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Il lungo ritorno [Homegoing - it]

Электронная книга - «Il lungo ritorno [Homegoing - it]». Краткое содержание книги:

Sono gli Hakh’hli. Sono alieni. Si nutrono di carne umana. Il lungo viaggio nello spazio era alla fine. Sandy, l’umano cresciuto su un’astronave degli extraterrestri Hakh’hli, era pronto al ritorno sulla Terra. Gli alieni erano animati dalle migliori intenzioni.. Solo la scienza Hakh’hli poteva risolvere il problema di trasformare i pianeti. I terrestri avevano bisogno di quel contatto. Ma c’era da fidarsi?
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L’ape-falco però volò via da sola, non appena la navetta compì una secca virata per evitare un altro relitto. Un attimo dopo, si ritrovarono fuori dalla fascia di relitti pericolosi; il modulo di atterraggio imboccò la lunga traiettoria discendente che lo avrebbe portato fino alla pianura la cui immagine radioriflessa era già evidenziata sugli schermi. Per quanto frastornato e nauseato, Sandy percepì che Polly continuava a sibilare con fare agitato. Strano, pensò, poiché quella doveva essere la parte più facile del volo. La loro velocità era già diminuita notevolmente, e i rilevatori automatici avrebbero dovuto compensare tutti i vuoti d’aria e le variazioni di pressione in prossimità della superficie. Solo che, apparentemente, non stavano funzionando. — Per essere solo un piccolo, stupido pianeta — ringhiò Polly — questa tua maledetta Terra ha un clima realmente pessimo! — La navetta sussultò ancora una volta con violenza, come per sottolineare le sue parole. La velocità del modulo di atterraggio hakh’hli era scesa a poco più di cento chilometri orari, ma i venti esterni erano ancora più veloci, e facevano ballare il piccolo velivolo come se fosse un giocattolo.

Più che far atterrare la navetta, Polly la fece praticamente schiantare al suolo. Tuttavia, la navetta hakh’hli era stata costruita per resistere. Non appena toccò terra, i propulsori anteriori si accesero automaticamente per frenarne la corsa, schiacciando tutti i passeggeri contro le reti protettive dei sedili. La navetta si fermò nel giro di poche centinaia di metri, a una certa distanza dalla barriera di alberi spogli e striminziti.

— Siamo arrivati — annunciò Polly.

Non sembrava, però. Anche da fermo, infatti, il velivolo continuava a oscillare nel vento. Polly emise un paio di rutti preoccupati mentre premeva i pulsanti di accensione degli schermi per la visione esterna, che si illuminarono immediatamente sopra il pannello dei comandi. Uno mostrava una simulazione ripresa dallo spazio del punto dove erano atterrati, mentre l’altro mostrava le immagini dal vivo del paesaggio all’esterno della navetta. L’immagine virtuale era glaciale, completamente bianca e statica, mentre quella dal vivo mostrava una scena alquanto movimentata, caratterizzata da una forte pioggia quasi orizzontale e da un bosco di abeti in balia del vento.

La stella a sei punte che indicava la loro posizione si trovava nello stesso punto in entrambe le immagini, e appariva e scompariva a intermittenza per segnalare che l’atterraggio era avvenuto nel punto programmato. — Perché siamo in mezzo a una tempesta? — domandò Obie un po’ intimorito. — Sei atterrata nel punto sbagliato?

— Il punto è quello giusto — borbottò Polly con un tono a metà fra il perplesso e l’irritato. — Ma non capisco dove sia andata a finire tutta la “neve”.

Circa due ore dopo, Sandy si ritrovò davanti allo sportello aperto della navetta con indosso il pesante giaccone e gli stivali da neve. Si toccò la tasca dove aveva riposto la fotografia di sua madre, ma Polly non era certo in vena di sentimentalismi. — Datti una mossa, Mingherlino! — lo spronò, dandogli una leggera spinta.

Sandy si mosse. Mentre usciva si aggrappò alla ringhiera della scaletta. Il dislivello dallo sportello della navetta al suolo era di soli tre o quattro metri, ma nonostante la debole gravità terrestre avrebbe potuto comunque farsi male se si fosse lasciato cadere. Una volta a terra si incamminò verso il retro della navetta, sentendo una leggera zaffata di alcol proveniente dai propulsori. Si orientò, stabilendo la direzione in cui avrebbe dovuto trovarsi la strada più vicina, quindi iniziò a incamminarsi attraverso il fango e la pioggia.

La situazione non era come avrebbe dovuto essere.

Vi era qualcosa di decisamente sbagliato rispetto ai piani originali della missione. Del resto, non vi potevano essere dubbi sul fatto che la regione della Terra sulla quale erano atterrati fosse effettivamente l’Alaska; il dato era stato confermato dagli strumenti di navigazione della navetta. Ma allora perché il paesaggio non era quello previsto? L’Alaska, assieme a tutto il resto del pianeta, era stata osservata e studiata a fondo dagli esperti hakh’hli nel corso della loro prima visita a quel sistema solare. Secondo i risultati di quegli studi doveva trattarsi di una regione fondamentalmente fredda, a parte forse nel corso di un brevissimo periodo estivo o in certi punti particolarmente bassi. Gli studiosi hakh’hli avevano garantito loro che vi sarebbe stata “neve”, ma se una cosa del genere esisteva sulla Terra — e le migliaia di programmi televisivi ai quali avevano assistito sembravano testimoniare che fosse effettivamente così — non si trovava certamente in quel luogo.

In quel luogo infatti non vi era altro che un mare di fango, una temperatura abbastanza elevata da far sudare copiosamente Sandy nei suoi pesanti abiti e una tempesta terribile, accecante e spaventosa.

Una tempesta del genere non poteva essere una cosa di tutti i giorni, si disse Sandy. Nella sua ansiosa ricerca della strada, fu costretto a scavalcare e ad aggirare decine di alberi sradicati; si trattava di alberi enormi, lunghi anche fino a 30 metri dalla cima alle radici incrostate di terra che veniva lavata via costantemente dalla forte pioggia. I crateri lasciati dagli alberi sradicati sembravano essere freschi.

Sandy dovette anche lottare con le piccole bestie volanti che sembravano in grado di penetrare tutti i suoi abiti per pizzicarlo (che si trattasse di “zanzare”?) e a un certo punto iniziò ad avere dei seri dubbi sul suo destino. La situazione era decisamente preoccupante.

Come se non bastasse, Sandy trovava anche che tutto ciò non fosse affatto giusto. Nulla di ciò che gli era stato insegnato nel corso di quegli anni lo aveva preparato a una simile esperienza. Certo, aveva sentito parlare di “condizioni meteorologiche”; si erano tenute intere lezioni in proposito, e i vecchi programmi televisivi registrati erano pieni di informazioni al riguardo, con tanto di mappe con le “isobare”, le “perturbazioni” e così via. Trovarcisi in mezzo, però, non era esattamente la stessa cosa. Né Sandy né nessun altro fra i 22.000 hakh’hli a bordo della grande nave aveva mai provato un’esperienza del genere.

E non si trattava certo di un’esperienza emozionante o interessante per lui. Com’era possibile orientarsi in simili condizioni? Quando aveva studiato il percorso sull’astronave, gli era sembrato piuttosto facile da seguire. Vi erano le montagne, e vi era una valle che vi passava in mezzo. La strada alla quale avrebbe dovuto giungere si trovava esattamente in mezzo alla valle. Ma come poteva stabilire dove si trovavano le montagne se la pioggia gli impediva di vedere alcunché al di sopra degli alberi? Naturalmente, aveva già perso di vista la navetta, che doveva trovarsi alle sue spalle. Sandy si fermò ed estrasse faticosamente la radio dalla tasca interna del suo giaccone. — Sono Sandy — disse nel microfono. — Datemi la mia posizione.

Rispose immediatamente la voce di Tania. — Sei fuori strada — disse seccato. — Devi andare a sinistra di tre dodicesimi. Come mai ci stai mettendo tanto? Dovresti già essere sulla strada asfaltata.

— Credevo di esserci — rispose Sandy amareggiato chiudendo il contatto. Pensò che avrebbe avuto nuovamente bisogno di usare la radio per stabilire la sua posizione, quindi decise di fissarsela al collo con la cinghia, piuttosto che infilarla nuovamente nella tasca interna. Continuando a sudare e borbottando fra sé, riprese il suo faticoso cammino fra il fango, la pioggia e i rami inzuppati d’acqua che gli frustavano il volto in continuazione.

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