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L'ascesa dell'Ombra

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L'ascesa dell'Ombra
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«La affronterò diversamente» tuonò Aviendha rivolgendosi a Rand. «Quando una donna sta per sposarsi, se non possiede già un’abitazione, la sua famiglia gliene costruisce una. Il giorno delle nozze il marito la porta via sulle spalle dalla sua famiglia, con i fratelli che trattengono le sorelle, ma poi la depone davanti alla porta e le chiede il permesso di entrare. L’abitazione è sua. Lei può...»

Queste lezioni erano state la cosa più piacevole degli undici giorni trascorsi dopo l’attacco dei Trolloc. Non che Aviendha inizialmente avesse voglia di parlare, a parte un’ulteriore tirata sul suo presunto cattivo trattamento riservato a Elayne e più tardi un’altra imbarazzante lezione per convincerlo che Elayne era la donna perfetta. Non prima che Rand avesse detto a Egwene durante una conversazione che se Aviendha non voleva parlargli, desiderava che smettesse almeno di fissarlo. Entro un’ora giunse un gai’shain vestito di bianco a chiamare Aviendha.

Qualsiasi cosa le avessero detto le Sapienti, ritornò fremente per chiedere — chiedere! — di potergli insegnare le usanze e i costumi degli Aiel. Senza dubbio nella speranza che rivelasse qualcosa dei suoi piani in base alle domande che poneva. Dopo le sottigliezze da serpente di Tear, la chiara intenzione delle Sapienti di spiarlo era confortante. In ogni caso era saggio che imparasse tutto il possibile e parlare con Aviendha poteva in realtà essere piacevole, specialmente quando lei sembrava dimenticare che lo odiava, qualsiasi fosse il motivo. Naturalmente quando si accorgeva che avevano iniziato a parlare come due persone invece che come sequestratore e sequestrata, aveva la tendenza a esplodere come se lui l’avesse attirata in qualche trappola.

Eppure anche a quel modo le loro conversazioni erano piacevoli, in confronto al resto del viaggio. Aveva anche cominciato a trovare divertenti gli accessi di collera della donna, anche se era abbastanza saggio da non dirglielo. Se vedeva un uomo che odiava, almeno era troppo presa per vedere Colui che viene con l’Alba o il Drago Rinato. Solamente Rand al’Thor. E sapeva qual era l’opinione di Aviendha nei suoi confronti. Non come Elayne, che con una lettera gli aveva fatto arroventare le orecchie e con un’altra, scritta lo stesso giorno, lo aveva portato a chiedersi se nel frattempo non gli fossero cresciute le zanne e le corna come un Trolloc.

Min era la sola donna che avesse incontrato a non avergli avvolto lo spirito in un gomitolo. Ma lei si trovava alla Torre — almeno era al sicuro — e quello era un posto che intendeva evitare. A volte pensava che la vita sarebbe stata più semplice se avesse potuto dimenticarsi del tutto delle donne. Ora Aviendha aveva incominciato a entrare nei suoi sogni, come se Min ed Elayne non fossero già abbastanza. Quelle donne gli riducevano le emozioni in nodi e adesso aveva bisogno di avere la testa sgombra. Sgombra e fredda.

Si accorse che stava di nuovo guardando Isendre. La donna gli fece un cenno da dietro la testa di Kadere, era certo che quelle labbra floride si fossero incurvate in un sorriso. Oh, sì. Pericolose. Devo essere freddo e duro come l’acciaio. Affilato come l’acciaio, si disse.

Undici giorni — e notti — che volgevano al dodicesimo e nulla era cambiato. Giorni e notti di strane formazioni rocciose, pietre dalla cima piatta, sporgenze che emergevano da una terra crepata, attraversata da montagne che sembravano sistemate a caso. Giorni di sole cocente e vento rovente, notti di freddo gelido. Qualsiasi cosa crescesse sembrava avere spine o aculei, certe piante se le toccavi ti procuravano un prurito tremendo. Aviendha gli aveva spiegato che alcune erano velenose e quella lista sembrava più lunga di quella delle commestibili. La sola acqua disponibile sgorgava da fonti nascoste o serbatoi, però gli aveva mostrato alcune piante che indicavano la presenza di un’infiltrazione d’acqua nel terreno, abbastanza da mantenere in vita uno o due uomini, e altre che masticate rilasciavano un liquido aspro.

Una notte i leoni uccisero due cavalli da soma degli Shaido; ruggirono nell’oscurità mentre venivano cacciati dalle loro prede per svanire nelle gole. Un conducente di carro aveva disturbato un piccolo serpente marrone mentre stavano mettendo su il campo durante la quarta notte. Aviendha più tardi gli aveva spiegato che lo chiamavano due passi, e il rettile aveva dato conferma di quel nome. Il tipo aveva gridato e provato a fuggire verso i carri anche se aveva visto che Moiraine si affrettava ad andargli incontro, ma cadde al secondo passo, morto prima che l’Aes Sedai potesse smontare dalla giumenta bianca. Aviendha gli elencò una lista di serpenti, ragni e lucertole velenosi. Lucertole velenose! Una volta ne scovò una per lui, lunga sessanta centimetri e grossa, con delle righe gialle che si snodavano sopra le scaglie bronzee. Bloccandola con un piede protetto dal morbido stivale infilò il pugnale nella grande testa della bestia, quindi la sollevò per fargli vedere con chiarezza il fluido oleoso che colava da una fila di denti affilati. Una ‘gara’, gli aveva spiegato, poteva perforare anche gli stivali, e addirittura uccidere un toro. Naturalmente altre erano peggio. La ‘gara’ era lenta e non pericolosa, a meno che qualcuno non fosse così stupido da calpestarla. Quando lanciò via la grossa lucertola il giallo e il bronzo delle scaglie si confusero con l’argilla crepata. Oh, sì. Limitati a non essere così stupido da calpestarla.

Moiraine trascorreva il tempo in parte con le Sapienti e in parte con Rand. tentando di solito, alla maniera delle Aes Sedai, di costringerlo a rivelarle i suoi piani. «La Ruota tesse come vuole,» gli aveva spiegato proprio quella mattina, con voce fredda e calma, il viso senza età sereno, ma gli occhi scuri caldi mentre lo fissava da sopra la testa di Aviendha, «ma uno sciocco può strangolarsi nel Disegno. Fai attenzione a non tessere un cappio per il tuo collo.» Moiraine aveva acquistato un mantello chiaro, quasi bianco come quelli dei gai’shain, che risplendeva al sole, e sotto l’ampio cappuccio indossava una sciarpa bianca umida avvolta attorno al capo.

«Non creerò alcun cappio per il mio collo» rise Rand, e l’Aes Sedai fece voltare Aldieb così velocemente che la giumenta atterrò quasi Aviendha, ritornando al galoppo nel gruppo delle Sapienti con il mantello che le sventolava alle spalle.

«È stupido far arrabbiare un’Aes Sedai» mormorò Aviendha strofinandosi una spalla. «Non credevo che fossi stupido.»

«Vedremo se lo sono oppure no» le rispose, non avendo più voglia di ridere. Stupido? C’erano alcuni rischi che doveva prendere. «Staremo a vedere.»

Egwene si allontanava raramente dalle Sapienti, camminando spesso con loro oltre che cavalcando Nebbia, a volte facendo salire una di loro in groppa alla giumenta grigia per un po’. Rand aveva capito che l’amica stava facendosi passare per Aes Sedai. Amys, Bair, Seana e Melaine sembrarono accettarlo con la stessa prontezza dei Tarenesi, ma non allo stesso modo. A volte una o l’altra delle Sapienti discutevano con lei a voce così alta che Rand riusciva quasi a capire cosa stessero dicendo anche se si trovavano a più di cento passi di distanza. Erano quasi gli stessi modi che usavano con Aviendha, anche se sembrava che con quest’ultima cercassero solo di essere prepotenti piuttosto che discutere, e a volte sembrava che discutessero anche con Moiraine. Specialmente Melaine.

La decima mattina finalmente Egwene smise di portare i capelli acconciati con quelle due trecce, e fu la cosa più strana. Le Sapienti parlarono a lungo con lei, isolate, mentre i gai’shain piegavano le tende e Rand stava sellando Jeade’en. Se non l’avesse conosciuta bene, avrebbe pensato che il capo chino di Egwene fosse un tentativo di mostrarsi remissiva, ma quella parola poteva essere usata con lei solo se confrontata con la sua amica Nynaeve. E forse Moiraine. Egwene batté le mani di colpo, ridendo e abbracciando ognuna delle Sapienti a turno prima di disfare le trecce.

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