Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)
- Автор: Вазари Джорджо
- Язык: итальянский
- Жанр: Картины, альбомы, иллюстрированные каталоги
Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:
MCCC[C]LXXXVIII
Si dilettò assai Andrea di formare di gesso da far presa, cioè di quello che si fa d'una pietra dolce, la quale si cava in quel di Volterra e di Siena, et in altri molti luoghi d'Italia. La quale pietra cotta al fuoco e poi pesta e con l'acqua tiepida impastata, diviene tenera di sorte, che se ne fa quello che altri vuole, e dopo rassoda insieme et indurisce, in modo che vi si può dentro gettar figure intere. Andrea dunque usò di formare, con forme così fatte, le cose naturali per poterle con più commodità tenere inanzi et imitarle, cioè mani, piedi, ginocchia, gambe, braccia e torsi. Dopo si cominciò al tempo suo a formare le teste di coloro che morivano, con poca spesa; onde si vede in ogni casa di Firenze sopra i camini, usci, finestre e cornicioni infiniti di detti ritratti, tanto ben fatti e naturali, che paiono vivi. E da detto tempo in qua si è seguitato e seguita il detto uso, che a noi è stato di gran commodità, per avere i ritratti di molti, che si sono posti nelle storie del palazzo del duca Cosimo. E di questo si deve certo aver grandissimo obligo alla virtù d'Andrea, che fu de' primi che cominciasse a metterlo in uso.
Da questo si venne al fare imagini di più perfezzione non pure in Fiorenza, ma in tutti i luoghi dove sono divozioni e dove concorrono persone a porre voti, e, come si dice, miracoli, per avere alcuna grazia ricevuto. Perciò che, dove prima si facevano o piccoli d'argento o in tavolucce solamente, o vero di cera e goffi affatto, si cominciò al tempo d'Andrea a fargli in molto miglior maniera, perché avendo egli stretta dimestichezza con Orsino ceraiuolo, il quale in Fiorenza aveva in quell'arte assai buon giudizio, gli incominciò a mostrare come potesse in quella farsi eccellente. Onde venuta l'occasione per la morte di Giuliano de' Medici e per lo pericolo di Lorenzo suo fratello, stato ferito in S. Maria del Fiore, fu ordinato dagl'amici e parenti di Lorenzo, che si facesse, rendendo della sua salvezza grazie a Dio, in molti luoghi l'imagine di lui. Onde Orsino, fra l'altre, con l'aiuto et ordine d'Andrea, ne condusse tre di cera grande quanto il vivo, facendo dentro l'ossatura di legname, come altrove si è detto, et intessuta di canne spaccate, ricoperte poi di panno incerato con bellissime pieghe e tanto acconciamente, che non si può veder meglio, né cosa più simile al naturale. Le teste, poi, mani e piedi, fece di cera più grossa, ma vote dentro, e ritratte dal vivo e dipinte a olio con quelli ornamenti di capelli et altre cose secondo che bisognava, naturali e tanto ben fatti, che rappresentavano non più uomini di cera, ma vivissimi, come si può vedere in ciascuna delle dette tre; una delle quali è nella chiesa delle monache di Chiarito in via di S. Gallo, dinanzi al Crucifisso che fa miracoli. E questa figura è con quell'abito a punto che aveva Lorenzo, quando ferito nella gola e fasciato, si fece alle finestre di casa sua, per esser veduto dal popolo, che là era corso per vedere se fusse vivo, come disiderava, o se pur morto, per farne vendetta. La seconda figura del medesimo è in lucco, abito civile e proprio de' fiorentini; e questa, è nella chiesa de' Servi alla Nunziata, sopra la porta minore, la quale è accanto al desco dove si vende le candele. La terza fu mandata a S. Maria degl'Angeli d'Ascesi, e posta dinanzi a quella Madonna. Nel qual luogo medesimo, come già si è detto, esso Lorenzo de' Medici fece mattonare tutta la strada che camina da S. Maria alla porta d'Ascesi, che va a S. Francesco, e parimente restaurare le fonti che Cosimo suo avolo aveva fatto fare in quel luogo.
Ma tornando alle imagini di cera, sono di mano d'Orsino nella detta chiesa de' Servi, tutte quelle che nel fondo hanno per segno un O grande, con un R dentrovi et una croce sopra. E tutte sono in modo belle, che pochi sono stati poi, che l'abbiano paragonato. Questa arte, ancora che si sia mantenuta viva insino a' tempi nostri, è nondimeno più tosto in declinazione che altrimenti, o perché sia mancata la divozione o per altra cagione che si sia.
Ma per tornare al Verrocchio, egli lavorò, oltre alle cose dette, Crucifissi di legno et alcune cose di terra, nel che era eccellente, come si vide ne' modelli delle storie che fece per l'altare di S. Giovanni, et in alcuni putti bellissimi et in una testa di S. Girolamo, che è tenuta maravigliosa. È anco di mano del medesimo, il putto dell'oriuolo di Mercato Nuovo, che ha le braccia schiodate in modo che alzandole, suona l'ore con un martello che tiene in mano. Il che fu tenuto in que' tempi cosa molto bella e capricciosa. E questo il fine sia della vita d'Andrea Verrocchio, scultore eccellentissimo. Fu ne' tempi d'Andrea, Benedetto Buglioni, il quale da una donna che uscì di casa Andrea della Robbia ebbe il segreto degl'invetriati di terra, onde fece di quella maniera molte opere in Fiorenza e fuori, e particolarmente nella chiesa de' Servi, vicino alla cappela di S. Barbara, un Cristo che resuscita con certi Angeli, che per cosa di terra cotta invetriata è assai bell'opera; in S. Brancazio fece in una cappella un Cristo morto; e sopra la porta principale della chiesa di S. Pier Maggiore, il mezzo tondo che vi si vede. Dopo Benedetto rimase il segreto a Santi Buglioni, che solo sa oggi lavorare di questa sorte sculture.
VITA DI ANDREA MANTEGNA PITTORE MANTOVANO
Quanto possa il premio nella virtù, colui che opera virtuosamente et è in qualche parte premiato lo sa, perciò che non sente né disagio né incommodo né fatica, quando n'aspetta onore e premio; e, che è più, ne diviene ogni giorno più chiara e più illustre essa virtù; bene è vero che non sempre si truova chi la conosca e la pregi e la rimuneri, come fu quella riconosciuta d'Andrea Mantegna, il quale nacque d'umilissima stirpe nel contado di Mantoa; et ancora che da fanciullo pascesse gl'armenti, fu tanto inalzato dalla sorte e dalla virtù, che meritò d'esser cavalier onorato, come al suo luogo si dirà. Questi, essendo già grandicello fu condotto nella città, dove attese alla pittura sotto Iacopo Squarcione pittore padoano, il quale, secondo che scrive in una sua epistola latina Messer Girolamo Campagnuola a Messer Leonico Timeo, filosofo greco, nella quale gli dà notizia d'alcuni pittori vecchi che servirono quei da Carrara, signori di Padova, il quale Iacopo se lo tirò in casa e poco appresso, conosciutolo di bello ingegno, se lo fece figliuolo adottivo. E perché si conosceva lo Squarcione non esser il più valente dipintore del mondo, acciò che Andrea imparasse più oltre che non sapeva egli, lo esercitò assai in cose di gesso formate da statue antiche, et in quadri di pitture, che in tela si fece venire di diversi luoghi, e particolarmente di Toscana e di Roma. Onde con questi sì fatti et altri modi, imparò assai Andrea nella sua giovinezza. La concorrenza ancora di Marco Zoppo bolognese e di Dario da Trevisi e di Niccolò Pizzolo padoano, discepoli del suo adottivo padre e maestro, gli fu di non picciolo aiuto e stimolo all'imparare. Poi dunque che ebbe fatta Andrea, allora che non aveva più che 17 anni, la tavola dell'altar maggiore di S. Sofia di Padoa, la quale pare fatta da un vecchio ben pratico e non da un giovanetto, fu allogata allo Squarcione la capella di S. Cristofano, che è nella chiesa de' frati Eremitani di S. Agostino in Padoa, la quale egli diede a fare al detto Niccolò Pizzolo et Andrea. Niccolò vi fece un Dio Padre che siede in maestà in mezzo ai dottori della chiesa, che furono poi tenute non manco buone pitture, che quelle che vi fece Andrea; e nel vero, se Niccolò che fece poche cose ma tutte buone si fusse dilettato della pittura quanto fece dell'arme, sarebbe stato eccellente e forse molto più vivuto che non fece; conciò fusse che, stando sempre in sull'armi et avendo molti nimici, fu un giorno che tornava da lavorare, affrontato e morto a tradimento; non lasciò altre opere che io sappia, Niccolò, se non un altro Dio Padre nella capella di Urbano Perfetto. Andrea, dunque, rimaso solo, fece nella detta cappella i quattro Vangelisti che furono tenuti molto belli. Per questa et altre opere, cominciando Andrea a essere in grande aspettazione et a sperarsi che dovesse riuscire quello che riuscì, tenne modo Iacopo Bellino pittore viniziano, padre di Gentile e di Giovanni e concorrente dello Squarcione, che esso Andrea tolse per moglie una sua figliuola e sorella di Gentile. La qual cosa sentendo, lo Squarcione si sdegnò di maniera con Andrea che furono poi sempre nimici; e quanto lo Squarcione per l'adietro aveva sempre lodate le cose d'Andrea, altretanto da indi in poi le biasimò sempre publicamente. E sopra tutto biasimò senza rispetto le pitture che Andrea aveva fatte nella detta cappella di S. Cristofano, dicendo che non erano cosa buona perché aveva nel farle imitato le cose di marmo antiche, dalle quali non si può imparare la pittura perfettamente, perciò che i sassi hanno sempre la durezza con esso loro e non mai quella tenera dolcezza che hanno le carni e le cose naturali, che si piegano e fanno diversi movimenti, aggiugnendo che Andrea arebbe fatto molto meglio quelle figure e sarebbono state più perfette se avesse fattole di color di marmo e non di que' tanti colori, perciò che non avevano quelle pitture somiglianza di vivi ma di statue antiche di marmo o d'altre cose simili. Queste cotali reprensioni punsero l'animo d'Andrea, ma dall'altro canto gli furono di molto giovamento, perché conoscendo che egli diceva in gran parte il vero, si diede a ritrarre persone vive e vi fece tanto acquisto, che in una storia che in detta cappella gli restava a fare, mostrò che sapeva non meno cavare il buono delle cose vive e naturali, che di quelle fatte dall'arte. Ma con tutto ciò ebbe sempre opinione Andrea che le buone statue antiche fussino più perfette et avessino più belle parti, che non mostra il naturale. Atteso che quelli eccellenti maestri, secondo che e' giudicava e gli pareva vedere in quelle statue, aveano da molte persone vive cavato tutta la perfezione della natura, la quale di rado in un corpo solo accozza et accompagna insieme tutta la bellezza, onde è necessario pigliarne da uno una parte, e da un altro un'altra; et oltre a questo gli parevano le statue più terminate e più tocche in su' muscoli, vene, nervi et altre particelle, le quali il naturale, coprendo con la tenerezza e morbidezza della carne certe crudezze, mostra talvolta meno, se già non fusse un qualche corpo d'un vecchio o di molto estenuato; i quali corpi però, sono per altri rispetti dagl'artefici fuggiti. E si conosce di questa openione essersi molto compiaciuto nell'opere sue, nelle quali si vede in vero la maniera un pochetto tagliente e che tira talvolta più alla pietra che alla carne viva. Comunque sia, in questa ultima storia, la quale piacque infinitamente, ritrasse Andrea lo Squarcione in una figuraccia corpacciuta con una lancia e con una spada in mano. Vi ritrasse similmente Noferi di Messer Palla Strozzi fiorentino, Messer Girolamo dalla Valle, medico eccellentissimo, Messer Bonifazio Fuzimeliga, dottor di leggi, Niccolò orefice di papa Innocenzio VIII e Baldassarre da Leccio, suoi amicissimi; i quali tutti fece vestiti d'arme bianche brunite e splendide come le vere sono, e certo con bella maniera. Vi ritrasse anco Messer Bonramino cavaliere, et un certo vescovo d'Ungheria, uomo sciocco affatto, il quale andava tutto giorno per Roma vagabondo, e poi la notte si riduceva a dormire, come le bestie, per le stalle. Vi ritrasse anco Marsilio Pazzo, nella persona del carnefice che taglia la testa a S. Iacopo, e similmente se stesso. Insomma questa opera gl'acquistò, per la bontà sua, nome grandissimo. Dipinse anco, mentre faceva questa cappella, una tavola che fu posta in S. Iustina all'altar di S. Luca. E dopo lavorò a fresco l'arco che è sopra la porta di S. Antonino dove scrisse il nome suo. Fece in Verona una tavola per l'altare di S. Cristofano e di S. Antonio, et al canto della piazza della Paglia fece alcune figure. In S. Maria in Organo, ai frati di Monte Oliveto, fece la tavola dell'altar maggiore, che è bellissima, e similmente quella di S. Zeno. E fra l'altre cose, stando in Verona, lavorò e mandò in diversi luoghi e n'ebbe uno abbate della Badia di Fiesole, suo amico e parente, un quadro nel quale è una Nostra Donna dal mezzo in su, col Figliuolo in collo et alcune teste d'Angeli che cantano, fatti con grazia mirabile. Il qual quadro è oggi nella libreria di quel luogo e fu tenuta allora e sempre poi come cosa rara. E perché aveva, mentre dimorò in Mantoa, fatto gran servitù con Lodovico Gonzaga marchese, - quel signore che sempre stimò assai e favorì la virtù d'Andrea, - gli fece dipignere nel castello di Mantoa, per la cappella, una tavoletta nella quale sono storie di figure non molto grandi, ma bellissime. Nel medesimo luogo sono molte figure che scortano al di sotto in sù, grandemente lodate, perché se bene ebbe il modo del panneggiare crudetto e sottile, e la maniera alquanto secca, vi si vede nondimeno ogni cosa fatta con molto artifizio e diligenzia. Al medesimo marchese dipinse nel palazzo di S. Sebastiano in Mantoa in una sala il trionfo di Cesare, che è la miglior cosa che lavorasse mai; in questa opera si vede con ordine bellissimo situato nel trionfo, la bellezza e l'ornamento del carro; colui che vitupera il trionfante, i parenti, i profumi, gl'incensi, i sacrifizii, i sacerdoti, i tori pel sacrificio coronati e prigioni, le prede fatte da' soldati, l'ordinanza delle squadre, i liofanti, le spoglie, le vittorie e le città e le rocche, in varii carri contrafatte con una infinità di trofei in sull'aste e varie armi per testa e per indosso, acconciature, ornamenti e vasi infiniti; e tra la moltitudine degli spettatori una donna, che ha per la mano un putto, al qual essendosi fitto una spina in un piè, lo mostra egli piangendo alla madre, con modo grazioso e molto naturale. Costui, come potrei aver accennato altrove, ebbe in questa istoria una bella e buona avertenza, che avendo situato il piano dove posavano le figure, più alto che la veduta dell'occhio, fermò i piedi dinanzi in sul primo profilo e linea del piano, facendo fuggire gl'altri più adentro di mano in mano, e perder della veduta de' piedi e gambe, quanto richiedeva la ragione della veduta; e così delle spoglie, vasi et altri istrumenti et ornamenti fece veder sola la parte di sotto e perder quella di sopra, come di ragione di prospettiva si conveniva di fare, e questo medesimo osservò con gran diligenza ancora Andrea degl'Impiccati nel cenacolo che è nel refettorio di S. Maria Nuova. Onde si vede che in quella età questi valenti uomini andarono sottilmente investigando e con grande studio imitando la vera proprietà delle cose naturali; e per dirlo in una parola, non potrebbe tutta questa opera esser né più bella, né lavorata meglio. Onde se il marchese amava prima Andrea l'amò poi sempre et onorò molto maggiormente; e, che è più, egli ne venne in tal fama, che papa Innocenzo VIII, udita l'eccellenza di costui nella pittura e l'altre buone qualità di che era maravigliosamente dotato, mandò per lui, acciò che egli, essendo finita di fabricare la muraglia di Belvedere, sì come faceva fare a molti altri, l'adornasse delle sue pitture. Andato dunque a Roma con molto esser favorito e raccomandato dal marchese che per maggiormente onorarlo lo fece cavaliere, fu ricevuto amorevolmente da quel pontefice e datagli subito a fare una picciola cappella che è in detto luogo. La quale con diligenza e con amore lavorò così minutamente, che e la volta e le mura paiono più tosto cosa miniata che dipintura; e le maggiori figure che vi sieno sono sopra l'altare, le quali egli fece in fresco come l'altre, e sono S. Giovanni che battezza Cristo, et intorno sono popoli che spogliandosi fanno segno di volersi battezzare. E fra gl'altri vi è uno, che volendosi cavare una calza appiccata per il sudore alla gamba, se la cava a rovescio attraversandola all'altro stinco, con tanta forza e disagio, che l'una e l'altra gli appare manifestamente nel viso; la qual cosa capricciosa recò a chi la vide in quei tempi, maraviglia. Dicesi che il detto Papa, per le molte occupazioni che aveva, non dava così spesso danari al Mantegna come egli arebbe avuto bisogno, e che perciò nel dipignere in quel lavoro alcune virtù di terretta, fra l'altre vi fece la discrezione; onde andato un giorno il papa a vedere l'opra, dimandò Andrea che figura fusse quella, a che ris