Il lungo ritorno [Homegoing - it]
- Автор: Пол Фредерик
- Год: 1996
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Marco Pinna
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Il lungo ritorno [Homegoing - it]». Краткое содержание книги:
Non si era assolutamente aspettato un simile ritorno al suo pianeta d’origine.
Se le condizioni erano pessime alla luce del giorno, diventarono ancora peggiori non appena cadde la notte. Il sole scomparve rapidamente dietro l’orizzonte, e gli ultimi bagliori del cielo vennero sostituiti altrettanto rapidamente da una minacciosa oscurità. Non vi era alcun tipo di luce. Oscurità completa! Anche questa era un’esperienza completamente nuova per Sandy, e forse si trattava della peggiore in assoluto fino a quel momento.
E fu proprio allora che Sandy scivolò su una pozzanghera di fango particolarmente viscido e si ritrovò a rotolare in un ammasso di cespugli pungenti e inzuppati d’acqua.
Ma questo non era nulla in confronto a quanto scoprì un attimo dopo. Quando prese la radio per ottenere un nuovo rilevamento della sua posizione, si rese conto che non funzionava più. Nel corso della caduta si era bagnata, e ora non dava più segni di vita.
La tempesta proseguiva imperterrita, ma in uno strano, solenne silenzio. Sandy si tastò l’orecchio e si rese conto che anche il suo apparecchio acustico era stato danneggiato nella caduta. Lo estrasse e lo batté ripetutamente sui pantaloni zuppi di pioggia e sudore, ma non servì a nulla. Con un gesto irritato, si infilò in tasca l’apparecchio e si guardò attorno.
Secondo i rilevamenti della navetta, la strada che passava attraverso la valle doveva trovarsi a non più di tre chilometri di distanza dal punto in cui erano atterrati. E non vi potevano essere dubbi riguardo al fatto che, nel giro di cinque ore di faticosa marcia a zig-zag, Sandy avesse percorso un tratto almeno equivalente. Di conseguenza, non vi potevano essere dubbi nemmeno riguardo al fatto che avesse deviato nuovamente dal suo percorso ottimale.
In quel momento, Sandy Washington si rese conto di essersi perso.
Tuttavia, non si trattava di una constatazione molto utile. Non poteva farci proprio nulla. Non vi era modo di tornare alla navetta, poiché a quel punto non aveva la benché minima idea di dove si trovasse. Certo, poteva andare avanti, e in fondo era proprio quello che voleva fare a tutti i costi, solo che a quel punto non aveva più nemmeno una pallida idea di dove potesse essere “avanti”.
Con un po’ di ritardo, ricordò anche che secondo gli studiosi hakh’hli in Alaska vi erano diversi animali selvaggi, alcuni dei quali (si chiamavano “lupi” e “orsi grizzly”) erano anche piuttosto pericolosi per l’uomo.
Sandy si guardò attorno; la rabbia che già provava da tempo iniziò a trasformarsi in paura.
Fu allora che si rese conto che, in lontananza alla sua destra, vi era un punto in cui l’oscurità non sembrava essere così solida e impenetrabile come da tutti gli altri lati. Non si poteva parlare di una luce. Certamente non era nulla di particolarmente luminoso, e mentre guardava si rese conto che era di colore leggermente scarlatto. Comunque fosse, si trattava di qualcosa di diverso rispetto all’impenetrabile oscurità che lo circondava.
Sandy non vide l’edificio finché non vi sbatté contro. La luce che aveva visto in lontananza non era altro che un disco color cremisi appeso sopra la porta d’ingresso che emetteva un debole bagliore simile a quello di una brace ardente. Mentre camminava lungo il muro esterno dell’edificio, sbatté dolorosamente contro qualcosa di metallico dotato di ruote. Che si trattasse di un’automobile”? Sandy sapeva che cosa erano le automobili, ma non ne aveva mai vista una con attaccato dietro uno strumento pieno di punte acuminate. Il dolore gli fece sbattere le palpebre violentemente, ma proseguì comunque zoppicando.
Non appena trovò la porta, la spinse e questa si aprì.
All’interno dell’edificio vi erano altri tre dischi che emettevano lo stesso debole bagliore rossastro fissati sul basso soffitto di un corridoio sul quale si aprivano diverse porte. Sandy sentì dapprima un forte odore di animali, poi percepì del movimento, dei respiri profondi e il suono di mascelle in azione. Non era solo.
Un attimo dopo, nonostante la semioscurità, capì con quali esseri viventi stava condividendo quello spazio. Aveva già visto in innumerevoli film terrestri quegli occhi enormi e pazienti, quelle corna piccole e torte e quel lento e costante movimento delle mascelle. Si trattava di mucche.
Perlomeno una delle sue preoccupazioni maggiori si dileguò. Le mucche, ne era quasi certo, non mangiavano gli esseri umani.
Completamente esausto e letteralmente inzuppato d’acqua, si sfilò il giaccone e gli stivali. Il solo fatto che vi fosse un edificio implicava che vi fossero anche degli esseri umani nelle vicinanze. Sandy sapeva benissimo ciò che avrebbe dovuto fare; doveva trovare gli esseri umani, stabilire un contatto con loro e proseguire nella sua missione.
Solo che in quel momento Sandy era troppo stanco per pensare ai suoi doveri, quindi si accasciò su un mucchio di vegetazione secca che si trovava lì. Pensò che avrebbe fatto meglio a rimanere sveglio per dare il benvenuto a chiunque “possedesse” quelle mucche nel caso che arrivasse lì… Ma proprio mentre ci pensava, la stanchezza ebbe il sopravvento e si addormentò come un sasso.
Si svegliò all’improvviso, rendendosi immediatamente conto di dove si trovava… nonché del fatto che non era solo.
Sbatté le palpebre. Davanti a lui torreggiava una figura con indosso un paio di pantaloncini sfrangiati e lunghi capelli neri. Le rivolse un sorriso imbarazzato, poi fu come se lo colpisse una scarica elettrica che gli tolse il respiro e la parola: la persona che aveva di fronte era una femmina. Una femmina terrestre.
Balzò in piedi, allungando le mani con i palmi verso l’alto per dimostrare che non aveva cattive intenzioni e producendosi subito nel sorriso amichevole e benevolo che aveva provato tante volte davanti allo specchio. Si spazzolò dai capelli alcuni fili di paglia secca, poi riguadagnò finalmente l’uso della parola.
Le labbra della donna però si stavano già muovendo, e Sandy si rese conto solo allora che non aveva addosso l’apparecchio acustico. Infilò una mano nella tasca del giaccone, prese l’apparecchio, se lo cacciò nell’orecchio pregando e… funzionava! — Salve — disse la voce della donna in tono perplesso.
— Salve — rispose Sandy. — Immagino che lei si stia domandando chi sono. Mi chiamo Sandy… cioè, John William Washington — disse. — Sono entrato qui dentro per ripararmi dal temporale. Spero che non abbia nulla in contrario… Vede, stavo facendo l’autostop e mi sono perso…
La donna non apparve per nulla sorpresa. Anzi, l’espressione del suo volto non tradì alcuna emozione. La sua pelle era decisamente più scura di quanto Sandy non si fosse aspettato, e il suo viso appariva impassibile. — Tanto vale che vieni in casa — gli disse. Con questo, si girò e fece strada.
La pioggia era cessata, e il cielo era parzialmente sgombro. Sandy osservò meravigliato le “nuvole” bianche e soffici, il “cielo” azzurro e il verde della vegetazione che lo circondava. Si trovavano in una valle. La navetta hakh’hli non era in vista, ma Sandy riconobbe le montagne che li circondavano, anche se erano un po’ diverse da come le ricordava; probabilmente le stava guardando da un’altra angolazione. — Avanti, entra — disse la donna tenendogli la porta aperta.
— Grazie — rispose Sandy in tono cortese mentre entrava in casa.
Si trovavano in una “cucina”. Sandy si guardò attorno, letteralmente affascinato. Gli odori che percepiva erano stupefacenti. Davanti alla “stufa” vi era un giovane terrestre di sesso maschile che rimestava in una padella bassa qualcosa di sfrigolante. Sotto alla padella vi era una fiamma accesa (una fiamma libera!) La padella era senz’altro la fonte di almeno uno degli odori che percepiva, un odore che risultava allo stesso tempo invitante e disgustoso, ma ve ne erano anche molti altri che Sandy non riusciva a identificare.