel dono lui l’avrebbe potuto conservare. Stava percorrendo una stradicciola stretta e sporca, quando un cavaliere apparve da una curva, seguito da due armigeri. Il suo cavallo era nero e immenso e parzialmente corazzato da lamiere di ferro. Il cavaliere indossava una maglia di ferro nera che, secondo Wolff, somigliava a quella usata dai cavalieri tedeschi del tredicesimo secolo. L’elmo era sollevato, e rivelava un volto aguzzo, da falco, dai vividi occhi azzurri.
Il cavaliere fece arrestare il suo cavallo. Apostrofò Wolff in un tedesco arcaico che Wolff aveva imparato sia da Kickaha che dai suoi studi compiuti sulla Terra. Il linguaggio era, naturalmente, mutato, ed era pieno di corruzioni e di voci Khamshem: ma Wolff riuscì a comprendere quasi tutto ciò che l’inaspettato collega di viaggio gli stava dicendo.