Il fabbricante di universi
- Автор: Фармер Филип Хосе
- Год: 2011
- Язык: итальянский
- Год: Urania
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Il fabbricante di universi». Краткое содержание книги:
Il Mondo dei Livelli è una specie di gigantesca torre, i cui piani sono abitati da diverse civiltà. Nei piani inferiori vivono le più primitive mentre salendo diventano via via più progredite. In cima alla torre vive una specie di semidei, esseri umani in grado di fabbricare interi universi.
Wolff, con l’aiuto di un indigeno di nome Kickaha scopre di essere il creatore di quel mondo, e si trova a dover intraprendere una lotta per scacciare gli usurpatori e riprendere il proprio rango.
«Non dire niente» lo avvertì Kickaha. «Non so come diavolo tu abbia fatto a trovarmi, ma ne sono più che felice. Ci vediamo tra un istante. Sempre che ritorni indietro vivo. Quel funem Laksfalk è un osso duro.»
CAPITOLO XII
Si udì uno squillo di tromba. Kickaha cavalcò verso il punto indicato dai cerimonieri. Un prete dal cranio rasato e dalla lunga veste lo benedisse, mentre, dall’altra parte del campo, un rabbino stava dicendo qualcosa al barone funem Laksfalk. Il campione giudeo era un individuo robusto, che indossava un’armatura argentea, con un elmo a testa di pesce. Il suo cavallo era un superbo animale nero. La tromba squillò di nuovo. I due contendenti sollevarono le lance, in segno di saluto. Kickaha sollevò la lancia per un istante con la mano sinistra, mentre si segnava con la destra: per lui era un punto d’onore osservare rigidamente il protocollo religioso della popolazione tra la quale si trovava.
Un altro squillo di tromba fu seguito dal tuono degli zoccoli dei cavalli, e dalle grida degli spettatori. I due si scontrarono esattamente al centro del campo, come pure la lancia di ognuno si conficcò esattamente al centro dello scudo dell’altro. Caddero entrambi con un fragore che spaventò gli uccelli che cantavano sugli alberi vicini, come già era accaduto più volte nel corso della giornata. I cavalli rotolarono a terra.
Gli uomini dei due cavalieri accorsero sul campo, per sollevare i propri padroni e per portare via i cavalli, che si erano spezzato l’osso del collo entrambi. Per un attimo, Wolff pensò che il giudeo e Kickaha fossero entrambi morti, perché rimanevano immobili. Comunque, dopo essere stato riportato indietro, Kickaha riprese i sensi. Sorrise debolmente, e disse:
«Dovresti vedere l’altro.»
«Sta benissimo» disse Wolff, dopo avere dato un’occhiata all’altro accampamento.
«Peccato!» replicò Kickaha. «Speravo che avesse smesso di darci fastidio. Mi ha trattenuto per troppo tempo.»
Kickaha ordinò a tutti, meno che a Wolff, di lasciare la tenda. I suoi uomini parvero riluttanti a lasciarlo, ma obbedirono, dopo avere lanciato occhiate ammonitrici in direzione di Wolff. Kickaha disse:
«Stavo andando dal mio castello a quello di Von Elgers, quando sono passato accanto alla tenda del funem Laksfalk. Fossi stato solo, gli avrei fatto uno sberleffo e me ne sarei andato. Ma laggiù c’erano anche dei teutonici, e dovevo considerare anche i miei uomini. Non potevo permettermi di crearmi una reputazione di codardo; i miei stessi uomini mi avrebbero tirato in faccia uova marce, e avrei dovuto affrontare a singoiar tenzone tutti i cavalieri del paese, per provare il mio coraggio. Pensavo di non faticare troppo a far capire al giudeo chi fosse il migliore, e di poter proseguire in fretta.
«Non è andata così, invece. I cerimonieri mi hanno collocato al numero tre. Questo significa che dovevo affrontare tre uomini per tre giorni prima di arrivare allo scontro decisivo. Ho protestato, ma non c’è stato niente da fare. Così, imprecando, ho superato le prove. Hai visto il mio secondo scontro col funem Laksfalk. Siamo stati disarcionati entrambi anche al primo scontro. Ma è sempre più di quanto abbiano fatto gli altri. Sono furiosi perché un giudeo ha sconfitto tutti i teutonici, tranne me. Inoltre, quello ha già ucciso due avversari, e ne ha mutilato un altro irreparabilmente.»
Ascoltando Kickaha, Wolff gli aveva tolto l’armatura. Kickaha si sollevò bruscamente, grugnendo e ammiccando, e disse:
«Ehi, come diavolo sei arrivato qui?»
«Quasi esclusivamente a piedi. Ma pensavo che tu fossi morto.»
«Le previsioni non erano tanto sballate. Quando sono caduto in quella fossa, sono disceso su una lingua di roccia, a mezza strada dal fondo. La lingua di pietrisco si è spezzata, e ha dato il via a una piccola frana che mi ha seppellito sul fondo Ma non sono rimasto svenuto per molto, e lo strato di terriccio era sottile, così non sono asfissiato là sotto. Sono rimasto zitto e immobile per un bel pezzo, perché i Sholkin in quel momento stavano guardando nella fossa. Hanno anche scagliato una lancia sui fondo, ma mi ha mancato per un capello.
«Dopo un paio d’ore, sono riemerse. Ti assicuro che uscire da quel buco è stato un’imptesa. Il terriccio continuava a cedere sotto i piedi, e io continuavo a ricadere. Devo averci messo dieci ore, ma ho avuto fortuna. E adesso, come diavolo hai fatto tu a capitare qui, razza di filibustiere che non sei altro?»
Wolff glielo disse. Kickaha corrugò la fronte e disse:
«Così, avevo ragione a pensare che Abiru sarebbe andato da Von Elgers seguendo questo percorso. Senti, dobbiamo andarcene di qui, e presto. Che ne diresti di sistemare tu il giudeo?»
Wolff protestò, dicendo che lui non conosceva nulla delle regole cavalleresche, che ci voleva una viva intera per imparare. Kickaha rispose:
«Se dovessi incrociare la lancia con lui, ti darei ragione. Ma lo sfideremo a un duello alla spada, senza scudi. Lo sai, il duello alla spada non è una questione di perizia: ma di forza bruta, e direi che tu ne sei fornito abbondantemente!»
«Non sono un cavaliere. Gli altri mi hanno visto entrare come un volgare villico.»
«Idiota! Pensi che questi cavalieri non vadano in giro travestiti quasi sempre? Dirò loro che tu sei un saraceno, un pagano Khamshem, ma che sei un mio eccellente amico, che una volta io ho salvato da un drago, o da qualche altro pericolo del genere. Ci cascheranno tutti. Ti assicuro! Tu sei Wolff il Saraceno… c’è un cavaliere famoso che porta questo nome. Hai viaggiato travestito, sperando di trovarmi e di pagarmi il debito d’onore contratto quando io ti ho salvato dal drago. Sono troppo a malpartito per affrontare nuovamente il funem Laksfalk… e non dico bugie, sono veramente a pezzi!… e così tu accetti la sfida a nome mio.»
Wolff gli domandò con quale scusa avrebbe potuto rifiutarsi di usare la lancia.
Kickaha rise:
«Racconterò qualche frottola. Per esempio, possiamo dire che un cavaliere ladro ti ha rubato la lancia, e che tu hai giurato di non usarne più una, finché non avrai ritrovato la tua. Ci cascheranno subito. Non passano un’ora senza formulare qualche giuramento cretino. Si comportano come cavalieri della Tavola Rotonda del vecchio re Artù. Sulla Terra non sono mai esistiti dei cavalieri del genere, ma il Signore deve essersi divertito a farli agire come se fossero appena usciti da Camelot. Era un romantico, qualsiasi cosa tu possa dire contro di lui.»
Wolff disse di essere riluttante, ma che voleva guadagnare tempo, e che avrebbe fatto qualsiasi cosa per raggiungere la baronia di Von Elgers al più presto. L’armatura di Kickaha era piccola per Wolff, così fu portata l’armatura di un cavaliere giudeo che Kickaha aveva ucciso il giorno prima. I servi lo vestirono di maglia di ferro e di piastre azzurre, poi lo portarono fuori della tenda, al suo cavallo. Era una stupenda giumenta che era stata anch’essa del giudeo ucciso da Kickaha, un certo Ritter oyf Roytfeldz. Wolff montò in sella senza difficoltà. Gli era parso che l’armatura fosse tanto pesante da rendere necessaria una gru, per farlo salire sul quadrupede. Kickaha gli spiegò che forse un tempo era stato così, ma ora i cavalieri si servivano di piastre più leggere, e di una maglia di ferro più pesante.
L’araldo giudeo venne ad annunciare che il funem Laksfalk aveva accettato la sfida, malgrado la mancanza di credenziali del saraceno Wolff. Se il valente e onorevole predone barone Horst von Horstmann giurava su Wolff, questo bastava al funem Laksfalk. Il discorso era una formalità. Il campione giudeo non avrebbe pensato neppure per un momento di non accettare una sfida.
«La reputazione qui è la cosa più importante» disse Kickaha a Wolff. Zoppicando, era uscito dalla tenda, e dava le ultime istruzioni all’amico. «Amico, sono felice che tu sia arrivato. Non avrei sopportato un’altra caduta, e non avrei mai potuto ritirarmi.»