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Domani il mondo cambierГ  [=Stazioni delle maree / Stations on the Tide - it]

Электронная книга - «Domani il mondo cambierГ  [=Stazioni delle maree / Stations on the Tide - it]». Краткое содержание книги:

Domani il mondo cambierà è un romanzo affascinante e ricco d’azione, ma che si presta a molte letture. Siamo su un pianeta distante anni-luce dalla Terra, in un’epoca in cui l’umanità si è ormai stabilita fra le stelle: ma la grandiosa tecnologia che permette all’uomo di imbrigliare le forze dell’universo qui non è mai arrivata. Non è un caso: il pianeta è tenuto in isolamento artificiale, una specie di “quarantena” tecnologica che potrà essere spezzata solo con un gesto disperato, un furto di sapore prometeico… L’avvincente storia raccontata da Swanwick è quella di tale furto, della caccia all’uomo che ne segue e di un mondo intero sull’orlo di un cambiamento epocale: quello promesso dalla nuova scienza e quello a cui il pianeta va periodicamente incontro a causa delle sue insolite caratteristiche climatiche. Un libro d’avventura con una storia diversa, per scoprire uno dei migliori romanzieri americani affacciatisi alla scena negli anni Ottanta.

Anche pubblicato come Stazioni delle maree.

Vincitore del premio Nebula in 1991.
Nominato per i premi Hugo e Campbell in 1992.
Nominato per il premio di Arthur Clarke in 1993.
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Scoppiò un fermento di attività. Due uomini corsero fuori. Venne portata una seggiola, e Le Marie vi fece sedere il burocrate. — Chiamo i nazionali — disse Chu. — Possono mettere in piedi un laboratorio non appena smette di piovere. — Qualcuno diede da bere al burocrate, che tracannò senza pensare. — Mio Dio — disse. — Mio Dio. — Anubis emerse da sotto il tavolo e gli leccò una mano.

Gli uomini che erano corsi fuori tornarono, completamente fradici. La porta sbatté alle loro spalle. — Là fuori non c’è nessuno — disse uno.

Altri bambini invasero la cucina. Mamma Le Marie prese la scatola e la appoggiò in cima alla dispensa, fuori portata. — Cosa c’è lì dentro? — domandò uno dei locali che era seduto dalla parte opposta della cucina.

— Undine — disse il burocrate. — È il braccio di Undine. — Con suo stesso stupore e completo imbarazzo, scoppiò in lacrime.

Il burocrate protestò appena mentre lo trasportavano alla sua stanza, lo adagiavano sul letto e gli toglievano le scarpe. La valigetta venne appoggiata a terra al suo fianco. Poi, fra mormorii di consolazione, lo lasciarono solo. “Non riuscirò mai ad addormentarmi”, pensò. La stanza odorava di muffa e di vernice vecchia. Le pareti e lo specchio erano incrostate di gusci di cirripedi grazie alle mosche che venivano spinte dentro di notte dal terribile vento, attraverso una fessura sopra la finestra che era pressoché impossibile chiudere. Ora il vento, passando attraverso quella stessa fessura, agitava le tende. Non vi erano dubbi sul fatto che la fessura non sarebbe mai stata riparata.

Una voce si separò dalla conversazione che stava avendo luogo in cucina e salì su per le scale. — Pioggia dei funghi — disse con tono dolce.

Il burocrate non riusciva a dormire. Il suo cuscino era duro e pulsava di fatica. Il suo cranio era intasato di cotone grigio. Dopo un po’ si alzò in piedi, prese la valigetta e uscì fuori, a piedi nudi e senza essere notato.

La pioggia era talmente sottile che le gocce sembravano appese a mezz’aria, mentre mutavano e rendevano argenteo quel mondo cangiante. Spruzzi di tubi azzurri e trasparenti si inarcavano sulle vie. Piccoli mandolini viola spuntavano dalle porte, e i tetti erano nascosti dietro architetture fantastiche color beige, rosa e giallo tenue. La pioggia dei funghi. Le strutture esili e schiumose crescevano davanti ai suoi occhi.

Le case si erano trasformate in castelli da incubo bloccati a metà metamorfosi fra pietra e materia organica. Come un granchio, il burocrate passò accanto alle loro torri oscillanti, spazzando via delicati ventagli di pizzo che si sbriciolavano sotto le sue mani. Sulla strada davanti a lui vi era un bagliore caldo e arancione. Il burocrate si spinse in quella direzione.

Il rettangolo di luce non era altro che l’ingresso posteriore del camion denominato Il Nuovo Re. Il burocrate vi entrò.

Mintouchian era seduto dietro a un piccolo tavolo pieghevole. Al centro del tavolo vi era un cerchio di luce gialla, nel quale danzava una piccola donna di metallo.

Le dita di Mintouchian erano costellate di piccoli radiocomandi. Agitava le mani avanti e indietro, dilatando e interpretando i campi di energia. — Ah, siete voi. Non riuscivate a dormire, eh? Nemmeno io. — Fece un cenno in direzione della donnina metallica. — Splendida creaturina, non è vero?

Avvicinandosi, il burocrate poté notare che la figura della donnina era composta da migliaia di anelli d’oro di varie dimensioni, uniti fra loro in modo che le braccia, le gambe e il torso risultassero naturalmente affusolati. La testa era liscia e priva di lineamenti, ma era angolata in modo da suggerire alti zigomi e un mento stretto. Indossava un semplice poncho di tela legato all’altezza della vita a mo’ di gonna. Mintouchian fece svolazzare una mano, e la piccola figura balzò in aria.

— Sì. — La donnina d’oro piegò le braccia con una fluidità improbabile, possibile solo grazie ai suoi mille giunti. — E voi cosa state facendo?

— Pensavo. — Mintouchian rivolse uno sguardo vacuo verso la luce. — Anch’io ho amato una strega, molto tempo fa. Lei… be’, è inutile che vi racconto la storia. Molto simile alla vostra. Molto simile. Fu annegata quando io… Be’. Le storie nuove non esistono, nevvero? Chi può saperlo meglio di me?

Senza interrompere il ballo della sua donnina, Mintouchian socchiuse gli occhi e appoggiò la schiena alla parete. La parete del camion alle sue spalle era interamente ricoperta di burattini, infilati in sacchetti di plastica legati talmente stretti da rendere la fuga pressoché impossibile. Era un vero e proprio museo delle marionette. Vi erano Punch e sua moglie Judy, il loro cugino Pulcinella, il pallido Pierrot, il famoso Arlecchino e la dolce Colombina. Vi era Tricky Dick, Till Eulenspiegel, il Buon Cosmonauta Minsk, insomma, tutti gli antichi archetipi di bricconeria e di eroismo che non attendevano altro che di respirare un’altra fiatata di vita presa in prestito. — Vi rendete conto che quella delle marionette è la forma di teatro più pura?

— La più semplice, intendete?

— Semplice! Provateci voi, se credete che sia così semplice. No, intendevo proprio la più pura. Io sto qui, il creatore, e voi state lì, lo spettatore. Le nostre menti sono distinte, non si possono toccare, ma in mezzo fra noi due io metto il nostro piccolo burattino. — La donnina si proiettò in avanti, si inchinò fluidamente fino a terra, quindi si rialzò con la leggerezza di una foglia al vento. — Lei esiste in parte nella mia mente e in parte nella vostra. Per un istante, le nostre menti si sovrappongono. — Le sue mani danzavano, e con esse la figurina metallica. L’attenzione del burocrate passava continuamente dalle mani alla ballerina, incapace di focalizzarsi su una delle due cose.

— Guardate — disse Mintouchian con tono meravigliato. La donnina si bloccò, rimanendo immobile. — Non ha volto, non ha sesso. Eppure guardate. — Il burattino sollevò il capo in maniera civettuola e rivolse uno sguardo al burocrate da dietro la spalla. Prese a camminare, e le sue anche oscillarono in maniera decisamente femminile. Il burocrate distolse lo sguardo dalla figura e vide che Mintouchian lo stava fissando dritto negli occhi. — Sapete come funziona la televisione? Lo schermo è diviso in tante linee orizzontali, e lo scansore traccia l’immagine sullo schermo. Disegna due linee, ne salta due, ne disegna altre due, così via fino al fondo dello schermo. Poi torna in cima e riempie le linee che ha lasciate libere la volta precedente. Di fatto, non c’è nessun momento in cui lo spettatore veda l’immagine intera. La assembla nella sua mente. Di tanto in tanto sono stati sperimentati gli schermi olografici, ma non riescono a far presa sulla gente. Non posseggono l’elemento coercitivo della vecchia televisione. E sapete perché? Perché forniscono solo immagini. Non seducono la mente a cooperare con la violazione della realtà. — La donnina danzava con grazia, con passo leggero.

Le labbra del burocrate erano asciutte. Sentiva in bocca uno strano sapore, un sapore vivido, e faceva una certa fatica a seguire il discorso del burattinaio. — Non credo di aver afferrato.

La donnina d’oro sollevò una spalluccia e rivolse al burocrate un’occhiata di rimprovero. Mintouchian sorrise. — Dove esiste questa illusione che vedete davanti a voi? Nella mia mente o nella vostra? O esiste nello spazio in cui le nostre due menti si collegano l’una all’altra?

Sollevò improvvisamente le mani, e la donnina si dissolse in una pioggia di anelli d’oro.

Il burocrate alzò lo sguardo verso Mintouchian, e gli anelli continuarono a cadere e a roteare nella sua mente. Chiuse gli occhi e continuò a vederli cadere nell’oscurità. Riaprire gli occhi non servì a liberarlo dalla visione. L’interno del camion gli sembrava troppo vicino, opprimente, poi scomparve del tutto. Era come se si aprisse e si chiudesse davanti a lui, pulsando. Si sentiva nauseato. — C’è qualcosa che non va in me — disse con tono cauto.

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