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Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)

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Nel 1550 presso l'editore Torrentino a Firenze uscì la prima edizione delle Vite de' più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani da Cimabue insino a' tempi nostri di Giorgio Vasari. Quest'opera, di vastissime dimensioni, costituisce ancora oggi un documento di fondamentale importanza per la storia dell'arte italiana dal Tre al Cinquecento. Servendosi del modello umanistico delle vite degli uomini illustri, Vasari si propone di mantenere viva la memoria delle opere d'arte, rimediando con la parola scritta alla loro inevitabile deperibilità fisica inventando un nuovo genere letterario, quello delle biografie di artisti. Le Vite costituiscono un ricchissimo catalogo di notizie, descrizioni, documenti degli artisti italiani, all'interno di una storia delle arti figurative ricostruita dall'autore con notevole coscienza critica.
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Si dilettò il medesimo, sì come fece il Pollaiuolo, di far stampe di rame, e fra l'altre cose fece i suoi trionfi, e ne fu allora tenuto conto perché non si era veduto meglio. E fra l'ultime cose che fece fu una tavola di pittura a S. Maria della Vittoria, chiesa fabbricata con ordine e disegno d'Andrea dal Marchese Francesco, per la vittoria avuta in sul fiume del Taro, essendo egli generale del campo de' Vineziani contra a' Francesi: nella quale tavola che fu lavorata a tempera e posta all'altar maggiore, è dipinta la Nostra Donna col putto a sedere sopra un piedestallo; e da basso sono S. Michelagnolo, S. Anna e [San] Gioachino, che presentano esso Marchese, ritratto di naturale tanto bene che par vivo, alla Madonna che gli porge la mano. La quale come piacque e piace a chiunche la vide, così sodisfece di maniera al Marchese, che egli liberalissimamente premiò la virtù e fatica d'Andrea, il quale poté, mediante l'essere stato riconosciuto dai principi di tutte le sue opere, tenere infinito all'ultimo onoratamente il grado di cavaliere. Furono concorrenti d'Andrea Lorenzo da Lendinara, il quale fu tenuto in Padova pittore eccellente e lavorò anco di terra alcune cose nella chiesa di S. Antonio, et alcuni altri di non molto valore. Amò egli sempre Dario da Trevisi e Marco Zoppo bolognese, per essersi allevato con esso loro sotto la disciplina dello Squarcione. Il qual Marco fece in Padova ne' frati minori una loggia che serve loro per capitolo; et in Pesero una tavola che è oggi nella chiesa nuova di S. Giovanni Evangelista; e ritrasse in uno quadro Guido Baldo da Monte Feltro, quando era capitano de' Fiorentini. Fu similmente amico del Mantegna Stefano pittor ferrarese, che fece poche cose, ma ragionevoli; e di sua mano si vede in Padoa l'ornamento dell'arca di S. Antonio, e la Vergine Maria che si chiama del pilastro. Ma per tornare a esso Andrea, egli murò in Mantoa e dipinse per uso suo una bellissima casa, la quale si godette mentre visse. E finalmente d'anni 66, si morì nel 1517. E con esequie onorate fu sepolto in S. Andrea, et alla sua sepoltura, sopra la quale egli è ritratto di bronzo, fu posto questo epitaffio:

Esse parem hunc noris, si non praeponis Apelli,

Aenea Mantineae, qui simulacra vides.

Fu Andrea di sì gentili e lodevoli costumi in tutte le sue azioni, che sarà sempre di lui memoria, non solo nella sua patria, ma in tutto il mondo, onde meritò esser dall'Ariosto celebrato non meno per i suoi gentilissimi costumi che per l'eccellenza della pittura, dove nel principio del XXXIII canto, annoverandolo fra i più illustri pittori de' tempi suoi, dice:

Leonardo, Andrea Mantegna, Gian Bellino.

Mostrò costui con miglior modo, come nella pittura si potesse fare gli scorti delle figure al di sotto in sù, il che fu certo invenzione difficile e capricciosa; e si dilettò ancora, come si è detto, d'intagliare in rame le stampe delle figure, che è commodità veramente singularissima, e mediante la quale ha potuto vedere il mondo non solamente la baccaneria, la battaglia de' mostri marini, il Deposto di croce, il sepelimento di Cristo, la Ressuressione con Longino e con S. Andrea, opere di esso Mantegna, ma le maniere ancora di tutti gl'artefici che sono stati.

VITA DI FILIPPO LIPPI PITTOR FIORENTINO

Fu in questi medesimi tempi in Firenze, pittore di bellissimo ingegno e di vaghissima invenzione, Filippo figliuolo di fra' Filippo del Carmine, il quale seguitando nella pittura le vestigie del padre morto, fu tenuto et ammaestrato essendo ancor giovanetto da Sandro Botticello, nonostante che il padre venendo a morte lo raccomandasse a fra' Diamante, suo amicissimo e quasi fratello. Fu dunque di tanto ingegno Filippo e di sì copiosa invenzione nella pittura e tanto bizzarro e nuovo ne' suoi ornamenti, che fu il primo il quale ai moderni mostrasse il nuovo modo di variare gl'abiti, che abbellisse ornatamente con veste antiche soccinte le sue figure. Fu primo ancora a dar luce alle grottesche che somiglino l'antiche, e le mise in opera di terretta e colorite in fregi con più disegno e grazia che gli innanzi a lui fatto non avevano. Onde fu maravigliosa cosa a vedere gli strani capricci che egli espresse nella pittura; e, che è più, non lavorò mai opera alcuna nella quale delle cose antiche di Roma con gran studio non si servisse, in vasi, calzari, trofei, bandiere, cimieri, ornamenti di tempii, abbigliamenti di portature da capo, strane fogge da dosso, armature, scimitarre, spade, toghe, manti et altre tante cose diverse e belle, che grandissimo e sempiterno obligo se gli debbe, per avere egli in questa parte accresciuta bellezza et ornamenti all'arte. Costui nella sua prima gioventù diede fine alla cappella de' Brancacci, nel Carmine in Fiorenza, cominciata da Masolino e non del tutto finita da Masaccio per essersi morto. Filippo dunque le diede di sua mano l'ultima perfezzione e vi fece il resto d'una storia che mancava, dove S. Piero e Paulo risuscitano il nipote dell'imperatore. Nella figura del qual fanciullo ignudo ritrasse Francesco Granacci, pittore allora giovanetto, e similmente Messer Tommaso Soderini cavaliere, Piero Guicciardini, padre di Messer Francesco che ha scritto le storie, Piero del Pugliese e Luigi Pulci poeta; parimente Antonio Pollaiuolo e se stesso così giovane come era, il che non fece altrimenti nel resto della sua vita, onde non si è potuto avere il ritratto di lui d'età migliore. E nella storia che segue ritrasse Sandro Botticello suo maestro e molti altri amici e grand'uomini, et infra gli altri il Raggio sensale, persona d'ingegno e spiritosa molto, quello che in una conca condusse di rilievo tutto l'Inferno di Dante, con tutti i cerchi e partimenti delle bolgie e del pozzo, misurati a punto tutte le figure e minuzie che da quel gran poeta furono ingegnosissimamente immaginate e discritte, che fu tenuta in questi tempi cosa maravigliosa. Dipinse poi a tempera nella cappella di Francesco del Pugliese alle Campora, luogo de' monaci di Badia fuor di Firenze, in una tavola un S. Bernardo, al quale apparisce la Nostra Donna con alcuni Angeli, mentre egli in un bosco scrive; la quale pittura in alcune cose è tenuta mirabile, come in sassi, libri, erbe e simili cose che dentro vi fece; oltre che vi ritrasse esso Francesco di naturale tanto bene, che non pare che gli manchi se non la parola. Questa tavola fu levata di quel luogo per l'assedio, e posta per conservarla nella sagrestia della Badia di Fiorenza. In S. Spirito della medesima città lavorò in una tavola la Nostra Donna, S. Martino, S. Niccolò, e S. Caterina per Tanai de' Nerli, et in S. Brancazio alla cappella de' Rucellai una tavola et in S. Raffaello un crucifisso e due figure in campo d'oro; in S. Francesco fuor della porta a S. Miniato, dinanzi alla sagrestia, fece un Dio Padre con molti fanciulli, et al Palco, luogo de' frati del Zoccolo fuori di Prato, lavorò una tavola. E nella terra fece nell'udienza de' Priori, in una tavoletta molto lodata, la Nostra Donna, S. Stefano e S. Giovanni Battista. In sul canto al Mercatale pur di Prato, dirimpetto alle monache di S. Margherita, vicino a certe sue case, fece in un tabernacolo a fresco, una bellissima Nostra Donna con un coro di serafini in campo di splendore. Et in questa opera, fra l'altre cose dimostrò arte e bella avvertenza in un serpente che è sotto a S. Margherita, tanto strano et orribile, che fa conoscere dove abbia il veleno, il fuoco e la morte. Et il resto di tutta l'opera è colorito con tanta freschezza e vivacità, che merita perciò essere lodato infinitamente. In Lucca lavorò parimente alcune cose e particolarmente nella chiesa di S. Ponziano de' frati di Monte Oliveto una tavola in una cappella, nel mezzo della quale in una nicchia è un S. Antonio bellissimo di rilievo, di mano d'Andrea Sansovino scultore eccellentissimo. Essendo Filippo ricerco d'andare in Ungheria al re Mattia, non volle andarvi; ma in quel cambio lavorò in Firenze per quel re due tavole molto belle che gli furono mandate, in una delle quali ritrasse quel re, secondo che gli mostrarono le medaglie. Mandò anco lavori a Genoa, e fece a Bologna in S. Domenico, allato alla cappella dell'altar maggiore a man sinistra, in una tavola un S. Bastiano che fu cosa degna di molta lode. A Tanai de' Nerli fece un'altra tavola di S. Salvadore fuor di Fiorenza. Et a Piero del Pugliese amico suo lavorò una storia di figure piccole, condotte con tanta arte e diligenza, che volendone un altro cittadino una simile, gliela dinegò dicendo esser impossibile farla. Dopo queste opere fece, pregato da Lorenzo Vecchio de' Medici, per Olivieri Caraffa cardinale napolitano amico suo, una grandissima opera in Roma, là dove andando per ciò fare, passò, come volle esso Lorenzo, da Spoleto per dar ordine di far fare a fra' Filippo suo padre una sepoltura di marmo a spese di Lorenzo, poiché non aveva potuto dagli Spoletini ottenere il corpo di quello, per condurlo a Firenze; e così disegnò Filippo la detta sepoltura con bel garbo, e Lorenzo in su quel disegno la fece fare, come in altro luogo s'è detto, sontuosa e bella. Condottosi poi Filippo a Roma fece al detto cardinale Caraffa, nella chiesa della Minerva, una cappella nella quale dipinse storie della vita di S. Tommaso d'Aquino et alcune poesie molto belle, che tutte furono da lui, il quale ebbe in questo sempre propizia la natura, ingegnosamente trovate. Vi si vede, dunque, dove la Fede ha fatto prigiona l'Infedeltà, tutti gl'eretici et infedeli. Similmente, come sotto la Speranza è la Disperazione, così vi sono molte altre virtù che quel vizio che è loro contrario hanno soggiogato. In una disputa è S. Tommaso in catedra, che difende la Chiesa da una scuola d'eretici et ha sotto come vinti Sabellio, Arrio, Averroè et altri, tutti con graziosi abiti indosso. Della quale storia ne abbiamo di propria mano di Filippo nel nostro libro de' disegni il proprio, con alcuni altri del medesimo, fatti con tanta pratica che non si può migliorare. Evvi anco quando orando S. Tommaso gli dice il Crucifisso: "Bene scripsisti de me Thoma" et un compagno di lui che udendo quel Crucifisso così parlare sta stupeffatto e quasi fuor di sé. Nella tavola è la Vergine annunziata da Gabriello, e nella faccia l'assunzione di quella in cielo et i dodici Apostoli intorno al sepolcro. La quale opera tutta fu et è tenuta molto eccellente, e per lavoro in fresco, fatta perfettamente. Vi è ritratto di naturale il detto Olivieri Caraffa cardinale e vescovo d'Ostia, il quale fu in questa cappella sotterrato l'anno 1511, e dopo condotto a Napoli nel Piscopio.

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