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I fuochi del cielo

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I fuochi del cielo
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Era consapevole dei volti che lo guardavano mentre cadeva da cavallo, bocche in movimento, mani che si protendevano per afferrarlo nel tentativo di attutire la caduta.

«Moiraine!» gridò Lan e la voce echeggiò nelle orecchie di Rand. «Sta sanguinando parecchio!» Sulin gli raccolse il capo fra le braccia. «Resisti, Rand al’Thor» disse preoccupata, «resisti.»

Asmodean non parlò, ma il suo volto era impallidito e Rand sentì un rivolo di saidin proveniente dall’uomo fluire in lui. Fu travolto dall’oscurità.

45

Dopo l’uragano

Seduto su un piccolo masso che spuntava dalla base del pendio, Mat trasalì mentre abbassava le falde del cappello contro il sole di metà mattina. In parte per proteggersi gli occhi dalla luce. C’era un’altra cosa che non voleva vedere, anche se le ferite gliela riportavano alla mente, specialmente quella sulla tempia provocata da una freccia, sulla quale premeva il copricapo. Un unguento preso dalle bisacce di Daerid aveva arrestato il sangue, lì e in altri punti, ma tutto gli doleva e quasi tutto bruciava. Quella parte stava peggiorando. Il calore del giorno incominciava appena ad annunciarsi, ma il sudore gli imperlava il viso e già aveva bagnato gli indumenti intimi e la camicia. Pigramente si chiese se a Cairhien sarebbe mai giunto l’autunno. Almeno il disagio gli impediva di pensare a quanto era stanco. Nonostante la notte insonne, non sarebbe riuscito a dormire neanche in un letto di piume, meno che mai su delle coperte appoggiate in terra. Non che in ogni caso volesse trovarsi vicino alla sua tenda.

Un bell’affare. Per poco non mi faccio ammazzare e ora sto sudando come un porco. Non riesco a trovare un posto confortevole dove distendermi e non ho il coraggio di ubriacarmi. Sangue e maledette ceneri! pensò. Smise di giocare con un taglio sulla camicia. Un solo centimetro più in là e la lancia gli avrebbe trapassato il cuore. Luce, quell’uomo era stato bravo, quindi allontanò il ricordo. Non che fosse facile, con tutto quello che stava accadendo attorno a lui.

Per una volta tanto non sembrava che ai Tarenesi e i Cairhienesi importasse molto di vedere tende aiel in ogni direzione. C’erano anche Aiel nel campo e, quasi miracolosamente, Tarenesi e Cairhienesi stavano assieme attorno ai fuochi dai quali si sprigionava un denso fumo. Non che qualcuno stesse mangiando. I bollitori non erano stati sistemati, anche se si sentiva odore di carne bruciata provenire da qualche parte. Molti si erano ubriacati come potevano con vino, acquavite o l’oosquai aiel, e quindi ridevano ed esultavano. Non lontano da dove sedeva Mat, una dozzina di difensori della Pietra, con indosso camicie sudate, danzava al ritmo del battito delle mani degli spettatori. Allineati, con le braccia sulle spalle di chi gli era accanto, si muovevano così velocemente che era un miracolo che nessuno inciampasse o scalciasse l’uomo al suo fianco. Alla vista di un altro circolo di spettatori, vicini a un bastone alto tre metri piantato in terra, Mat distolse velocemente lo sguardo, alcuni Aiel stavano festeggiando a modo loro. Mat supponeva che si trattasse di un ballo, un altro Aiel suonava il flauto per accompagnarli. Saltavano più in alto possibile, scagliavano un piede anche più in alto, quindi vi atterravano immediatamente sopra balzando di nuovo, sempre più in fretta, a volte roteando come trottole orizzontali all’altezza che raggiungevano, facendo capriole o salti mortali. Sette o otto Tarenesi e Cairhienesi erano seduti a curarsi le ossa rotte, mentre acclamavano e ridevano come pazzi, passandosi un vaso di coccio. Anche in altri posti c’erano uomini che danzavano e forse cantavano. Era difficile dirlo nella confusione. Senza muoversi poteva contare dieci flauti, per non parlare di un numero doppio di fischietti; un Cairhienese magro con una giubba logora soffiava in uno strumento che sembrava in parte flauto e in parte corno, con degli strani punti sopra. C’erano innumerevoli tamburi, per lo più pentole che venivano suonate con i cucchiai. In breve il campo fu un pandemonio, e un ballo si confuse con l’altro. Li riconosceva, prevalentemente in base a quei ricordi che poteva ancora assegnare ad altri uomini se si concentrava abbastanza. Celebravano il fatto di essere ancora vivi. Ancora una volta avevano camminato sotto al naso del Tenebroso ed erano sopravvissuti per raccontarlo. Un’altra danza sulla lama del rasoio era finita. Sul punto di morire ieri, forse morti domani, ma vivi, gloriosamente vivi, oggi. Mat non aveva voglia di festeggiare. A che serviva essere in vita se ciò significava essere rinchiusi in una gabbia?

Scosse il capo mentre Daerid, Estean e un Aiel dalla corporatura robusta e i capelli rossi che non conosceva gli passarono accanto sostenendosi a vicenda. Appena percettibili nel caos, Daerid ed Estean stavano cercando di insegnare le parole di Danza con Jak delle Ombre a quell’uomo alto in mezzo a loro due.

Canteremo tutta la notte, berremo tutto il giorno, e spenderemo la nostra paga per delle ragazze. Quando finirà andremo via, per danzare con Jak delle Ombre.

Il tipo dai capelli dorati non mostrava alcun interesse a imparare, non lo avrebbe fatto a meno che non lo avessero convinto che era un degno inno di battaglia, e non era il solo. Quando i tre furono lontani dalla vista e si confusero nella folla, comparve un codazzo di altri venti che agitavano dei boccali sbeccati di peltro e delle tazze nelle stesse condizioni, cantando la canzone a squarciagola.

C’è qualcosa di gradevole nella birra e nel vino, e qualche ragazza con delle belle caviglie, ma la mia delizia, sì, sempre mia, è danzare con Jak delle Ombre.

Mat si rammaricava di aver insegnato loro quella canzone. In realtà gli era servito a distrarsi mentre Daerid evitava che si dissanguasse fino a morire. L’unguento bruciava come i tagli e Daerid non avrebbe suscitato l’invidia di nessuna sarta con quel suo modo ‘delicato’ di usare ago e filo. Ma la canzone si era diffusa da quella prima dozzina di persone come fuoco fra l’erba secca. Tarenesi e Cairhienesi, a cavallo e a piedi, stavano tutti intonandola quando fecero ritorno, all’alba.

Ritorno. Proprio nella valle fra le colline da dove erano partiti, sotto le rovine della torre di legno e nessuna possibilità per lui di andare via. Si era offerto di cavalcare in avanscoperta, e Talmanes e Nalesean si erano litigati la posizione di scorta. Ma nessuno era diventato suo amico. Tutto ciò di cui aveva bisogno adesso era vedere Moiraine che gli avrebbe rivolto domande su dove fosse stato e perché, parlando di ta’veren e dovere, del Disegno e Tarmon Gai’don, fino a fargli girare la testa. Senza dubbio adesso stava con Rand, ma alla fine sarebbe arrivata anche da lui.

Guardò la collina e la catasta di tronchi della torre sparsi fra gli alberi. Il Cairhienese che aveva costruito i cannocchiali per Rand era lassù con i suoi apprendisti e controllava la situazione. Gli Aiel erano incuriositi da quanto era accaduto lassù. Era definitivamente giunto il momento di andare via. Il medaglione con la testa di volpe lo proteggeva dalle donne che potevano incanalare, ma aveva sentito abbastanza cose da Rand per sapere che un uomo che incanalava era una faccenda differente. Non gli interessava scoprire se l’oggetto lo avrebbe schermato da Sammael e i suoi simili.

Facendo delle smorfie per via delle stilettate di dolore, usò la lancia nera per alzarsi in piedi. Attorno a lui le celebrazioni continuavano. Se riusciva a raggiungere adesso le linee di picchetti... Non era impaziente di sellare Pips.

«L’eroe non dovrebbe stare seduto senza bere.»

Stupito, Mat si voltò di scatto, lamentandosi per il male improvviso provocato dalle ferite, e si ritrovò a osservare Melindhra. Aveva una grande brocca di argilla in una mano, non lance, e il viso non era velato, ma sembrava soppesarlo con gli occhi. «Ascolta, Melindhra, posso spiegare tutto.»

«Cosa c’è da spiegare?» chiese la donna, passandogli il braccio libero attorno alle spalle. Nonostante la scossa improvvisa, cercò di rimanere dritto. Non era ancora abituato a dover guardare una donna dal basso in alto. «Sapevo che saresti andato alla ricerca del tuo onore. Il Car’a’carn proietta ombre lunghe, ma nessun uomo desidera trascorrervi tutta la vita al riparo.»

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