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La genesi della specie [Hominids - it]

Электронная книга - «La genesi della specie [Hominids - it]». Краткое содержание книги:

Durante un esperimento di calcolo quantistico Ponter Boddit, uno scienziato Neandertal, supera accidentalmente le barriere che separano il suo mondo da quello della specie umana e si ritrova in un universo parallelo, che gli appare carico di contraddizioni e di ambiguità. Messo in isolamento, l'alieno diviene un oggetto di studio per un gruppo di ricercatori ed esperti, e un'attrazione irresistibile per i media e per i politici delle varie nazioni, che ne reclamano l'ideale proprietà. Nello stesso tempo, nella dimensione dei Neandertal, il compagno di Ponter, Adikor Huld, viene accusato del suo omicidio. Riuscirà a provare la propria innocenza, pur non potendo neppure immaginare quanto gli è accaduto?
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L'enorme sopracciglio di Ponter si arcuò sulla fronte spaziosa. «Sì» disse Hak parlando di nuovo in sua vece. «Dove? Dove andare?»

Reuben si grattò la testa rasata: «Questa è una bella domanda.»

«Lontano» disse Hak. «Lontano.»

«Vuoi andare via lontano da qui?» si stupì Reuben. «Perché?»

«Il… il…» ad Hak mancò la voce, ma Ponter alzò una mano a coprire il suo enorme naso: forse l'equivalente neandertaliano per comunicare la presenza di qualche odore cattivo.

«L'odore?» gli chiese Reuben, che annuì e si rivolse a Louise. «Con una proboscide come quella non mi stupisce che abbia un olfatto così fine. Anche a me dà fastidio la puzza di ospedale, anche se dovrei esserci abituato.»

«Non avete scoperto da dove può essere venuto?» gli chiese Louise continuando a osservare il Neandertal.

«No.»

«E se venisse da qualche mondo parallelo?» disse con semplicità la ragazza.

«Cosa? Oh, andiamo.»

Louise si strinse nelle spalle. «Da dove altro può essere saltato fuori?»

«Be', questa è una buona domanda, ma…»

«E se venisse da un mondo parallelo al nostro? Supponiamo che lì non esistano motori a combustione interna o tutte quelle cose che avvelenano la nostra aria. Se anche noi avessimo avuto degli olfatti così sensibili non avremmo adottato tecnologie che producono i fetidi odori che ci sommergono.»

«Molto probabile, ma da qui a dire che il nostro amico proviene da un altro universo ce ne passa.»

«Comunque sia,» disse Louise spostando dagli occhi una ciocca dei lunghi capelli castani «sembra proprio che non veda l'ora di allontanarsi dalla civiltà, magari per andare in qualche posto dove l'aria non è così cattiva.»

«Be', potrei prendere qualche giorno di ferie» rifletté Reuben. «Il bello dell'essere il medico in una società è che puoi firmarti le ferie da te. Mi piacerebbe moltissimo continuare a lavorare con lui.»

«Anche io sono libera, finché non riaprono l'osservatorio.»

Reuben provò un tuffo al cuore. Maledizione, si sentiva ancora un segugio da caccia. Che stupido, sicuramente la ragazza pensava di unirsi a loro solo per un interesse scientifico. Eppure, sarebbe stato magnifico trascorrere più tempo con lei; aveva un modo di parlare incredibilmente sexy.

«Mi chiedo se le autorità lo vorranno tutto per loro» disse Reuben.

«È qui solo da un giorno, e scommetto che a Ottawa ancora nessuno ha preso la faccenda sul serio. Per loro si tratta solo di un'ennesima inchiesta nazionale. Non è che gli agenti federali e i militari si fanno vivi ogni volta che qualcuno afferma di aver avvistato un UFO. Sono convinta che non hanno nemmeno cominciato a pensare che questa storia potrebbe essere vera.»

Gli odori sono davvero insopportabili, pensò Ponter guardando Lou e Reuben. Ai suoi occhi i due contrastavano fortemente: l'uomo con la pelle scura, completamente calvo; la donna con la pelle molto chiara, più della sua, e con una folta massa di capelli cascanti sulle spalle minute.

Era ancora confuso e spaventato, e ogni volta che Hak ne percepiva l'agitazione gli mormorava parole tranquillizzanti. Senza il suo aiuto sarebbe certo impazzito.

Era accaduto tutto in così breve tempo! Appena ieri mattina si era svegliato nel suo letto accanto ad Adikor, aveva dato da mangiare al cane, era andato al lavoro…

E adesso eccolo , dovunque fosse quel posto. Hak aveva ragione: quella doveva essere la Terra. Aveva sempre sospettato che negli infiniti recessi dello spazio potessero esserci altri pianeti abitabili, ma lì il suo peso era lo stesso di quello di casa, e l'aria era respirabile… per lo meno nella misura in cui la cucina del suo amato Adikor era commestibile! In realtà era piena di effluvi nauseabondi, tanfi che sapevano di frutta, di gas, di agenti chimici, e altri ancora che non riusciva a identificare. Anche se, doveva ammettere, quell'aria lo manteneva in vita, e il cibo che gli avevano dato era quasi del tutto compatibile con il suo apparato digerente.

La Terra, quindi. Sicuramente non la Terra del passato. Nel suo mondo c'erano delle zone non ancora esplorate, soprattutto nelle regioni equatoriali, ma, come aveva sottolineato Hak, la vegetazione che avevano notato era la stessa di quella di Saldak, il che rendeva improbabile che si trovassero in un altro continente o nell'emisfero meridionale. E anche se il clima era caldo, molti degli alberi che avevano visto erano caducifogli, quindi non potevano trovarsi nella zona equatoriale.

E se fosse stato proiettato nel futuro? Ma no. Se la sua specie fosse scomparsa per una qualche incomprensibile ragione, non sarebbero certo stati i Gliksins a prenderne il posto. I Gliksins erano estinti, e una loro ricomparsa sarebbe stata altrettanto improbabile di quella dei dinosauri.

Ma se quella non solo era la Terra, ma la stessa parte della Terra da dove veniva lui, allora dov'erano finiti tutti gli stormi di colombe migrataci? Da quando era lì non ne aveva vista nemmeno una. Forse il veleno che inquinava l'aria le aveva fatte fuggire.

Ma no.

No.

Quello non era né il futuro né il passato. Era il presente: un mondo parallelo, dove, incredibilmente, malgrado l'innata stupidità, i Gliksins non erano estinti.

«Ponter.» Era la voce di Reuben.

Alzò lo sguardo, con un'espressione smarrita, come per una fantasticheria infranta. «Sì?»

«Ponter, ti porteremo da qualche altra parte. Ancora non so dove. Ma be', tanto per cominciare, ti porteremo fuori di qui. Se vuoi, ehm, puoi venire a stare da me.»

Ponter piegò la testa da un lato mentre ascoltava la traduzione di Hak. Sembrava perplesso; probabilmente Hak non sapeva come rendere tutte le parole.

«Sì» disse infine. «Andare via da qui.»

Reuben gli fece segno di precederlo.

«Aprire la porta» disse Ponter con evidente piacere mentre spalancava la porta della stanza. «Attraversare» disse facendo seguire il gesto alle parole. Quindi si fermò ad aspettare Reuben e Louise. «Chiudere la porta» disse chiudendola dietro di sé. E poi fece un sorriso enorme, largo quasi trenta centimetri. «Ponter via.»

19

Seguendo le istruzioni del dottor Singh, Reuben Montego, Louise Benoìt e lo straordinario ospite arrivarono senza intoppi all'automobile che il dottore aveva parcheggiato nel garage riservato al personale dell'ospedale, una SUV color vinaccia, con la verniciatura scheggiata dal pietrisco della strada che portava alla miniera. Ponter si sdraiò sul sedile posteriore, coprendosi il viso con una copia aperta del Sudbury Star. Louise, che si era recata a piedi all'ospedale, si accomodò davanti. Aveva accettato l'invito a pranzo di Reuben, che si era offerto di riaccompagnarla a casa nel pomeriggio.

La radio era sintonizzata sulla stazione CJMX, che trasmetteva It's raining man nella versione di Geri Halliwell. «Allora,» disse Reuben lanciando un'occhiata alla ragazza «convincimi pure. Perché pensi che Ponter provenga da un mondo parallelo?»

Louise increspò un attimo le labbra — Dio, pensò Montego, è davvero fantastica — prima di chiedergli: «Come sei messo in fisica?»

«Fisica? Le nozioni base della scuola superiore. Oh, ho comprato una copia della Breve storia del tempo quando Stephen Hawking è venuto a Sudbury, ma l'ho appena sfogliata.»

«Ho capito,» disse Louise mentre Reuben svoltava a destra «lascia che ti faccia una domanda. Cosa succede se si spara un singolo fotone contro una barriera con due fenditure, dietro la quale c'è un pezzo di pellicola fotografica su cui vengono registrate le figure di interferenza?»

«Non lo so» rispose Reuben sincero.

«Be', una delle interpretazioni è che il singolo fotone si trasforma in un'onda di energia e, quando colpisce il muro, nelle fenditure si crea un nuovo fronte di onde, che provoca la classica interferenza, con picchi e minimi d'onda che si amplificano o si neutralizzano a vicenda.»

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