La corona di spade
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #7
- Язык: итальянский
- Переводчик: Valeria Ciocci
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «La corona di spade». Краткое содержание книги:
Min provò un leggero senso di colpa e cambiò posizione sul letto. Non aveva davvero mentito quando Rand le aveva chiesto che tipo di visioni fossero quelle che non gli aveva rivelato. Non proprio. A che cosa sarebbe servito dirgli che, senza l’aiuto di una donna che era morta da tempo, il suo fallimento era praticamente certo? Era già di umore tetro così. Doveva tenerlo allegro, fargli ricordare come si ride. Però...
«Non credo sia una buona idea, Rand.» Dirlo forse era stato un errore. Gli uomini per molti versi erano strane creature; potevano accettare un consiglio ragionevole, e l’attimo dopo facevano esattamente l’opposto. Deliberatamente, a quanto sembrava. Per qualche motivo, sentiva di dover proteggere quell’uomo imponente, che poteva sollevarla con una mano. Senza nemmeno incanalare.
«È un’idea fantastica, invece» rispose lui, gettando a terra una giubba blu con un ricamo d’argento. «Io sono ta’veren, e oggi sembra funzionare a mio piacere, per una volta.» Una giubba verde con il ricamo d’oro finì sul pavimento.
«Non preferiresti confortarmi di nuovo?»
Rand si fermò di colpo, fissandola con una giubba rossa e argento che gli pendeva fra le mani. Min sperava di non essere arrossita.
Confortare? Da dove le era venuta quell’idea? Si chiese Min in silenzio. Le zie che l’avevano cresciuta erano gentili, buone, ma erano molto rigide nel giudicare il comportamento di una ragazza. Avevano disapprovato la sua idea di indossare le brache, che lavorasse nelle stalle, il lavoro che amava di più, visto che la metteva in contatto con i cavalli. Non aveva dubbi su cosa avrebbero pensato del ‘conforto’, e a un uomo al quale non era sposata. Se l’avessero mai scoperto, avrebbero fatto al galoppo tutta la via da Baerlon solamente per spellarla. E, naturalmente, per fare lo stesso anche a lui.
«Devo... continuare a muovermi fino a quando sono sicuro che ancora funziona» rispose Rand lentamente, voltandosi poi in fretta verso il guardaroba. «Questa andrà bene» esclamò, tirando fuori una giubba verde di semplice lana. «Non sapevo nemmeno che fosse qui.»
Era quella che aveva indossato al ritorno dai Pozzi di Dumai, e Min notò che al ricordo gli tremavano le mani. Cercò di essere disinvolta e l’abbracciò, schiacciando la giubba fra loro mentre gli appoggiava il capo sul petto.
«Ti amo» fu la sola cosa che gli disse. Attraverso la camicia sentiva la ferita in parte guarita. Ricordava il giorno in cui era stato ferito come se fosse accaduto da poche ore. Era stata la prima volta che l’aveva tenuto stretto fra le braccia, svenuto e quasi morto.
Rand l’abbracciò con forza, togliendole il respiro, ma poi, con delusione di Min, allontanò le braccia da lei. Le era sembrato di averlo sentito mormorare qualcosa di simile a ‘ingiusto’. Stava forse pensando al Popolo del Mare mentre la stringeva? Per la verità, avrebbe dovuto. Merana era una Grigia, eppure si diceva che il Popolo del Mare avrebbe fatto sudare anche una Domanese. Avrebbe dovuto, ma... Min ebbe per un attimo l’impulso di prenderlo a calci nelle caviglie. Rand la spinse gentilmente lontano da sé e indossò la giubba.
«Rand,» disse lei con fermezza «non puoi essere sicuro che avrà qualche effetto solo perché ha funzionato con Harine. Se il tuo essere ta’veren influisse sempre su tutto, ormai avresti i re ai tuoi piedi, e anche i Manti Bianchi.»
«Io sono il Drago Rinato,» rispose lui in tono arrogante «e oggi posso fare di tutto.» Prese il cinturone della spada e se lo legò in vita. Adesso aveva una semplice fibbia d’ottone. Quella con il Drago era sopra il letto. Rand indossò dei sottili guanti di pelle nera per coprire la criniera dorata sul dorso delle mani e nascondere gli aironi che aveva impressi nei palmi. «Ma non lo sembro, vero?» Allargò le braccia, sorridente. «Non lo capiranno finché non sarà troppo tardi.»
Min fu sul punto di alzare le braccia al cielo. «Non sembri nemmeno troppo uno sciocco.» Che l’interpretasse come voleva. Stupefatto, la guardò di sbieco, come se non fosse sicuro di aver sentito bene. «Rand, non appena vedranno gli Aiel fuggiranno, oppure inizieranno a combattere. Se non avrai con te nessuna delle Aes Sedai, porta almeno qualcuno di quegli Asha’man. Una sola freccia e sei morto, che tu sia il Drago Rinato o un capraio!»
«Ma io sono il Drago Rinato» le rispose serio lui. «E anche ta’veren. Andremo da soli, solo tu e io. Sempre che tu voglia ancora venire con me.»
«Non andrai da nessuna parte senza di me, Rand al’Thor.» Min si trattenne dal dire che avrebbe inciampato nei suoi stessi piedi, se l’avesse fatto. La sua euforia era orribile quasi quanto il suo umore più tetro. «A Nandera tutto ciò non piacerà per niente.» Min non sapeva con correttezza cosa fosse accaduto fra lui e le Fanciulle — ma era fuori dell’ordinario, secondo quanto aveva visto finora —, ma qualsiasi speranza di riuscire a trattenerlo scomparve quando lui la guardò con il sorriso da ragazzino che stesse facendo qualcosa all’insaputa della madre.
«Non lo verrà a sapere, Min.» Aveva anche una luce furfantesca negli occhi. «Lo faccio continuamente, e loro non lo vengono mai a sapere.» Le porse la mano guantata, aspettandosi che lei scattasse verso di lui.
La sola cosa che Min poté fare fu sistemarsi la giubba verde, guardarsi nello specchio per essere sicura di avere i capelli in ordine e... prenderlo per mano. Riconosceva di essere pronta a saltare a uno schiocco delle dita di Rand, ma voleva essere certa che lui non lo scoprisse mai.
Una volta nell’anticamera Rand, aprì un passaggio sul sole crescente intarsiato nel pavimento e Min lasciò che la guidasse per una collina boscosa coperta di foglie morte. Videro un uccello volare via, agitando le ali rosse. Uno scoiattolo apparve su un ramo e squittì verso di loro, agitando la coda pelosa dalla punta bianca.
Non era il tipo di foresta che ricordava nei pressi di Baerlon; non c’erano delle vere e proprie foreste vicino Cairhien. Quasi tutti gli alberi crescevano a quattro, cinque o anche dieci passi di distanza uno dall’altro: alte eriche, pini, querce anche più grandi e alberi di cui non sapeva il nome si susseguivano sulla pianura dove passarono lei e Rand per poi risalire per un pendio poco più avanti. Anche il sottobosco sembrava meno fitto di quello di casa, i cespugli, i rampicanti e i rovi erano suddivisi in gruppetti, anche se alcuni non erano affatto piccoli. Tutto era marrone e secco. Min prese un fazzoletto bordato di merletto che teneva nella manica e si asciugò il sudore che sembrò comparirle di colpo sulla fronte.
«Da che parte andiamo?» chiese. Dalla posizione del sole aveva dedotto che il nord si trovava oltre il pendio, la direzione che avrebbe scelto lei. La città doveva trovarsi a nove o dieci chilometri da quella parte. Con un po’ di fortuna avrebbero potuto percorrere l’intero tratto senza incontrare nessuno. O meglio, considerando gli stivali con il tacco alto di lei e il terreno accidentato, per non parlare del caldo, Rand avrebbe potuto decidere di arrendersi e aprire un altro passaggio per ritornare al palazzo del Sole. Le stanze del palazzo erano fresche, paragonate a quel posto.