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I fuochi del cielo

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I fuochi del cielo
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Era stato stupefacente sentir parlare di circa ventimila prigionieri catturati fra i seguaci di Couladin. Fino a quando aveva lasciato i Fiumi Gemelli, non aveva mai realmente creduto che così tanta gente potesse radunarsi in un solo posto, ma vederla lo aveva colpito di più. In schiere di quaranta o cinquanta, punteggiavano le colline come cavoli, uomini e donne seduti nudi sotto al sole, ognuna sotto gli occhi di un gai’shain. Certamente nessun altro prestava loro molta attenzione, anche se di tanto in tanto una figura con indosso il cadin’sor si avvicinava a uno dei gruppi e ordinava a un uomo o una donna di fare qualcosa. Chiunque veniva chiamato scattava, senza alcuna guardia, e Rand ne vide alcuni che tornavano e si sedevano al loro posto. Gli altri se ne stavano lì tranquilli, alcuni sembravano quasi annoiati, come se non avessero motivo di trovarsi altrove, nemmeno se lo avessero desiderato.

Forse avrebbero indossato gli abiti bianchi con la stessa calma. Eppure Rand non poteva fare a meno di ricordare con quanta facilità questa stessa gente aveva già violato le proprie leggi e usanze. Couladin forse aveva iniziato, o forse lo aveva ordinato, ma loro lo avevano seguito e obbedito.

Guardando torvo i prigionieri, ventimila e altri in arrivo, non avrebbe mai creduto che potessero rispettare i vincoli dei gai’shain, e gli ci volle un po’ prima di notare una cosa insolita fra gli altri Aiel. Fanciulle e guerrieri che portavano la lancia non indossavano mai altro sul capo se non gli shoufa, e sempre di colori che si confondessero con la roccia come nell’ombra, ma adesso vedeva uomini con delle sottili bande scarlatte attorno alla testa. Forse uno su quattro o cinque aveva un pezzo di stoffa legato attorno al capo, con un disco ricamato o dipinto, due gocce unite fra loro, una nera e l’altra bianca. La cosa più strana di tutte era che li indossavano anche i gai’shain. La maggior parte aveva i cappucci tirati su, ma tutti quelli a capo scoperto portavano la fascia. Gli algai’d’siswai con i loro cadin’sor osservavano senza dire nulla, che avessero la benda o meno. I gai’shain non dovevano mai indossare nulla che portassero coloro che toccavano le armi. Mai.

«Non lo sapevo» disse Aviendha bruscamente alle sue spalle quando Rand chiese cosa significasse. Cercò di sedersi più dritto, sembrava davvero che lei lo stringesse più del necessario. Dopo un momento la donna proseguì, così piano che Rand dovette aguzzare le orecchie per sentire tutto. «Bair ha minacciato di picchiarmi se ne parlo ancora e Sorilea mi ha colpita in mezzo alle spalle con un bastone, ma credo siano quelli che sostengono di essere siswai’aman.»

Rand aprì la bocca per chiederne il significato, conosceva alcune parole nella lingua antica, non molte, quando l’interpretazione affiorò alla sua mente. Siswai’aman, letteralmente: la lancia del Drago.

«A volte» rise Asmodean «è difficile riuscire a cogliere la differenza fra se stesso e i propri nemici. Loro vogliono possedere il mondo, ma sembra che tu possieda già le persone.»

Voltando il capo, Rand lo fissò finché il divertimento non svanì e, stringendosi a disagio nelle spalle, lasciò che il suo mulo arretrasse fino ad affiancare Pevin e la bandiera. Il problema era che un tale nome implicava di più, proprietà. Quelli erano anche i ricordi di Lews Therin. Non gli sembrava possibile possedere delle persone, ma se era così, non lo voleva. Tutto quello che desidero è usarle, pensò con sarcasmo.

«Vedo che non lo credi» disse rivolgendosi alle sue spalle. Nessuna delle Fanciulle indossava quella fascia.

Aviendha esitò prima di rispondere: «Non so cosa credere.» Parlò con la stessa calma di prima, però sembrava arrabbiata e insicura. «Ci sono molte credenze e le Sapienti sono spesso silenziose, come se non conoscessero la verità. Alcuni sostengono che nel seguirti stiamo espiando il peccato dei nostri avi per essere... venuti meno alle Aes Sedai.»

L’esitazione nella voce della donna lo stupì. Rand non aveva mai considerato che Aviendha potesse essere preoccupata come qualsiasi altro Aiel del passato che aveva rivelato loro. Vergognosa era una parola più adeguata a descrivere quella condizione piuttosto che preoccupata. La vergogna era un elemento importante del ji’e’toh. Si vergognavano di quello che erano stati, seguaci della Via della Foglia, e allo stesso tempo di aver abbandonato il loro giuramento.

«In troppi hanno sentito alcune versioni o parti della Profezia del Rhuidean» proseguì Aviendha con un tono di voce più controllato, come se avesse udito parlare di quella profezia prima che iniziasse l’addestramento da Sapiente. «Ma è stata modificata. Sanno che ci distruggerai...» Il controllo vacillò mentre riprendeva fiato. «Ma molti credono che ci ucciderai durante una infinita danza delle lance, un sacrificio per espiare il peccato. Altri sostengono che la tetraggine stessa sia una prova, per rimuovere tutto tranne il nocciolo prima dell’Ultima Battaglia. Ho anche sentito qualcuno affermare che gli Aiel adesso sono un tuo sogno, e che quando ti sveglierai da questa vita, non esisteremo più.»

Una serie di credenze tetre. Era già un male aver rivelato loro un passato che reputavano vergognoso. Era una meraviglia che non lo avessero abbandonato in blocco. O che non fossero impazziti. «Cosa pensano le Sapienti?» chiese Rand altrettanto calmo.

«Che quello che deve essere, sarà. Salveremo quanto potrà essere salvato, Rand al’Thor. Non speriamo di fare altro.»

Salveremo. Si era inclusa ira le Sapienti, proprio come Egwene ed Elayne si includevano fra le Aes Sedai. «Be’» disse con leggerezza, «mi aspetto che almeno Sorilea creda che dovrei essere tirato per le orecchie. Forse anche Bair lo crede. Di certo Melaine.»

«Fra le altre cose» mormorò Aviendha. Con suo dispiacere la donna si scostò da lui, anche se mantenne la presa sulla giubba. «Credono molte cose che vorrei non credessero.»

Rand sorrise controvoglia. Per cui lei non riteneva giusto che gli tirassero le orecchie. Era un piacevole cambiamento dal suo risveglio.

I carri di Hadnan Kadere si trovavano a circa un chilometro dalla sua tenda, in circolo in un’ampia depressione fra due colline dove i Cani di Pietra facevano la guardia. Con una giubba color crema, l’Amico delle Tenebre dal naso aquilino guardò in alto, tamponandosi il viso con l’inevitabile grande fazzoletto, mentre Rand gli cavalcava di fianco con le bandiere e la scorta a ventaglio. Anche Moiraine era con lui, esaminando il carro dove era sistemata la soglia ter’angreal sotto a dei teli dietro la cassetta del conducente. Non si guardò nemmeno attorno fino a quando Kadere non le rivolse la parola. A giudicare dai gesti dell’uomo, appariva con chiarezza che Moiraine poteva essere intenzionata ad accompagnare Rand. Sembrava impaziente che la donna andasse via, e non lo meravigliava. Doveva davvero congratularsi con se stesso per essere riuscito a nascondere così a lungo la sua identità di Amico delle Tenebre; ma più tempo trascorreva in compagnia dell’Aes Sedai, più correva il rischio di essere scoperto. Era davvero una sorpresa per Rand che l’uomo fosse ancora lì. Almeno la metà dei conducenti entrati nel deserto con lui era fuggita fin da quando avevano attraversato il Muro del Drago, rimpiazzata da rifugiati cairhienesi scelti da Rand in persona, per essere sicuro che non fossero come Kadere. Ogni mattina si aspettava di non trovarlo, specialmente da quando era fuggita Isendre. Le Fanciulle avevano quasi divelto il carro per cercare la donna, mentre Kadere sudò tutto il tempo tamponandosi con il fazzoletto. Non lo avrebbe rimpianto se Kadere fosse riuscito a scappare nella notte. I soldati aiel avevano l’ordine di lasciarlo andare, finché non provasse a impadronirsi dei preziosi carri di Moiraine. Come era sempre più chiaro di giorno in giorno, il loro carico era per lei un tesoro pregiato, e Rand non voleva che la donna lo perdesse.

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