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I fuochi del cielo

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I fuochi del cielo
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Il Cuore della Pietra era esattamente come lo aveva trovato tutte le volte precedenti, luce pallida che proveniva da ovunque e nessun luogo, la spada splendente di cristallo, Callandor, affondata nella pietra della pavimentazione sotto la grande cupola, file di enormi colonne di granito levigato che sparivano nell’ombra. E quella sensazione di essere osservata così comune nel tel’aran’rhiod. Nynaeve dovette fare un grande sforzo per non fuggire o mettersi a cercare in maniera frenetica fra le colonne. Si sforzò di rimanere in un solo posto vicino a Callandor, contando lentamente fino a mille e fermandosi ogni cento per chiamare Egwene.

Non poteva fare altro. L’autocontrollo di cui andava tanto fiera era scomparso. Gli abiti cambiavano continuamente mentre si preoccupava di lei e Moghedien, di Egwene, Rand e Lan. Da un minuto all’altro la robusta lana dei Fiumi Gemelli diventata un mantello dal cappuccio profondo, la cotta di maglia dei Manti Bianchi si tramutava nel vestito di seta rosso — trasparente! — che si trasformava in un mantello che diveniva... Nynaeve era convinta che anche il viso mutasse. Una volta si era guardata le mani vedendo la pelle più scura di Juilin. Forse se Moghedien non l’avesse riconosciuta...

«Egwene!» Quest’ultimo richiamo echeggiò nella sala fra le colonne e Nynaeve si costrinse a restare immobile mentre rabbrividiva e contava di nuovo fino a cento. La grande sala era rimasta vuota tranne che lei. Desiderando poter provare più rimpianto che fretta, uscì dal sogno...

...e rimase sdraiata a giocare con l’anello di pietra appeso al laccio, fissando le spesse travi sopra il letto e ascoltando le miriadi di rumori della nave che discendeva il fiume attraversando l’oscurità.

«C’era?» chiese Elayne. «Non sei stata via a lungo e...»

«Sono stanca di avere paura» disse Nynaeve senza distogliere lo sguardo dalle travi. «Sono stanca di comportarmi da codarda.» Le ultime parole si dissolsero in lacrime che non riuscì a fermare né a nascondere, non importa quanto si strofinasse gli occhi.

Elayne fu accanto a lei in un istante, Birgitte le premette un panno umido dietro la nuca. Nynaeve continuò a piangere al suono delle voci delle amiche che le dicevano che non era una codarda.

«Se pensassi che Moghedien mi stesse dando la caccia» le disse Birgitte, «scapperei di corsa. Se non ci fosse altro nascondiglio all’infuori della tana di un tasso, mi farei piccola, mi rifugerei lì dentro e suderei fino a quando non fosse andata via. Non rimarrei davanti a uno degli s’redit di Cerandin se attaccasse e questo non vuol dire che sono una codarda. Devi scegliere il momento e il posto giusti e attaccarla quando meno se lo aspetta. Mi vendicherò di lei se mai potrò, ma quello è il solo modo in cui potrei farlo. Qualsiasi altra strategia sarebbe sciocca.»

Non era quello che Nynaeve voleva sentire, ma le lacrime e le parole di conforto avevano aperto un altro varco spinoso nel muro che le separava.

«Ti proverò che non sei una codarda.» Elayne prese la scatola di legno scuro dallo scaffale dove la aveva riposta e rimosse il disco di metallo con le spirali. «Ritorneremo là insieme.»

Questo Nynaeve voleva sentirlo anche meno. Ma adesso non c’era modo di evitarlo, non dopo che le avevano detto che non era una codarda. Per cui tornarono indietro.

Nella Pietra di Tear, dove fissarono Callandor; era meglio che guardarsi dietro le spalle e chiedersi se sarebbe apparsa Moghedien; quindi si ritrovarono nel palazzo reale di Caemlyn con Elayne che guidava, a Emond’s Field sotto la guida di Nynaeve. Quest’ultima aveva visto altri palazzi prima di allora, con grandi sale, bei tappeti e arazzi elaborati, ma questo era il posto dove era cresciuta Elayne. Vederlo ed esserne consapevole, le fece capire qualcosa di Elayne. Era chiaro che la donna si aspettasse che il mondo si inchinasse davanti a lei. Era cresciuta in un luogo dove questo già accadeva.

Elayne, una pallida immagine di se stessa per via del ter’angreal che stava usando, era stranamente calma in quel posto. Ma in fondo Nynaeve era stata silenziosa a Emond’s Field. Intanto il villaggio era più grande di come se lo ricordava, con più tetti di paglia e altre strutture di legno in fase di costruzione. Qualcuno stava costruendo una casa davvero grande proprio fuori del villaggio, a tre piani, e un piedistallo di pietra alto cinque passi era stato eretto nel prato comune, con una serie di nomi incisi sopra. Molti li aveva riconosciuti ed erano prevalentemente dei Fiumi Gemelli. Su entrambi i lati del piedistallo c’era un’asta di bandiera: su una sventolava un vessillo con una testa di lupo rossa, sull’altra vi era invece un’aquila rossa. Tutto sembrava ricco e felice, almeno per quello che poteva vedere in quel luogo deserto, ma non aveva senso. Cos’erano quelle bandiere? E chi stava costruendo una simile casa?

Poi entrarono nella Torre Bianca, nello studio di Elaida. Non era cambiato nulla, ma era rimasta solo una mezza dozzina di sgabelli nel semicerchio davanti al tavolo di Elaida. Il trittico con Bonwhin era sparito. Quello con Rand era ancora lì, con uno strappo nella tela riparato malamente proprio davanti al viso di Rand, come se qualcuno vi avesse scagliato contro qualcosa.

Scorsero le carte nella scatola laccata con i falchi d’oro e quelle sul tavolo della Custode nell’anticamera. Documenti e lettere cambiavano mentre li guardavano, eppure avevano scoperto qualcosa. Elaida sapeva che Rand aveva valicato il Muro del Drago ed era entrato a Cairhien, ma non avevano alcuna idea di cosa la donna intendesse fare a riguardo. Una richiesta furiosa di far rientrare immediatamente tutte le Aes Sedai alla Torre, a meno che non avessero ordini precisi da lei. Elaida sembrava essere adirata per molte cose, tanto che poche Sorelle avevano fatto ritorno dopo la sua offerta di amnistia. La maggior parte degli occhi e orecchi a Tarabon era ancora silenziosa.

Pedron Niall ancora richiamava i Manti Bianchi in Amadicia e lei non ne sapeva il motivo. Non riuscivano ancora a trovare Davram Bashere anche se aveva un esercito con lui. La furia colmava ogni documento che portava il suo sigillo. Nessuno sembrava di qualche utilità o interesse, tranne forse quello sui Manti Bianchi. Non avrebbero avuto problemi finché fossero rimaste sul Serpente di fiume.

Quando fecero ritorno nei loro corpi sulla nave, Elayne rimase in silenzio. Si alzò dalla sedia e rimise il disco nella scatola. Senza pensare, Nynaeve l’aiutò a togliersi il vestito. Birgitte si alzò quando le donne andarono a letto con indosso le camicie da notte, con l’intenzione di dormire in cima alla scala.

Elayne incanalò per spegnere la lampada. Dopo un momento al buio, disse: «Il palazzo sembrava così... vuoto, Nynaeve. Sembrava vuoto.»

Nynaeve non sapeva come altro potesse essere un posto nel tel’aran’rhiod. «Si tratta del ter’angreal che hai usato. Mi apparivi quasi nebulosa.»

«Be’, per me avevo l’aspetto giusto.» Nella voce di Elayne vi era solo un tocco di malizia. Si addormentarono.

Nynaeve ricordava bene i gomiti dell’altra donna e le lamentele di Elayne mormorate riguardo ai suoi piedi freddi, ma niente poteva intaccare il suo buon umore. Lo aveva fatto. Forse dimenticarsi di avere paura non era lo stesso che non avere paura, ma almeno era ritornata nel Mondo dei Sogni. Forse un giorno avrebbe anche ritrovato il coraggio per non spaventarsi più.

Una volta cominciato era più facile andare avanti che fermarsi. Ogni notte entravano nel tel’aran’rhiod assieme, non mancando di visitare la Torre Bianca per vedere se potevano scoprire altro. Non c’era molto oltre un ordine di inviare emissari a Salidar per invitare le Aes Sedai a ritornare alla Torre. Solo che l’invito, per quanto aveva potuto leggere Nynaeve prima che si trasformasse in una relazione sulla ricerca di potenziali novizie con specifiche attitudini, era più una richiesta che le Aes Sedai si sottomettessero a Elaida, immediatamente grate del permesso ottenuto. Comunque era anche una conferma che non stavano dando la caccia a una lepre selvatica. Il problema era che quanto avevano visto nei frammenti non bastava a mettere insieme qualcosa di sensato. Chi era questo Davram Bashere e perché Elaida voleva trovarlo a tutti i costi? Perché Elaida aveva vietato a chiunque di pronunciare il nome di Mazrim Taim, il falso Drago, con la minaccia di severe punizioni? Perché la regina Tenobia di Saldea e re Easar dello Shienar avevano scritto lettere educate ma severe accusando la Torre Bianca di immischiarsi nei loro affari? Tutto faceva venire in mente a Elayne uno dei detti di Lini: ‘per conoscere il due, devi prima conoscere l’uno’. Nynaeve era pienamente d’accordo.

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