I fuochi del cielo
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #5
- Язык: итальянский
- Переводчик: Valeria Ciocci
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «I fuochi del cielo». Краткое содержание книги:
«Molto bene.» Non desiderava che quella lesione fosse seria, ma nemmeno che la donna fosse forte. E, se fosse rimasta, forse sarebbe finito con una come Enaila a capo della sua guardia. Il fastidio che gli suscitava il fatto di essere trattato come un fratello non era nemmeno lontanamente paragonabile all’essere trattato come un figlio, e non era dell’umore giusto per sopportarlo. «Ma voglio che mi assicuri che nessuna delle ferite mi segua, Sulin. Dovrò muovermi costantemente. Non posso permettermi che qualcuna mi rallenti o sarò costretto a lasciarla indietro.» La donna annuì con tale fretta che Rand era convinto avrebbe, lasciato al campo ogni Fanciulla con anche solo un graffio. Tranne lei naturalmente. Era uno di quei momenti in cui non si sentiva responsabile nell’usare qualcuno. Le Fanciulle avevano scelto di impugnare la lancia e anche di seguirlo. Forse ‘seguire’ non era la parola giusta, considerando cosa facevano, ma non cambiava nulla. Non lo avrebbe permesso, non poteva ordinare a una donna di marciare incontro alla propria morte e questo era tutto. Per la verità si aspettava qualche tipo di protesta. Era grato che non fosse accaduto. Devo essere più scaltro di quanto credo, si disse.
Due gai’shain vestiti di bianco arrivarono guidando Jeade’en e Nebbia per le redini, dietro di loro veniva una folla di altri gai’shain, con le braccia colme di bende e unguenti, sulle spalle delle sacche d’acqua, guidati da Sorilea e un’altra dozzina di Sapienti che aveva incontrato. Credeva di ricordare i nomi di almeno la metà di loro.
Sorilea era a capo e presto si mise a dare direttive ai gai’shain e le, altre Sapienti per curare le ferite delle Fanciulle. Guardò Rand, Egwene e Aviendha, aggrottando pensierosa le sopracciglia e inumidendosi le labbra: chiaramente le sembrava che tutti e tre fossero tanto stanchi da aver bisogno che le loro ferite venissero curate. Quello sguardo fu sufficiente a far salire Egwene sulla sella grigia con un sorriso e un cenno del capo rivolti all’anziana Sapiente; ma se gli Aiel avessero avuto una maggiore familiarità con il cavalcare, Sorilea si sarebbe resa conto che la goffa rigidità di Egwene non era normale. Rivelatore della spossatezza di Aviendha era il fatto che avesse permesso a Egwene di tirarla in sella senza nemmeno protestare. Anche lei sorrise a Sorilea.
Serrando i denti, Rand montò a cavallo con un solo fluido movimento. Le proteste dei muscoli indolenziti furono sepolte sotto una cascata di dolore nel fianco, come se fosse stato di nuovo colpito, e gli ci volle un intero minuto prima di riprendere a respirare, ma non lo manifestò.
Egwene tirò le redini di Nebbia per farla avvicinare a Jeade’en e sussurrò: «Se non riesci a salire in groppa a un cavallo meglio di così, Rand al’Thor, forse dovresti smettere di cavalcare per un po’.» Aviendha aveva una delle sue classiche espressioni impassibili, ma gli occhi erano concentrati sul volto di Rand.
«Ho visto come ‘tu’ montavi in sella» le rispose lui con calma. «Forse sei tu che dovresti rimanere qui e aiutare Sorilea fino a quando non ti senti meglio.» Questo la mise a tacere, anche se aveva un’espressione inacidita. Aviendha rivolse a Sorilea un altro sorriso, la vecchia Sapiente stava ancora guardando.
Rand spronò il pezzato al trotto verso il fondovalle. Ogni passo era una stilettata nel fianco e lo costringeva a respirare a denti serrati, ma doveva coprire una discreta distanza e non poteva farlo a piedi. Inoltre lo sguardo di Sorilea aveva incominciato a irritarlo.
Nebbia si avvicinò a Jeade’en sul pendio, e ben presto Sulin e una fila di Fanciulle si misero in posizione davanti a loro. Più di quante sperava, ma non era importante. Quello che aveva in mente non includeva avvicinarsi troppo alla battaglia. Con lui potevano restare indietro e al sicuro.
Afferrare saidin fu uno sforzo, anche usando l’angreal, e il solo peso di esso lo schiacciava più che mai, la contaminazione era terribile. Almeno il vuoto lo schermava dal proprio dolore. In parte. E se Sammael avesse provato di nuovo a fare qualche giochino con lui...
Rand spronò Jeade’en perché accelerasse il passo. Qualsiasi cosa avesse fatto Sammael, lui aveva ancora del lavoro da compiere.
La pioggia grondava dalle falde del cappello di Mat che ogni tanto doveva abbassare il cannocchiale e asciugarlo. Era diminuita nell’ultima ora, ma i rami poco folti offrivano uno scarso riparo. La giubba era zuppa e le orecchie di Pips erano abbassate. Il cavallo stava in piedi e non sembrava che avesse intenzione di muoversi per quanto lo incitasse con i talloni. Non sapeva con certezza che ora fosse. Si era nel mezzo del pomeriggio, ma le nuvole nere non avevano perso consistenza con la pioggia, e nascondevano il sole. Gli pareva che fossero passati tre o quattro giorni da quando era andato ad avvisare i Tarenesi. Non era ancora certo del perché lo avesse fatto.
Guardò verso sud e la via d’uscita che cercava. Una via per tremila uomini, dovevano essere i sopravvissuti anche se non avevano idea di cosa Mat stesse progettando. Credevano che cercasse un’altra battaglia, ma tre secondo il suo criterio erano anche troppe. Era convinto che sarebbe riuscito a fuggire da solo, fino a quando avesse tenuto gli occhi aperti quando si muovevano, con la metà di loro a piedi. Era il motivo per cui si trovava su quella collina ripudiata dalla Luce e perché i Tarenesi e i Cairhienesi erano tutti ammucchiati nella lunga strettoia fra quell’altura e la prossima. Se solo fosse riuscito ad aprirsi un varco...
Riportando il cannocchiale sull’occhio, guardò verso sud in direzione delle colline verdeggianti. Di tanto in tanto vi erano dei boschetti, alcuni ampi, ma i più erano coperti di cespugli ed erba, anche lì. Era ritornato verso est, usando la minima sporgenza nel terreno che potesse nascondere un topo, portando la colonna con lui fuori dalla radura priva di alberi e sotto un nascondiglio come si doveva. Lontano da quei maledetti fulmini e quelle palle di fuoco, non era sicuro che fosse peggio quando giunsero, o quando la terra semplicemente esplose senza motivo apparente. Tutto quello sforzo per scoprire che la battaglia stava spostandosi con lui. Non sembrava in grado di tirarsene fuori.
Dov’è andata a finire la mia maledetta fortuna adesso che ne ho davvero bisogno? si chiese. Era stata una grande sciocchezza, rimanere. Solo perché era riuscito a mantenere in vita gli altri così a lungo non significava che avrebbe potuto continuare a farlo. Prima o poi i dadi avrebbero mostrato gli occhi del Tenebroso. Sono dei maledetti soldati. Dovrei lasciarli e andare via, si disse.
Ma continuava a cercare, osservando i picchi alberati e i rilievi. Erano una copertura per gli Aiel di Couladin così come per lui, ma di tanto in tanto ne scorgeva alcuni. Non tutti erano coinvolti in battaglie, ma ogni gruppo era più grande del suo, ciascuno si frapponeva fra lui e la salvezza verso sud e non riusciva a identificarlo fino a quando forse non sarebbe stato troppo tardi. Gli Aiel sembravano capirlo al primo sguardo, ma per lui non era lo stesso.
Ad alcuni chilometri centinaia di sagome vestite con il cadin’sor correvano a file di otto e si dirigevano verso est sormontando una collina dove c’era solo una mezza dozzina di ericacee. I corridori di prima fila avevano appena iniziato a ridiscendere la collina dall’altro lato, quando un fulmine lampeggiò fra la nebbia, sparpagliando uomini e terra come pietre lanciate in uno stagno. Pips non si mosse minimamente mentre il rumore raggiungeva Mat, il castrone si era abituato a fulmini più vicini di quello.
Alcuni uomini che erano caduti si rialzarono zoppicando e immediatamente si unirono agli altri che avevano mantenuto il passo. Non più di una dozzina fu portata a spalla prima che tutti sfrecciassero dall’altro lato, più indietro rispetto al punto dal quale erano venuti. Nessuno si fermò a guardare il cratere. Mat li aveva visti imparare la lezione, attendere avrebbe significato offrirsi come bersaglio a un secondo fulmine. In pochi momenti si furono dileguati.