Domani il mondo cambierГ [=Stazioni delle maree / Stations on the Tide - it]
- Автор: Суэнвик Майкл
- Год: 1994
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Marco Pinna
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Domani il mondo cambierГ [=Stazioni delle maree / Stations on the Tide - it]». Краткое содержание книги:
Anche pubblicato come Stazioni delle maree.
Vincitore del premio Nebula in 1991.
Nominato per i premi Hugo e Campbell in 1992.
Nominato per il premio di Arthur Clarke in 1993.
Ma Mintouchian non lo stava ascoltando. — A volte — disse con tono sognante da ubriaco — la gente mi domanda perché faccio questa professione. Be’, io non lo so. Di solito rispondo: “Perché qualcuno vorrebbe giocare a fare Dio?” Poi faccio una smorfia e scrollo le spalle. Ma a volte penso che lo faccio perché voglio provare a me stesso che la gente esiste. — Stava parlando attraverso il burocrate, guardandolo in faccia, ma comportandosi come se fosse da solo e stesse parlando a se stesso. — Ma noi non possiamo saperlo, non è vero? Non possiamo mai saperlo con certezza.
Il burocrate se ne andò senza dire una parola.
Vagò fino al fiume. I moli erano trasformati. Davanti a lui vi era un’inaspettata foresta di funghi dorati che si erano inglobati file di lampade elettriche e ora bruciavano di quella luce presa in prestito come penisole fatate che si estendevano sull’acqua. Guardò di nuovo e vide donne nude che si bagnavano nel fiume. Lentamente e con grazia, le donne dalla pelle come la luna nuotavano fra le barche ancorate facendole oscillare dolcemente, i loro occhi al livello delle cime degli alberi.
Il burocrate fissò meravigliato quei fantasmi silenziosi e pensò: “Non esistono creature simili”. Anche se, in verità, non riusciva proprio a immaginarsi per quale motivo non dovessero esistere. Immerse fino alle cosce, si muovevano silenziose come sogni e alte come dinosauri, sonnambule eppure sicure come un desiderio. Qualcosa di nero si rigirò nell’acqua, sbatté contro una pancia arrotondata e scivolò via, e per un terribile istante il burocrate temette che si trattasse della stessa Undine, annegata nel fiume e destinata a nutrire i signori affamati delle maree.
Poi, con una scossa elettrica di terrore, vide che una delle donne si stava voltando verso di lui, fissandolo con occhi verdi come il mare e spietati come una tempesta del nord. Gli sorrise sopra un paio di seni perfetti, facendolo arretrare terrorizzato. Drogato, pensò il burocrate. Era stato drogato. E quel pensiero faceva incredibilmente senso, lo colpì addirittura con la forza della rivelazione… Solo che non sapeva proprio che farsene, di quella rivelazione.
Senza nemmeno rendersene conto, si ritrovò a camminare per i boschi. Il sentiero era costellato di funghi, che con le loro cappelle morbide e carnose gli sfioravano la faccia e le braccia. Doveva trovare aiuto. Se solo avesse saputo da che parte andava quel sentiero, se verso il paese o fuori…
— Che cosa facesti, allora?
— Hah? — Il burocrate si riprese con uno scossone, si guardò attorno e si rese conto che era seduto per terra in mezzo alla foresta e stava fissando lo schermo azzurrognolo di un televisore. L’audio era spento e l’immagine era capovolta. I personaggi recitavano a testa in giù appesi al soffitto, come fossero pipistrelli. — Cosa hai detto?
— Ho detto, che cosa facesti allora? Hai forse dei problemi di udito?
— Ultimamente ho avuto dei problemi a preservare la mia continuità.
— Ah. — L’uomo dalla faccia da volpe seduto davanti a lui fece un cenno in direzione del televisore. — Allora guardiamo un po’ la tivù.
— Ma è capovolta — protestò il burocrate.
— Ah sì? — L’uomo volpe si alzò in piedi, girò l’apparecchio senza alcuno sforzo, quindi tornò a accovacciarsi. Non aveva nulla indosso, ma nel punto in cui era seduto vi era una tuta piegata. Anche il burocrate aveva ripegato la sua giacca per proteggere il sedere dall’umidità. — Così va meglio?
— Sì.
— Dimmi che cosa vedi.
— Ci sono due donne che combattono. Una ha un coltello. Si stanno rotolando nella polvere. Ora una si è alzata in piedi, e si è scostata i capelli dalla fronte. È tutta sudata, e sta guardando il suo coltello, che è completamente insanguinato.
La volpe emise un sospiro. — Ho digiunato e ho sanguinato per sei giorni, ma senza ottenere alcun risultato. A volte penso che non saremo mai abbastanza santi da poter vedere le immagini.
— Perché, non riesci a vedere le immagini alla televisione?
Un sorrisetto furbo, una contrazione dei baffi. — Nessuno della mia razza può vederle. È una cosa molto ironica. Noi pochi sopravvissuti ci nascondiamo fra voi, frequentiamo le vostre scuole, lavoriamo nei vostri campi, eppure non vi conosciamo affatto. Non possiamo nemmeno vedere i vostri sogni.
— Ma non è altro che una macchina.
— Allora perché non vedo altro che una luce che cambia di frequenza?
— Ricordo… — iniziò, perse quasi il filo del ragionamento, poi riprese il vento e navigò senza alcuno sforzo. — Ricordo di aver parlato con un uomo che mi ha detto che le immagini non esistono. Le immagini sono composte da due parti che vengono legate assieme nel nostro cervello.
— Se è così, significa che nei nostri cervelli non vi è filo a sufficienza, e quindi non potremo mai vedere i vostri sogni. — La creatura si leccò le labbra con una lunga lingua nera. Il burocrate provò un improvviso brivido di terrore.
— Questa è follia pura — disse. — È impossibile che io sia qui a parlarti.
— E perché mai?
— Perché l’ultimo spettro è morto centinaia di anni fa.
— In effetti siamo rimasti in pochi. Eravamo giunti molto vicini all’estinzione completa, ma poi abbiamo imparato a vivere negli interstizi della vostra società. Naturalmente, l’alterazione fisica del nostro aspetto è stata la parte più facile. Passare per umani, invece, guadagnare i vostri soldi senza attirare il vostro interesse, questo è assai più difficile e stimolante. Siamo costretti a nasconderci fra i poveri, in piccole baracche ai margini delle terre agricole e in appartamenti squallidi nelle parti peggiori del Fan.
— Be’, abbiamo parlato fin troppo. — Volpe si alzò in piedi, offrì la mano, fece alzare il burocrate, lo aiutò a indossare la giacca e gli porse la valigetta. — Ora devi andare. In realtà dovrei ucciderti, ma la nostra conversazione è stata talmente interessante, soprattutto la prima parte, che ti darò un piccolo vantaggio. — Aprì la bocca, mettendo in mostra una fila di denti accuminati.
— Corri! — disse.
Era così tanto tempo che correva nella foresta, facendosi strada a forza attraverso tunnel di archi piumati, sfondando torri di tentacoli spinosi e antennati che crollavano davanti a lui senza un suono, che la sua corsa era diventata uno stato di esistenza costante, naturale e comune come qualsiasi altro stato. Poi il tutto si sciolse attorno a lui, e si ritrovò in un cimitero, circondato da scheletri cresciuti assieme che avevano ripreso la loro carne, da gabbie toraciche sulle quali crescevano seni di funghi, da bacini dai quali spuntavano falli bianchi e schiumosi o vagine incurvate. I morti erano rinati sotto forma di mostri, gemelli uniti ai fianchi e alla testa, famiglie intere sopraffatte da masse lievitanti dalle quali spuntava un solo cranio dai denti rossi con la bocca spalancata, come se stesse ridendo, oppure urlando.
Poi anche questo scomparve, e si ritrovò a incespicare su un terreno piatto e desertico. Annaspando, si fermò. Il terreno qui era duro come la pietra. Non vi cresceva nulla. Da una parte poteva udire la musica concitata di Cobbs Creek in pieno allagamento, che non vedeva l’ora di unirsi al fiume. Doveva trovarsi sopra gli scavi archeologici, pensò. Un ottavo di miglio quadrato che era stato ancorato nella roccia sottostante con degli stabilizzatori dopo aver sepolto nel suo cuore almeno tre segnalatori di navigazione sigillati per impedire che la terra, in una nuova epoca, nascondesse di nuovo il tutto. Il burocrate respirò in maniera convulsa, con i polmoni in fiamme. Stavo correndo? si domandò. In quel momento, si sentì sopraffarre dal peso morto della futilità. Undine era morta.