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L'ascesa dell'Ombra

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L'ascesa dell'Ombra
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Egeanin fissava il suolo, senza dubbio pensando all’Illianese che se ne andava. Nynaeve non aveva dimenticato che la donna lo aveva chiamato ‘un uomo ben fatto’. Aveva voglia di ridere. Era tutto a posto. Non appena Domon fosse stato in grado di salpare, l’odiato collare con i braccialetti sarebbe scomparso per sempre. Sarebbero potute andare a Tar Valon. E poi... di nuovo a Tear, o Ovunque fosse al’Lan Mandragoran. Affrontare Moghedien, rendendosi conto di quanto era stata prossima a essere uccisa o peggio, aumentava l’urgenza di vederlo. Un uomo che doveva dividere con una donna che odiava, ma se Egeanin poteva guardare dolcemente un uomo che una volta era stato suo prigioniero — e Domon senza dubbio la guardava con interesse — e se Elayne poteva amare un uomo che sarebbe impazzito, allora lei avrebbe potuto escogitare qualcosa per godersi quel che poteva avere da Lan.

«Vogliamo scendere e vedere come ‘Thera’ sta prendendo l’idea di essere una cameriera?» suggerì. Presto verso Tar Valon. Presto.

56

Occhidoro

La sala comune della locanda della Fonte del Vino era silenziosa se non per il rumore della penna di Perrin. Silenziosa e vuota se non per lui e Aram. La luce del tardo mattino creava delle piccole pozze sotto le finestre. Dalla cucina non proveniva odore di cibo, non c’erano fuochi accesi da nessuna parte del villaggio e anche i carboni fra le ceneri erano stati spenti. Non aveva senso lasciare un fuoco a portata di mano. Il Calderaio — a volte si chiedeva se era appropriato pensare ad Aram ancora a quel modo, ma un uomo non poteva smettere di essere quel che era, spada o no — stava in piedi davanti al muro accanto alla porta e guardava Perrin. Cosa si aspettava l’uomo? Cosa voleva? Intingendo la penna nella piccola boccetta d’inchiostro, Perrin ripose il terzo foglio e iniziò a scriverne un quarto.

Aprendo la porta con l’arco in mano, Ban al’Seen si passò un dito a disagio su e giù lungo il naso. «Gli Aiel sono tornati» annunciò con calma, ma i piedi si muovevano come se non potesse trattenerli. «I Trolloc stanno arrivando, da nord e sud. Migliaia, lord Perrin.»

«Non chiamarmi a quel modo» rispose Perrin assente, guardando corrucciato la pagina. Non aveva abilità con le parole. Certamente non sapeva come dire le cose nel modo elegante che piaceva alle donne. Tutto quello che poteva fare era scrivere quel che provava. Intingendo nuovamente la penna aggiunse alcune righe.

Non chiederò il tuo perdono per quello che ho fatto. Non so se puoi concedermelo, ma non lo chiederò. Per me sei più preziosa della vita. Non pensare mai che ti ho abbandonata. Quando il sole risplenderà su di te, sarà il mio sorriso. Quando sentirai la brezza che soffia fra i fiori del melo, sarà il mio sospiro che ti dice che ti amo. Il mio amore è tuo per sempre.

Perrin

Per un momento studiò ciò che aveva scritto. Non diceva abbastanza, ma doveva bastare. Non aveva le parole giuste come non aveva tempo.

Asciugando con cura l’inchiostro con la sabbia ripiegò le pagine. Aveva quasi scritto ‘Faile Bashere’ sull’esterno prima di correggerlo con ‘Faile Aybara’. Si rese conto che non sapeva nemmeno se una moglie acquisiva il cognome del marito, in Saldea; in alcuni posti non accadeva. Be’, lo aveva sposato nei Fiumi Gemelli, avrebbe dovuto adeguarsi agli usi dei Fiumi Gemelli.

Piazzò la lettera al centro della mensola sul camino — prima o poi l’avrebbe avuta — e sistemò l’ampio nastro rosso di matrimonio dietro al colletto per poter mettere bene i risvolti. Doveva portarlo per sette giorni, un annuncio per tutti che si era sposato di fresco.

«Ci proverò» si rivolse teneramente alla lettera. Faile aveva cercato di legargli un nastro fra la barba, desiderava averla lasciata fare.

«Chiedo scusa, lord Perrin?» disse Ban, ancora cambiando ansiosamente posizione. «Non ho sentito.» Aram si mordeva il labbro, gli occhi sgranati e spaventati.

«È tempo che mi occupi delle faccende quotidiane» osservò Perrin. Forse la lettera l’avrebbe raggiunta. In qualche modo. Prese l’arco dal tavolo e se lo mise a tracolla. Ascia e faretra erano già appese alla cintura. «E non chiamarmi a quel modo!»

I Compagni si erano riuniti davanti alla locanda sui cavalli, Wil al’Seen con quella stupida bandiera con la testa di lupo, la lunga asta appoggiata nella staffa. Quanto tempo era passato dal giorno in cui Wil si era rifiutato di portare quella cosa? I sopravvissuti fra quelli che si erano uniti a lui dal primo giorno adesso si contendevano quell’incarico. Wil con l’arco a tracolla e la spada al fianco sembrava orgoglioso come un idiota.

Mentre Ban montava a cavallo, Perrin lo sentì dire: «L’uomo è freddo come uno stagno in inverno. Come il ghiaccio. Forse oggi non sarà così brutto.» Gli prestò attenzione a malapena. Le donne erano riunite sul prato comune.

Creavano un cerchio di cinque o sei linee attorno all’alto palo dove la bandiera più grande con la testa di lupo sventolava nella brezza. Cinque o sei file, spalla a spalla, con le lance ricavate dai falcetti, i forconi e le asce. Grossi coltelli da cucina e anche mannaie.

Con un nodo in gola montò in groppa a Stepper e cavalcò verso di loro. I bambini erano una massa fitta all’interno del circolo delle donne. Tutti i bambini di Emond’s Field.

Cavalcando lentamente lungo i ranghi sentì gli occhi delle donne che lo seguivano e anche quelli dei bambini. Odore di paura e preoccupazione. I bambini la mostravano sui visi fin troppo pallidi, ma tutti emanavano quell’odore. Fece fermare il cavallo davanti a Marin al’Vere, Daise Congar e il resto delle Donne della Cerchia riunite. Alsbet Luhan aveva uno dei martelli del marito appoggiato su una spalla e l’elmetto dei Manti Bianchi guadagnato la notte del salvataggio leggermente inclinato per via della spessa treccia. Neysa Ayellin impugnava un coltello da cucina dalla lama lunga e ne aveva altri due infilati dietro la cintura.

«Abbiamo progettato tutto» disse Daise guardandolo come se si aspettasse una discussione e non intendesse permetterla. Lei impugnava un forcone legato a un’asta lunga circa novanta centimetri più di lei, dritta davanti ai piedi. «Se i Trolloc irrompono da qualche parte voi uomini sarete impegnati, per cui noi porteremo in salvo i bambini. I più grandi sanno cosa fare e hanno tutti giocato a nascondino nella foresta. Solo per tenerli al sicuro fino a quando potremo uscire nuovamente.»

I più grandi. Ragazzi e ragazze di tredici e quattordici anni avevano i piccolini legati dietro la schiena e un bambino per mano. Le ragazze più grandi si trovavano fra i ranghi delle donne, Bode Cauthon aveva un’ascia fra le mani, la sorella Eldrin una lancia per la caccia al cinghiale dalla punta larga. I ragazzi più grandi erano con gli uomini o sui tetti di paglia con gli archi in mano. I Calderai stavano con i bambini. Perrin lanciò un’occhiata ad Aram in piedi sulle staffe. Non avrebbero combattuto, ma ogni adulto aveva due bambini legati dietro la schiena e un altro fra le braccia. Raen e Ila, che si abbracciavano, non lo guardarono. Solo per mantenerli al sicuro fino a quando sarebbero potuti uscire.

«Mi dispiace.» Dovette fermarsi per schiarirsi la gola. Non avrebbe voluto giungere a questo punto. Anche pensando al massimo non gli veniva in mente nulla che avrebbe potuto fare. Consegnarsi ai Trolloc non li avrebbe fermati dall’uccidere e incendiare. La fine sarebbe stata la stessa. «Non è stato giusto quello che ho fatto a Faile, ma ho dovuto. Vi prego di capirmi. Dovevo.»

«Non essere sciocco Perrin» puntualizzò Alsbet, la voce enfatica ma il viso che sorrideva calorosamente. «Non tollero quando ti comporti da sciocco. Credi che ci saremmo aspettati da te qualcosa di diverso?»

Con una mannaia pesante in mano Marin si allungò per battergli sul ginocchio amichevolmente con l’altra. «Ogni uomo per cui vale la pena cucinare un pasto avrebbe fatto lo stesso.»

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