La vendetta di Orion [Vengeance of Orion - it]
- Автор: Бова Бен
- Серия: Orion (it) #2
- Год: 1989
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Anna Maria Cossiga
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «La vendetta di Orion [Vengeance of Orion - it]». Краткое содержание книги:
Ulisse ci fece ottenere una fragile imbarcazione di canne, e io pagaiai nella forte corrente mentre Polete svuotava l’acqua. Il punto era vedere se il nostro vascello che imbarcava acqua sarebbe affondato prima di raggiungere l’altra riva. Ce la facemmo, ma proprio per miracolo.
La notte era scura; la luna non era ancora sorta. Piccoli banchi di nebbia stavano arrivando dal mare.
— Una notte per fantasmi e dèmoni — sussurrò Polete.
Ma il mio sguardo era sulla riva opposta del fiume, dove brillavano i fuochi troiani.
— Lascia perdere fantasmi e dèmoni — gli risposi sussurrando anch’io. — Stai attento invece che non ci siano vedette e sentinelle troiane.
Avevo una nuova spada al fianco e un mantello blu scuro sulle spalle. Polete aveva solo un piccolo coltello da caccia; non era bravo con le armi, diceva. Anche lui aveva un mantello che lo riparava contro il gelo della notte, e portava un piccolo zaino di carne secca e pane e una borraccia di pelle con il vino.
Io avevo al polso sinistro una leggera fascia di rame con la copia dell’accordo tra il Sommo Re Hatti e Agamennone. Sembrava un comune bracciale, ma era tutto inciso a caratteri cuneiformi. Bastava solo farla rotolare su una lastra di creta umida e il documento si sarebbe riprodotto.
Passammo le ore più buie della notte costeggiando la riva del fiume, risalendo verso l’entroterra oltre la pianura di Ilio e la città di Troia. Nell’oscurità i fitti cespugli si avviluppavano ai nostri piedi, facendoci rallentare. Cercavamo di muoverci in silenzio, ma spesso dovevamo tagliare i rami coperti di foglie. Quando la luna sbucò sopra le lontane montagne, stavamo scalando le pendici della prima delle colline. Potevo vedere il limitare delle foreste davanti a me, querce, frassini, faggi e larici, argentei e silenziosi nella luce della luna. Più su, pini scuri e abeti rossi dritti e alti. I cespugli si erano ormai fatti più radi, e potevamo andare più in fretta.
Polete ansimava forte, ma faceva del suo meglio per tenermi dietro. Mentre ci spingevamo tra le ombre più scure, una civetta gridò, come per sfidarci.
— Atena ci dà il benvenuto — disse Polete ansando.
— Cosa?
Mi afferrò la spalla. Io mi fermai e mi volsi. Lui era piegato in avanti, le mani sulle ginocchia nodose, respirava affannosamente e cercava di riprendere fiato.
— Non abbiamo bisogno… di dèmoni della foresta — ansimò. — Hai… il tuo dèmone personale… dentro di te.
Sentii un rimorso di coscienza. — Mi dispiace — dissi. — Non mi ero accorto che stavamo andando troppo in fretta per te.
— Possiamo… riposarci qui?
— Sì.
Si tolse lo zaino dalle spalle e crollò sul terreno muschioso. Io respirai una profonda boccata di aria pulita di montagna, frizzante di una traccia di pino.
— Cos’è che hai detto a proposito di Atena? — chiesi, inginocchiandomi vicino a lui.
Polete mosse vagamente una mano. — La civetta… è il simbolo di Atena. Il suo grido significa che lei ci dà il benvenuto al sicuro di questi boschi. Siamo sotto la sua protezione.
Sentii la mia mascella stringersi. — No, vecchio. Non può proteggere nessuno, nemmeno se stessa. Atena è morta.
Anche nel buio riuscii a vedere i suoi occhi spalancarsi. — Cosa stai dicendo? Questo è sacrilegio!
Io mi strinsi nelle spalle e mi accovacciai sul terreno vicino a lui.
— Orion — disse Polete con convinzione sollevandosi su un gomito, — gli dèi non possono morire. Sono immortali!
— Atena è morta — ripetei, sentendo un dolore sordo alla bocca dello stomaco.
— Ma tu sei al suo servizio!
— Io servo la sua memoria. E vivo per vendicarmi del suo assassino.
Lui scosse la testa incredulo. — È impossibile, Orion. Gli dèi e le dee non possono morire. Non finché anche un solo mortale si ricorda di loro. Finché tu onori Atena e la servi, lei non è morta.
— Forse è così — dissi, per calmare lui e la sua paura. — Forse hai ragione.
Ci sdraiammo per dormire qualche ora, avvolti nei nostri mantelli. Io avevo paura di chiudere gli occhi, così rimasi ad ascoltare i rumori tenui della foresta, il dolce fruscio degli alberi nella brezza fresca e scura, il ronzio degli insetti, il richiamo occasionale di una civetta.
“Lei è morta” mi dissi. “È morta nelle mie braccia. E io ucciderò il Radioso, un giorno.”
La luna mi guardava furtivamente attraverso i rami ondeggianti degli alberi. “Artemide, sorella di Apollo” pensai. “Difenderai tuo fratello contro di me? O eri tu che discutevi contro di lui? Gli altri dèi mi combatteranno o mi saranno alleati nella vendetta contro il Radioso?”
Dovevo essermi addormentato, perché sognai di vederla di nuovo: Atena, in piedi, alta e splendente d’argento luccicante, i lunghi capelli scuri lucidi come l’ebano, i begli occhi grigi che mi guardavano cupamente.
— Non sei solo, Orion — mi disse. — Hai molti alleati intorno a te. Devi solo trovarli. E condurli alla tua meta.
Io cercai di raggiungerla, ma mi ritrovai seduto sul terreno muschioso della foresta, la nuova luce gialla del sole che filtrava tra gli alberi. Gli uccelli stavano innalzando un canto di benvenuto al nuovo giorno.
Polete si stiracchiò prima che decidessi di svegliarlo. Mangiammo una colazione fredda bagnata da vino tiepido, poi riprendemmo la marcia.
Ci dirigemmo verso nord, verso la strada che partiva dall’entroterra di Troia. Superammo due file di colline boscose, e quando raggiungemmo la cima della terza vedemmo distendersi sotto di noi un’ampia vallata, disseminata di campi coltivati. Un fiume serpeggiava dolcemente, e lungo le sue rive, l’uno vicino all’altro, sorgevano minuscoli villaggi.
Una brutta colonna di fumo nero si alzò da uno di quelli.
L’indicai: — L’esercito Hatti è là.
Scendemmo in fretta dal pendio boscoso e giungemmo nei campi di grano alto sino al petto, camminando a fatica tra le messi dorate come naufraghi che vacillano nella salvezza di una spiaggia sconosciuta.
— Perché un alleato troiano dovrebbe bruciare un villaggio troiano? — chiese Polete.
Io non avevo risposta. La mia attenzione era fissa su quella colonna di fumo e sul pietoso mucchio di baracche brucianti che lo producevano. Riuscivo a vedere i carri e i cavalli, adesso, e uomini in armature che luccicavano sotto il sole del mattino.
Ci facemmo strada in mezzo al grano che maturava e arrivammo sul bordo del campo. Polete mi tirò il mantello.
— Forse sarebbe meglio se stessimo giù finché non scopriamo cosa sta succedendo qui.
— Non c’è tempo — dissi. — Ettore starà attaccando la spiaggia ormai. Se queste sono truppe hatti, dobbiamo scoprire che intenzioni hanno.
Continuai ad avanzare e dopo una dozzina di passi uscii dalla zona coltivata. Potevo vedere chiaramente i soldati, adesso. Erano più alti e più belli degli Achei. E, presi uno per uno, meglio armati ed equipaggiati. Ciascuno portava una tunica di maglia metallica e un elmo di lucido ferro nero. Le loro spade erano lunghe, con le lame di ferro, non di bronzo. I loro scudi erano piccoli e quadrati, legati sulle spalle, dal momento che non c’era nessun combattimento in atto.
Ne vidi una mezza dozzina che stava radunando una famigliola di contadini fuori dalla loro capanna: un uomo, sua moglie e due giovani figlie. I quattro sembravano terrorizzati, come conigli presi in trappola. Caddero in ginocchio e alzarono le mani in un gesto di supplica. Uno dei soldati gettò una torcia sul tetto di paglia della capanna, mentre gli altri si stringevano intorno ai contadini supplicanti e piangenti, con le spade sguainate e sorrisi minacciosi.
— Fermatevi! — gridai, dirigendomi velocemente verso di loro. Potevo sentire dietro di me il frusciare di Polete che se ne stava nascosto tra gli steli di grano.