Domani il mondo cambierГ [=Stazioni delle maree / Stations on the Tide - it]
- Автор: Суэнвик Майкл
- Год: 1994
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Marco Pinna
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Domani il mondo cambierГ [=Stazioni delle maree / Stations on the Tide - it]». Краткое содержание книги:
Anche pubblicato come Stazioni delle maree.
Vincitore del premio Nebula in 1991.
Nominato per i premi Hugo e Campbell in 1992.
Nominato per il premio di Arthur Clarke in 1993.
— L’ho trovato! — gridò qualcuno.
Una mano lo toccò sulla spalla, facendolo girare. Il burocrate si voltò lentamente, e venne colpito da un pugno in piena mascella.
Cadde a terra. La sua testa colpì il terreno e le sue braccia si allargarono sul suolo. Con vago stupore, sentì uno stivale che gli sfondava le costole. — Whoof! — Perse tutto il fiato che aveva, sentì la durezza granitica del terreno sotto di lui. Qualcosa si era smollato e stava cedendo.
Tre figure oscure galleggiavano sopra di lui, mutando continuamente il suo senso della profondità. Ogni movimento definiva e ridefiniva le relazioni spaziali fra i tre e lui stesso. Uno di loro poteva essere una donna, ma era troppo attento alle possibilità, troppo rapido e scattante nella visione per esserne certo. Danzavano attorno a lui, moltiplicandosi e lasciandosi scie nere alle spalle, finché il burocrate non si ritrovo intrappolato in una gabbia di nemici che era stata tessuta attorno a lui. — Cosa — gracchiò. — Cosa volete?
La sua voce rimbombò e riverberò, profonda e distante come il rintocco di una grande campana in fondo al mare. Il burocrate tentò di sollevare le braccia, ma queste risposero con infinita lentezza. Era come se fosse un essere composto esclusivamente di coscienza, seduto all’interno della testa di un gigante di granito.
Lo picchiarono con mille pugni, con colpi che si increspavano e si sovrapponevano lasciandosi alle spalle un marchio di dolore. Poi, improvvisamente, tutto finì. Davanti ai suoi occhi apparve un volto rotondo circondato da fiamme stregonesche.
Veilleur gli rivolse un sorriso sprezzante. — Ti avevo avvertito, ciò che non può essere fatto in un modo può sempre essere fatto in un altro modo — disse. — Il mio problema è proprio questo, che nessuno mi prende mai sul serio.
Prese la valigetta.
— Su, andiamo — disse Veilleur agli altri. — Abbiamo quel che volevamo.
Scomparvero.
Il tempo era un fuoco grigiastro che consumava ogni cosa con costanza, tanto che ciò che appariva come movimento non era in realtà altro che l’ossidazione e la riduzione delle possibilità, il crollo della potenziale materia, la trasformazione dalla grazia al nulla. Il burocrate rimase sdraiato a lungo a osservare la distruzione dell’universo. Forse era in stato di incoscienza, forse no. Qualunque cosa fosse, si trattava di uno staio di consapevolezza che non aveva mai provato in vita sua. Non poteva paragonarlo a nessuna esperienza provata in precedenza. Era possibile che una persona fosse drogata-cosciente e contemporaneamente drogata-addormentata? Come poteva saperlo? Il terreno era duro, freddo e umido sotto la sua schiena. La sua giacca era strappata. Sospettava che parte dell’umidità che sentiva fosse dovuta al suo stesso sangue. Vi erano troppi fatti, troppe informazioni per la sua mente. Ciò nonostante, sapeva che avrebbe fatto meglio a preoccuparsi per il sangue. Si aggrappò a quella piccola isola di sicurezza mentre i suoi pensieri vorticavano pazzamente nella sua mente, portandolo in alto per mostrargli il mondo e poi sbattendolo a terra per riprendere il viaggio da capo.
Sognò una creatura che si incamminava lungo la strada. Aveva il corpo di un uomo e la testa di una volpe. Indossava una vecchia tuta.
La volpe, se di volpe si trattava, si fermò nel punto in cui era steso il burocrate e si accovacciò al suo fianco. Il volto dal naso aguzzo gli annusò l’inguine, il petto, la testa. — Sto perdendo sangue — disse il burocrate con tono di supplica. La volpe fece una smorfia. Poi la testa scomparve, dissolvendosi nel nulla.
Venne proiettato nell’antico cielo, lanciato all’altezza dei pianeti nella vecchia notte e nel vuoto.
7. Chi è la bestia nera?
La sala comune era buia e puzzava di chiuso. Spesse tende di broccato con rose e balene ricamate in filo d’argento soffocavano il sole pomeridiano. I sacchettini di sostanze aromatiche floreali cuciti nelle poltrone non bastavano a mascherare l’odore di muffa; qui il marciume e le muffe erano talmente dilaganti che non sembrava trattarsi di decomposizione, bensì di una progressione naturale, come se l’intero albergo si stesse lentamente trasformando in una metamorfosi che lo avrebbe portato dal regno dell’artificiale a quello della vita organica.
— Non ho alcuna intenzione di vederlo — insistette il burocrate. — Mandatelo via. Dove sono i miei vestiti?
Mamma Le Marie appoggiò le sue mani morbide, fresche e screziate di macchie marroncine sul petto del burocrate, costringendolo a tornare a sdraiarsi sul divano, cosa che il burocrate fece più per imbarazzo che per mancanza di forze. — Ormai sta arrivando da un momento all’altro. Non ci potete fare nulla. State tranquillo, per favore.
— Non gli darò un centesimo. — Il burocrate si sentiva debole e irritabile, oltre che stranamente colpevole, come se la sera precedente avesse fatto qualche gesto di cui avrebbe dovuto vergognarsi. Il soffitto di intonaco macchiato di umidità nuotava davanti ai suoi occhi, ogni piccola crepa e imperfezione sembrava agitarsi come ciuffi d’alghe in balìa delle correnti. Chiuse gli occhi per un istante, e sentì un’ondata di nausea. Il suo stomaco era completamente sottosopra.
— Non ce n’è bisogno. — Le Marie contrasse la mascella, come una tartaruga che tenta di sorridere. — Il dottor Orphelin vi visiterà gratuitamente, come favore personale nei miei confronti.
Nel corridoio, il coroner a forma di bara ronzava sommessamente fra sé. Un angolo era illuminato di luce bianca, sacra, pura. Il burocrate scostò lo sguardo, ma scoprì che prima o poi ritornava inevitabilmente a focalizzarsi su quell’essere nefasto. Due agenti della polizia nazionale dall’aria annoiatissima erano appoggiati a una parete; con le braccia conserte davanti al petto, guardavano la televisione nella stanza accanto. “Chi era il padre?” sbottò Ahab. “Credo di avere tutto il diritto di saperlo!”
— Non credo di essere diventato tanto credulone da consultare un dottore — protestò il burocrate con dignità. — Se ho bisogno di assistenza medica, mi farò sottoporre all’esame da un apparecchio qualificato, o alla peggio da un umano con gli accrescimenti biomedici del caso. Sia ben chiaro che non ho nessuna intenzione di tracannare qualche pozione di acqua stagnante fermentata per seguire le indicazioni di un ciarlatano semi illetterato.
— Siate ragionevole. Il diagnostico più vicino si trova a Green Hill, mentre il dottor Orphelin è…
— Sono qui.
Il dottore si fermò nell’ingresso, come se stesse posando per un’olografia commemorativa. Èra un uomo piuttosto asciutto, e indossava una giacca blu di taglio militare con due lunghe file di bottoni dorati. La striscia bianca e consunta del tappeto lo portò fino a una vecchia tuta stagna che era stata appoggiata contro un armadio a mo’ di oggetto ornamentale. Il dottore appoggiò la sua valigia nera a terra accanto al divano. Le sue mani erano affollate di tatuaggi.
— Siete stato drogato — disse il dottore con tono vivace — e un diagnostico non vi servirebbe proprio a nulla. Le proprietà mediche delle nostre piante locali non sono nemmeno contenute nella sua banca dati. E perché mai dovrebbero esserlo, del resto? Le sostanze sintetiche possono fare qualsiasi cosa al pari delle piante, e in più possono essere sintetizzate sul posto. Tuttavia, se desiderate sapere che cosa vi è accaduto, non dovete rivolgervi a un ripugnante apparecchio, bensì a una persona come me che ha trascorso anni interi a studiare suddette piante. — Il suo volto era magro e ascetico, con zigomi alti e occhi gelidi. — Ora vi esaminerò. Non è necessario che prestiate ascolto a ciò che dirò, tuttavia insisto affinché cooperiate.
Il burocrate si sentì sciocco. — Oh, va bene.
— Grazie. — Orphelin fece un cenno a Mamma Le Marie. — Potete uscire.
La donna assunse un’espressione dapprima stupita, poi offesa. Sollevò il mento e uscì dalla stanza con passo rigido. “Perché non dici a tuo zio chi è il padre?” disse qualcuno. Venne in risposta la voce lamentosa di una giovane donna. “Perché non c’è nessun padre!” A quel punto la voce venne soffocata dalla porta che si chiudeva.
Orphelin sollevò le palpebre del burocrate, illuminò le sue orecchie con una piletta portabile, prese un campione di saliva dalla sua bocca con un bastoncino diagnostico. — Siete un po’ sovrappeso — commentò. Se desiderate, posso insegnarvi come bilanciare cibi veri e cibi fatati in una dieta speciale. — Il burocrate mantenne lo sguardo fisso su un motivo di rose di seta e non disse nulla.
Infine, l’esame volse al termine. — Hum. Be’, non vi sorprenderà di certo sapere che avete ingerito qualche varietà di neurotossina. Vi sono diverse possibilità. Avete avuto allucinazioni o illusioni?
— Qual è la differenza?
— Un’illusione è un’interpretazione alterata o errata di dati sensoriali ben definiti, mentre avere un’allucinazione significa vedere cose che non esistono nella realtà. Ditemi che cosa avete visto ieri sera. — Sollevò una mano. — Solo i punti salienti, vi prego. Non ho né il tempo né la pazienza necessaria per ascoltare tutta la storia.
Il burocrate gli raccontò delle donne nude che si bagnavano nel fiume.
— Allucinazioni. Credevate che fossero vere?
Il burocrate rifletté. — No. Però mi hanno spaventato lo stesso.
Orphelin si produsse in un piccolo sorriso. — Non sareste certo il primo uomo che ha paura delle donne. Oh, state tranquillo, era solo una battuta. E che altro avete visto?
— Ho fatto una lunga chiacchierata con uno spettro dalla faccia di volpe. Ma quello era vero.
Il dottore lo fissò con espressione perplessa. — Davvero?
— Oh, sì. Ne sono abbastanza sicuro. Mi ha persino riportato in albergo, dopo.
Un’altra ondata di nausea si fece sentire, e la stanza assunse una nuova chiarezza e vividità. Il burocrate vedeva ogni singolo filo della fibra del tappeto, e la stoffa consunta del divano era più che mai viva e dettagliata. Si sentì accaldato, e il dito tatuatogli da Undine sembrava voler addirittura bruciare.
Qualcuno bussò alla porta.
— Si? — rispose il burocrate.
Chu infilò la testa. — Scusatemi, ma l’autopsia è stata completata e abbiamo bisogno che ci firmi il rapporto.
— Entrate, prego — disse Orphelin. — E mi serve anche qualcun altro. — Chu rivolse un’occhiata al burocrate, che scrollò le spalle. L’ufficiale di collegamento scomparve nuovamente nel corridoio, dove parlò con una delle guardie. Quello più alto scosse il capo. — Aspettate un attimo — disse. Un attimo dopo, tornò tenendo per mano Mintouchian. Più che un uomo sembrava un cane, con il volto gonfio e roseo e gli occhi tristi e iniettati di sangue.
— In questo caso vi è più di quanto non avessi immaginato. — Il dottore allargò le braccia. — Prendetemi i polsi e teneteli con forza. — Chu gli prese un braccio, Mintouchian l’altro. — Tirate! Non siamo qui per tenerci le mani.
I due ubbidirono, e il dottore si lasciò andare in avanti, lasciando cadere il mento sul petto. Chu e Mintouchian fecero una certa fatica a tenerlo su.
Improvvisamente, la testa di Orphelin scattò in posizione eretta, il suo volto completamente trasformato. I suoi occhi erano sgranati, incredibilmente bianchi, e tremolavano. Schiuse le labbra, e un terzo occhio apparve nella sua bocca.
— Krishna! — annaspò Mintouchian. I tre occhi lo fissarono, poi si scostarono. Terrorizzato, il burocrate fissò quel gelido terzo occhio.
Orphelin lo fissò a sua volta, senza batter ciglio. Quel lugubre triplo sguardo si infilò come una lama nel cranio del burocrate. Per un lungo istante, nessuno fiatò.
Poi la testa del dottore ricadde nuovamente sul suo petto.
— Va bene — disse quindi con tono calmo. — Ora mi potete mollare. — I due ubbidirono. — Avete mai preso in considerazione l’addestramento spirituale? — domandò.
Il burocrate si sentiva come se fosse appena uscito da un sogno. Ora ciò che aveva appena visto gli sembrava impossibile. — Scusate?
— Innanzitutto, l’entità con la quale avete parlato non era affatto uno spettro, per quanto attraente vi possa apparire questa ipotesi. L’ultimo spettro morì in cattività nell’anno minore 143 del primo grande anno dopo l’atterraggio. Ciò che avete visto non era altro che l’incarnazione di uno dei loro spiriti. Quello che chiamiamo la Volpe. Si tratta di una forza naturale molto importante, per quanto poco affidabile in alcuni suoi aspetti, e viene generalmente considerata di buon auspicio.
— Io ho parlato con un essere vivente e solido. Non si trattava né di un fantasma né di un’allucinazione. — Ora la stanza era viva; ogni filo di tessuto ondulava spinto da correnti invisibili e sul soffitto ballava una luce maculata.
— Forse — speculò Mintouchian — avete parlato con un uomo in maschera.
Il senso di nausea rendeva piuttosto nervoso il burocrate. — Balle. Che cosa ci farebbe un uomo mascherato da volpe nel mezzo della foresta di notte?
Chu si massaggiò i baffetti. — Può darsi che aspettasse te. Penso che dovremmo senz’altro prendere in considerazione la possibilità che facesse parte dell’elaborato gioco che Gregorian sta giocando con noi.
Il dottore assunse un’espressione esterrefatta. — Gregorian?