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Crocevia del crepuscolo

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Crocevia del crepuscolo
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«Almeno posso dire a Luca che non deve più fuggire» disse Mat in tono stanco, facendo voltare Pips verso lo striscione. «Forse ci darà un posto per dormire per qualche ora.» Per tutto l’oro che gli aveva lasciato, Luca avrebbe dovuto dar loro il suo stesso carro, ma, conoscendolo, Mat sperava in un po’ di paglia pulita da qualche parte. Il giorno seguente si sarebbe messo in viaggio per trovare Thom e gli altri. E Tuon. Il giorno seguente, dopo aver riposato.

Una sorpresa ancora più grande lo attendeva all’interno dell’enorme carro di Luca. Era davvero spazioso, quantomeno per un carro, con uno stretto tavolo posto nel mezzo e spazio per camminarci attorno. Tavolo, armadietti e scaffali erano tutti lucidati fino a splendere. Tuon era seduta in una sedia dorata – Luca aveva una sedia, e pure dipinta d’oro, quando chiunque altro doveva farsi bastare degli sgabelli! – con Selucia in piedi alle sue spalle. Un raggiante Luca stava osservando Latelle offrire a Tuon un vassoio di pasticcini fumanti, che la piccola donna scura stava esaminando come se avesse intenzione di mangiare davvero qualcosa che la moglie di Luca aveva cucinato.

Tuon non mostrò alcuna sorpresa quando Mat entrò nel carro. «È prigioniera o morta?» disse, prendendo un pasticcino con le dita incurvate in quel modo aggraziato.

«Morta» disse in tono piatto. «Luca, per la Luce, cosa...»

«Te lo proibisco, Giocattolo!» sbottò Tuon, puntando bruscamente un dito verso di lui. «Ti proibisco di piangere una traditrice!» La sua voce si ammorbidi, leggermente, ma rimase ferma. «Si è meritata la morte tradendo l’impero, e avrebbe tradito te altrettanto facilmente. Stava tentando di tradirti. Quello che hai fatto è stata giustizia, e io così la chiamo.» Il suo tono lasciava intendere che se chiamava una cosa in un certo modo, quello era il suo nome vero e appropriato. Mat strizzò gli occhi chiudendoli per un momento. «Anche tutti gli altri sono ancora qui?» domandò.

«Ma certo» rispose Luca, ancora sorridendo come un ebete. «La Signora... la Somma Signora – perdonami, Somma Signora.» Si inchinò profondamente. «Lei ha parlato con Merrilin e Sandar e... Be’, tu capisci bene. Una donna molto persuasiva, la Signora. La Somma Signora. Cauthon, a proposito del mio oro. Tu hai detto che dovevano consegnarmelo, ma Merrilin ha affermato che prima mi avrebbe tagliato la gola, e Sandar ha minacciato di spaccarmi la testa, e...» Allo sguardo di Mat lasciò cadere le sue parole, poi a un tratto si illuminò di nuovo.

«Guarda cosa mi ha dato la Signora!» Aprendo uno degli armadietti, ne trasse un foglio ripiegato che teneva con atteggiamento reverenziale in entrambe le mani. Era carta spessa e bianca come la neve; costosa. «Un lasciapassare. Senza sigillo, ovviamente, ma firmato. Il Grandioso Spettacolo Viaggiante e Magnifica Esposizione di Prodigi e Meraviglie di Valan Luca è ora sotto la protezione personale della Somma Signora Tuon Athaem Kore Paendrag. Tutti sapranno chi è, ovviamente. Porrei andare a Seanchan. Potrei allestire il mio spettacolo per l’imperatrice!

Che possa vivere per sempre» si affrettò ad aggiungere, con un altro inchino a Tuon.

Per nulla, pensò Mat. Si lasciò cadere su uno dei letti con i gomiti sulle ginocchia, guadagnandosi un’occhiata molto caustica da parte di Latelle. Era probabile che solo la presenza di Tuon la trattenesse dall’assestargli uno scappellotto.

Tuon sollevò una mano perentoria, una bambola di porcellana nera ma in tutto e per tutto una regina, malgrado lo scadente abito fin troppo largo. «Non devi usarlo se non in caso di necessità, mastro Luca. Estrema necessità!»

«Ma certo, Somma Signora, ma certo.» Luca si profuse in inchini come se potesse baciare le assi del pavimento da un momento all’altro. Tutto per un dannatissimo nulla!

«Ho fatto specifica menzione di chi non è sotto la mia protezione, Giocattolo.» Tuon prese un morso del pasticcino e si pulì delicatamente una briciola dal labbro con un dito. «Riesci a indovinare quale nome si trova in cima a quella lista?» Sorrise. Non un sorriso malizioso. Un altro di quei sorrisi per sé stessa, divertimento o piacere per qualcosa che lui non riusciva a capire. All’improvviso Mat notò qualcosa. Quel mazzetto di boccioli di rosa che le aveva dato era appuntato alla sua spalla. Senza volere, Mat cominciò a ridere. Gettò il suo cappello sul pavimento e rise. Nonostante tutto, malgrado ogni suo sforzo, non conosceva affatto quella donna! Neanche un po’! Rise finché le cestole non gli fecero male.

30

Il potere del Bastone dei Giuramenti

Il sole poggiava sull’orizzonte, delineando perfettamente la sagoma della Torre Bianca in lontananza, ma il freddo della notte precedente sembrava più intenso e gli scuri nuvoloni grigi che solcavano il cielo minacciavano una nevicata. L’invento si stava facendo meno rigido, ma era rimasto aggrappato fin oltre il presunto inizio della primavera, lasciando andare la presa scontento. I rumori del mattino penetravano nella tenda di Egwene, pur isolata da tutto ciò che c’era attorno. L’accampamento pareva vibrare. Gli operai portavano acqua dai pozzi e carretti carichi di quantità supplementari di legna da ardere e carbone. Le servitrici andavano a prendere la colazione per le Sorelle, e le novizie del secondo turno si affrettavano ad andare a fare la loro, mentre quelle del primo e del terzo erano a lezione. Era un giorno importante, anche se nessuno di loro lo sapeva.

Probabilmente oggi sarebbero terminati i negoziati fasulli che avevano luogo a Darein, a un tavolo sotto un padiglione ai piedi del ponte per Tar Valon. Fasulli da entrambe le parti. I razziatori di Elaida continuavano a colpire impunemente sull’altra riva del fiume. In ogni caso oggi sarebbe stato l’ultimo incontro per un po’ di tempo. Scrutando la propria colazione, Egwene sospirò e tolse una macchiolina nera dalla farina d’avena fumante, strofinandosela via dalle dita su un tovagliolo di lino, senza guardare troppo da vicino per essere sicura che fosse una larva. Se non potevi essere sicura, ti preoccupavi di meno di quello che rimaneva nella scodella. Si mise una cucchiaiata in bocca e cercò di concentrarsi sulle dolci fette di albicocche secche che Chesa vi aveva mischiato. Le si era spezzato qualcosa sotto i denti?

«Tutto riempie la pancia, era solita dire mia madre, perciò non farci caso» mormorò Chesa come parlando fra sé . Era quello il modo in cui dava consigli a Egwene, senza varcare il confine fra signora e cameriera. Quantomeno le dava consigli quando Halima non era presente, e l’altra donna si era allontanata presto quella mattina. Chesa era seduta su una delle cassapanche dei vestiti, in caso Egwene volesse qualcosa o avesse bisogno di una commissione; ma ogni tanto i suoi occhi deviavano verso la pila di indumenti che quel giorno sarebbero andati alle lavandaie. Non le importava di rammendare o rattoppare di fronte a Egwene ma, a suo modo di vedere, smistare la biancheria avrebbe significato varcare quel confine.

Spianando la smorfia dalla sua faccia, Egwene stava per dire alla donna di andare a prendere la propria colazione – Chesa considerava una trasgressione anche mangiare prima che Egwene avesse terminato – ma prima che potesse aprire bocca, Nisao entrò nella tenda, circondata dal bagliore di saidar. Mentre i lembi d’ingresso si riabbassavano, Egwene colse un’occhiata di Sarin, il tozzo Custode calvo e con la barba nera di Nisao, che attendeva fuori. Il cappuccio della piccola Sorella era abbassato, attentamente sistemato sulle spalle in modo da mostrare la fodera di velluto giallo; tuttavia lei teneva il mantello stretto a sé come se avvertisse il freddo intensamente. Non disse nulla, si limitò a rivolgere a Chesa un’occhiata tagliente. Chesa attese il cenno del capo di Egwene prima di raccogliere il proprio mantello e affrettarsi a uscire. Poteva non essere in grado di vedere la luce del Potere, ma sapeva quando Egwene voleva riservatezza.

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