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I fuochi del cielo

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I fuochi del cielo
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Tranne i morti.

Girò il cannocchiale verso est. C’era una traccia di luce solare a qualche chilometro. La torre di legno avrebbe dovuto essere visibile, spuntare fra gli alberi, ma da un po’ non riusciva più a vederla. Forse stava guardando nella direzione sbagliata. Non importava. I fulmini dovevano essere opera di Rand, come anche il resto. Se posso allontanarmi abbastanza da quella parte...

Sarebbe tornato esattamente al punto di partenza. Anche se non era l’attrazione del ta’veren a riportarlo indietro, avrebbe avuto dei problemi ad andare di nuovo via una volta che Moiraine lo avesse scoperto. E c’era anche da considerare Melindhra. Non aveva mai sentito parlare di una donna che non prendesse male il fatto che un uomo cercasse di uscire dalla sua vita senza farglielo sapere.

Mentre regolava il cannocchiale alla ricerca della torre, un pendio coperto di ericacee e alberi della carta si incendiò all’improvviso: un albero su tre alberi divenne istantaneamente una torcia. Abbassò piano il tubo circondato dal bronzo, non ne aveva bisogno per vedere che il fuoco e il denso fumo grigio già formavano un gran pennacchio in cielo. Non gli occorrevano segni per riconoscere qualcuno che incanalava quando lo vedeva. Rand aveva finalmente oltrepassato il limite che lo separava dalla follia? O forse Aviendha ne aveva abbastanza di essere costretta a rimanergli accanto. Non si doveva mai far innervosire una donna in grado di incanalare. Era una regola che Rand spesso non riusciva a seguire, pur provandoci. È fin troppo facile parlare per qualcuno che non sei tu, si disse amareggiato. Stava solo cercando di non pensare alla terza alternativa. Se Rand non era impazzito e Aviendha, Egwene o una delle Sapienti non avevano deciso di liberarsi di lui, allora qualcun altro stava prendendo il controllo sulle vicende quotidiane. Sapeva fare due più due senza ottenere cinque. Sammael. Bel tentativo di trovare la via d’uscita, era la via d’uscita sul nulla. Sangue e maledette ceneri! Cosa è accaduto alla mia...?

Un ramo si spezzò sotto ai piedi di qualcuno alle sue spalle e Mat reagì intuitivamente, fece muovere Pips in cerchio con le ginocchia più che con le redini, roteando la lancia dal pomello della sella.

A Estean quasi cadde l’elmetto dalle mani quando sgranò gli occhi, mentre la corta lama si fermò un attimo prima di staccargli la testa. La pioggia gli aveva incollato i capelli sul viso. Anche a piedi, Nalesean sorrise, in parte stupito e in parte divertito dal, disagio del giovane Tarenese. Con il viso squadrato e massiccio, Nalesean era il secondo dopo Melanril a guidare la cavalleria cairhienese. Talmanes e Daerid erano presenti, indietro di un passo come al solito, con i volti impassibili sotto agli elmetti a forma di campana, come sempre. I quattro avevano lasciato i cavalli fra gli alberi.

«Ci sono alcuni Aiel che ci stanno venendo incontro, Mat» disse Nalesean non appena Mat sollevò la lancia con il marchio dei corvi. «Che la Luce folgori la mia anima se sono meno di cinquemila» aggiunse sorridendo. «Non credo che sappiano che siamo qui e li stiamo aspettando.»

Estean annuì. «Si tengono nelle valli e le gole. Si nascondono da...» guardò le nuvole e rabbrividì. Non era il solo a essere in pensiero su cosa poteva scendere dal cielo. «In ogni caso era chiaro che intendessero andare dove si trovavano gli uomini di Daerid.» C’era una nota di rispetto nella sua voce quando parlò dei picchieri. A denti stretti, è vero, ma era difficile guardare dall’alto in basso qualcuno che gli aveva salvato la vita diverse volte. «Ci saranno addosso prima che riescano a vederci.»

«Meraviglioso» rispose Mat. «Davvero.»

Lo aveva detto con sarcasmo, ma Nalesean ed Estean non parvero capirlo. Sembravano impazienti. Daerid aveva la stessa espressione di una roccia e Talmanes sollevò un sopracciglio verso Mat solo per un momento, scuotendo leggermente il capo. Quei due conoscevano la battaglia.

Il primo incontro con gli Shaido era stato tutt’al più una scommessa imparziale, una che Mat non avrebbe mai fatto se non fosse stato costretto. Che i fulmini avessero scosso gli Aiel al punto da sbaragliarli, non cambiava nulla. Oggi per due volte avevano assistito all’azione, quando Mat scoprì che doveva scegliere se prendere o essere preso e nessuna delle due possibilità aveva avuto l’ottima riuscita che si aspettavano i Tarenesi. Una l’avevano strappata, ma solo perché era stato in grado di distanziare gli Shaido dopo che si erano riuniti di nuovo. Almeno non erano tornati mentre faceva fuggire tutti attraverso la valle piena di colline. Sospettava che avessero trovato qualcos’altro che li tenesse impegnati. Forse ancora fulmini, o sfere di fuoco, o solo la Luce sapeva cosa. Mat era ben consapevole di chi aveva permesso loro di scampare all’ultima battaglia più o meno interi. Un altro gruppo di Aiel era dietro a quelli che li combattevano, proprio in tempo per evitare che i picchieri venissero sopraffatti. Gli Shaido avevano deciso di ritirarsi a nord, e gli altri, ignorava chi, si erano diretti a ovest, lasciandogli il campo. Nalesean ed Estean lo consideravano un chiaro segno di vittoria. Daerid e Talmanes la vedevano diversamente.

«Quanto tempo?» chiese Mat.

Fu Talmanes a rispondere. «Mezz’ora. Forse un po’ di più, se la grazia ci favorisce.» I Tarenesi parevano dubbiosi, ancora non sembravano rendersi conto di come potevano muoversi velocemente gli Aiel.

Mat non si faceva quel tipo di illusioni. Aveva già studiato il terreno circostante, ma lo guardò di nuovo e sospirò. Da quella collina la visuale era ottima, e il solo posto decente dove vi fossero degli alberi a mezzo chilometro di distanza era proprio dove si era fermato lui. Il resto erano cespugli, che arrivavano all’altezza della vita, punteggiati da ericacee, alberi della carta e qualche quercia. Questi Aiel certamente avrebbero inviato delle vedette in quel punto per dare un’occhiata e non vi era alcuna possibilità che nemmeno i cavalli potessero uscire dalla visuale prima. I picchieri si sarebbero visti allo scoperto. Sapeva cosa andava fatto, si trattava di nuovo di prendere o essere presi, ma la cosa non gli piaceva.

Lanciò solo un’occhiata, ma prima che potesse aprire la bocca, Daerid disse: «Le mie vedette mi hanno riferito che Couladin in persona si trova con questo gruppo. Almeno, il loro capo ha le braccia scoperte, con dei marchi molto simili a quelli che si dice abbia il lord Drago.»

Mat sbuffò. Couladin che si dirigeva a est. Se ci fosse stato modo di farsi da parte, quell’individuo sarebbe andato dritto incontro a Rand. Forse era proprio quello che desiderava. Mat si sentì ribollire, e non aveva nulla a che vedere con Couladin che voleva uccidere Rand. Il capo degli Shaido, o chiunque fosse quell’uomo, poteva ricordarsi di Mat come di qualcuno vicino a Rand; ma era per Couladin che ora si trovava bloccato là fuori nel mezzo di una battaglia, tentando di rimanere in vita, chiedendosi ogni minuto se si sarebbe tramutata in una faccenda personale fra Rand e Sammael, il tipo di combattimento che distruggeva tutto e tutti nel raggio di due o tre chilometri. Sempre se non mi becco una lancia in mezzo al petto, rifletté. Non aveva più scelta di un’oca appesa fuori la porta della cucina. Nulla di tutto ciò sarebbe accaduto senza Couladin. Un peccato che nessuno lo avesse tolto di mezzo molti anni prima. Di certo vi erano numerosi motivi per farlo. Gli Aiel mostravano di rado la rabbia e, quando lo facevano, era fredda e tesa. Couladin invece sembrava infiammarsi due o tre volte al giorno, perdendo molto velocemente la testa in impeti d’ira. Era un miracolo che fosse ancora vivo, la fortuna del Tenebroso.

«Nalesean,» disse furioso Mat «fai aprire i tuoi Tarenesi in un ampio ventaglio a nord e scendi alle spalle di costoro. Manterremo la loro attenzione su di noi per consentirti di cavalcare al meglio e ridiscendere su di loro come un fienile che crolla.» Per cui ha la fortuna del Tenebroso, eh? Sangue e ceneri, quanto spero che la mia abbia fatto ritorno, pensò.

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