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Crocevia del crepuscolo

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Crocevia del crepuscolo
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«Kairen Stang è morta» disse Nisao senza preamboli. Il suo volto era liscio, la sua voce ferma e gelida. Era tanto bassa da far sentire Egwene alta, ma si erse come per poter guadagnare un altro pollice. Nisao di solito non lo faceva. «Sette Sorelle hanno già saggiato la risonanza prima che arrivassi. Non c’è dubbio che sia stata uccisa usando saidin. Aveva il collo spezzato. Frantumato. Come se la sua testa fosse stata torta con un giro completo. Perlomeno è stato rapido.»

Nisao trasse un respiro profondo e incerto, poi si rese conto di cosa aveva fatto e si erse ancora più ritta. «Il suo Custode è in preda a una furia omicida. Qualcuno lo ha messo a dormire somministrandogli un preparato di erbe, ma sarà un problema quando si sveglierà.» Non assunse la solita espressione sdegnata di ogni Gialla al menzionare le erbe; un indice del suo turbamento, per quanto il suo volto fosse calmo. Egwene appoggiò il cucchiaio sul tavolino e si reclinò all’indietro. All’improvviso la sua sedia non le sembrava più confortevole. Ora la migliore dopo Leane era Bode Cauthon. Una novizia. Cercò di non pensare a cos’altro era Bode. Con i giorni di pratica supplementari, Bode poteva compiere il lavoro bene quasi quanto Kairen. Quasi. Non fece menzione di questo, però. Nisao conosceva alcuni segreti, ma non tutti.

«Anaiya e ora Kairen. Entrambe dell’ Ajah Azzurra. Conosci qualche altro collegamento fra loro?»

Nisao scosse il capo. «Anaiya era Aes Sedai da cinquanta o sessant’anni quando Kairen giunse alla Torre, a quanto ricordo. Forse erano conoscenti. Proprio non so, Madre.» Ora suonava stanca e le sue spalle si incurvarono un poco. La sua investigazione discreta sulla morte di Anaiya non aveva portato a nulla, e doveva essere consapevole che Egwene avrebbe aggiunto Kairen.

«Scoprilo» ordinò Egwene. «Con discrezione.» Questo secondo omicidio avrebbe causato già un putiferio senza che lei vi contribuisse. Per un momento esaminò l’altra donna. Nisao poteva accampare scuse dopo il fatto, o affermare di essere stata dubbiosa dall’inizio, ma fino ad allora era sempre stata un modello della fiducia in sé e dell’assoluta sicurezza proprie dell’Ajah Gialla. Non ora, comunque. «Ci sono molte Sorelle che se ne vanno in giro trattenendo saidar?»

«Ne ho notate diverse, Madre» rispose Nisao in tono rigido. Il suo mento si sollevò con un lieve atteggiamento di sfida. Dopo un momento, però, il bagliore attorno a lei si spense. Si avvolse più stretta nel mantello, come se avesse perso calore all’improvviso. «Dubito che sarebbe servito a qualcosa per Kairen. La sua morte è stata troppo improvvisa. Ma rende una persona più... sicura.»

Dopo che la piccola Sorella se ne fu andata, Egwene rimase seduta a rimestare la sua farina d’avena con il cucchiaio. Non vide altre macchioline scure, ma le era passato l’appetito. Infine si alzò e si mise attorno al collo la stola a sette colori, poi gettò sopra le spalle il suo mantello. Proprio quel giorno non se ne sarebbe rimasta seduta impantanata nella depressione. Doveva seguire con esattezza la sua routine.

All’esterno carri dalle alte ruote procedevano lungo i solchi ghiacciati delle strade dell’accampamento, carichi di grossi barili d’acqua e cataste di legna da ardere già spaccata, sacchi di carbone, carrettieri e individui che viaggiavano avviluppati nei loro mantelli contro il freddo. Come al solito, famiglie di novizie si affrettavano lungo le assi delle strade, di norma riuscendo a rivolgere le loro riverenze alle Aes Sedai di passaggio senza rallentare. Una mancanza nei rispetti dovuti a una Sorella poteva costare una fustigazione, ma allo stesso modo un ritardo, e le insegnanti erano in generale meno tolleranti delle Aes Sedai incontrate passando, che almeno potevano fare delle eccezioni, considerato il motivo per cui una novizia andava di fretta. Le donne biancovestite ancora balzavano per farsi da parte alla vista della stola multicolore che pendeva dal cappuccio di Egwene, ovviamente, ma lei rifiutò di lasciare che il suo umore venisse guastato, più di quanto non fosse già, da novizie che facevano riverenze per strada, scivolando e sdrucciolando sul terreno reso duro dal ghiaccio e talvolta quasi cadendo a faccia in giù prima che le loro cugine potessero afferrarle. ‘Cugina’ era il modo in cui si chiamavano fra loro membri della stessa famiglia, e in qualche modo questo pareva rafforzare il loro rapporto, come se esistesse veramente una parentela, quasi come fossero addirittura cugine molto unite. Quello che inasprì davvero il suo umore furono le poche Aes Sedai che vide in giro, che procedevano sulle assi fra onde di riverenze. Non ce ne furono più di una dozzina circa fra la sua tenda e lo Studio dell’Amyrlin, ma tre su quattro erano avvolte dalla luce del Potere così come dai mantelli. Nella maggior parte dei casi camminavano a coppie, seguite da ogni Custode che avessero. Avviluppate in saidar o no, parevano pure guardinghe, i cappucci che ruotavano costantemente mentre esaminavano chiunque fosse in vista. Le ricordò di quella volta in cui la febbre maculata aveva colpito Emond’s Field, e tutti andavano in giro premendo fazzoletti impregnati di acquavite contro il naso – Doral Barran, la Sapiente di allora, aveva detto che avrebbero aiutato a tenerla lontana – premendo i loro fazzoletti e guardandosi a vicenda per vedere chi sarebbe stato il prossimo a ricoprirsi di macchie e cadere a terra. Undici persone morirono prima che la febbre facesse il suo corso, ma fu solo un mese dopo che l’ultima persona si fu ammalata che la gente fu disposta a riporre i fazzoletti. Per lungo tempo, lei aveva associato l’odore di acquavite alla paura. Poteva quasi fiutarla ora. Due Sorelle erano state assassinate in mezzo a loro, da un uomo in grado di incanalare, per non parlare del fatto che riusciva ad andare e venire a piacimento. La paura si stava diffondendo fra le Aes Sedai più rapidamente di qualunque febbre maculata. La tenda che utilizzava come studio era già tiepida quando arrivò, il braciere emanava un profumo di rose. Le lampade provviste di specchi su sostegni e quella da tavolo erano accese. La sua routine era ben nota. Mettendo il suo mantello sull’appendiabiti nell’angolo, si mise a sedere dietro lo scrittoio, afferrando in modo automatico la gamba instabile della sedia che cercava sempre di piegarsi. Tutto quello che doveva fare era seguire la routine. Domani avrebbe potuto annunciare ciò che era stato fatto.

La sua prima visitatrice fu una sorpresa, forse l’ultima donna che si aspettava di veder entrare nella sua tenda. Theodrin era una Marrone slanciata e con le gote rosse, una Domanese dalla pelle color rame con un piglio ostinato nella bocca. Una volta pareva sempre pronta a sorridere. Scivolò lungo i tappeti consunti, tanto vicina che la frangia del suo scialle sfiorava lo scrittoio. Mentre le rivolgeva una riverenza molto formale, Egwene protese la sua mano sinistra in modo che la donna potesse baciare l’anello col Gran Serpente. Alla formalità si doveva rispondere con la formalità.

«Romanda desidera sapere se può incontrarsi con te oggi, Madre» disse la snella Marrone. Con delicatezza, ma c’era ostinazione sepolta nel suo tono.

«Dille che va bene a qualsiasi ora, Figlia» replicò attentamente Egwene. Theodrin offrì un’altra riverenza senza mutare espressione. Mentre la Marrone faceva per andarsene, una delle Ammesse la sfiorò entrando nella tenda, gettando indietro il suo cappuccio a bande bianche. Emara era una donna magra e piccola quanto Nisao. Sembrava che un vento forte potesse soffiarla via, tuttavia aveva una mano molto ferma con le novizie a lei affidate, più ferma di molte Sorelle. D’altra parte, era dura con sé stessa, e si supponeva che la vita di una novizia dovesse essere dura. Gli occhi grigi di Emara ruotarono verso la frangia dello scialle di Theodrin e la sua bocca si contrasse in una smorfia di sdegno prima che potesse spianarla per allargare le sue nivee gonne a strisce per Egwene. Vivide chiazze di colore infiammarono le guance di Theodrin.

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