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Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)

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Nel 1550 presso l'editore Torrentino a Firenze uscì la prima edizione delle Vite de' più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani da Cimabue insino a' tempi nostri di Giorgio Vasari. Quest'opera, di vastissime dimensioni, costituisce ancora oggi un documento di fondamentale importanza per la storia dell'arte italiana dal Tre al Cinquecento. Servendosi del modello umanistico delle vite degli uomini illustri, Vasari si propone di mantenere viva la memoria delle opere d'arte, rimediando con la parola scritta alla loro inevitabile deperibilità fisica inventando un nuovo genere letterario, quello delle biografie di artisti. Le Vite costituiscono un ricchissimo catalogo di notizie, descrizioni, documenti degli artisti italiani, all'interno di una storia delle arti figurative ricostruita dall'autore con notevole coscienza critica.
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Mentre Benedetto nella sua giovinezza lavorò di legname e di commesso, furono suoi concorrenti Baccio Cellini piffero della Signoria di Firenze, il quale lavorò di commesso alcune cose d'avorio molto belle, e fra l'altre un ottangolo di figure d'avorio profilate di nero, bello affatto, il quale è nella guardaroba del Duca; parimente Girolamo della Cecca, creato di costui, e piffero anch'egli della Signoria, lavorò ne' medesimi tempi pur di commesso molte cose. Fu nel medesimo tempo Davit pistolese, che in S. Giovanni Evangelista di Pistoia, fece all'entrata del coro un S. Giovanni Evangelista di rimesso, opera più di gran fatica a condursi, che di gran disegno. E parimente Geri Aretino, che fece il coro et il pergamo di S. Agostino d'Arezzo, de' medesimi rimessi di legnami di figure e prospettive. Fu questo Geri molto capriccioso, e fece di canne di legno uno organo perfettissimo, di dolcezza e suavità, che è ancor oggi nel Vescovado d'Arezzo, sopra la porta della sagrestia, mantenutosi nella medesima bontà, che è cosa degna di maraviglia e da lui prima messa in opera. Ma nessuno di costoro, né altri, fu a gran pezzo eccellente quanto Benedetto, onde egli merita fra i migliori artefici delle sue professioni d'esser sempre annoverato e lodato.

VITA DI ANDREA VERROCCHIO PITTORE, SCULTORE ET ARCHITETTO

Andrea del Verrocchio, fiorentino, fu ne' tempi suoi orefice, prospettivo, scultore, intagliatore, pittore e musico; ma invero ne l'arte della scultura e pittura ebbe la maniera alquanto dura e crudetta; come quello che con infinito studio se la guadagnò, più che col benefizio o facilità della natura; la qual facilità se ben li fussi tanto mancata, quanto gli avanzò studio e diligenza, sarebbe stato in queste arti eccellentissimo, le quali a una somma perfezione vorrebbono congiunto studio e natura; e dove l'un de' due manca rade volte si perviene al colmo, se ben lo studio ne porta seco la maggior parte; il quale perché fu in Andrea, quanto in alcuno altro mai grandissimo, si mette fra i rari et eccellenti artefici dell'arte nostra. Questi in giovanezza attese alle scienze, particularmente alla geometria. Furono fatti da lui, mentre attese all'orefice, oltre a molte altre cose, alcuni bottoni da piviali che sono in S. Maria del Fiore di Firenze; e di grosserie particolarmente una tazza, la forma della quale, piena d'animali, di fogliami e d'altre bizzarrie, va attorno et è da tutti gl'orefici conosciuta, et un'altra parimente dove è un ballo di puttini molto bello. Per le quali opere avendo dato saggio di sé, gli fu dato a fare dall'arte de' Mercatanti due storie d'argento nelle teste dell'altare di S. Giovanni, delle quali, messe che furono in opera, acquistò lode e nome grandissimo. Mancavano in questo tempo in Roma alcuni di quegli Apostoli grandi, che ordinariamente solevano stare in sull'altare della cappella del papa con alcune altre argenterie state disfatte; per il che, mandato per Andrea, gli fu con gran favore da papa Sisto dato a fare tutto quello che in ciò bisognava; et egli il tutto condusse con molta diligenza e giudizio a perfezzione. Intanto vedendo Andrea che delle molte statue antiche et altre cose che si trovavano in Roma, si faceva grandissima stima, e che fu fatto porre quel cavallo di bronzo dal papa a S. Ianni Laterano e che de' fragmenti, non che delle cose intere che ogni dì si trovavano, si faceva conto, deliberò d'attendere alla scultura. E così abandonato in tutto l'orefice, si mise a gettare di bronzo alcune figurette che gli furono molto lodate. Laonde preso maggiore animo, si mise a lavorare di marmo; onde essendo morta sopra parto in que' giorni la moglier di Francesco Tornabuoni, il marito che molto amata l'aveva, e, morta, voleva quanto poteva il più onorarla, diede a fare la sepoltura ad Andrea, il quale sopra una cassa di marmo intagliò in una lapida la donna, il partorire et il passare all'altra vita; et appresso in tre figure fece tre virtù, che furono tenute molto belle, per la prima opera che di marmo avesse lavorato; la quale sepoltura fu posta nella Minerva. Ritornato poi a Firenze con danari, fama et onore, gli fu fatto fare di bronzo un Davit di braccia due e mezzo, il quale finito, fu posto in palazzo al sommo della scala dove stava la catena, con sua molta lode. Mentre che egli conduceva la detta statua, fece ancora quella Nostra Donna di marmo che è sopra la sepoltura di Messer Lionardo Bruni aretino, in S. Croce, la quale lavorò, essendo ancora assai giovane, per Bernardo Rossellini architetto e scultore, il quale condusse di marmo, come si è detto, tutta quell'opera. Fece il medesimo in un quadro di marmo una Nostra Donna di mezzo rilievo, dal mezzo in su, col Figliuolo in collo; la quale già era in casa Medici ed oggi è nella camera della Duchessa di Fioranza, sopra una porta come cosa bellissima. Fece anco due teste di metallo, una d'Alessandro Magno, di proffilo, l'altra d'un Dario a suo capriccio, pur di mezzo rilievo, e ciascuna da per sé variando l'un dall'altro ne' cimieri, nell'armadure et in ogni cosa. Le quali ambedue furono mandate dal Magnifico Lorenzo de' Medici al re Mattia Corvino in Ungheria, con molte altre cose, come si dirà al luogo suo. Per le quali cose avendo acquistatosi Andrea nome di eccellente maestro, e massimamente [nelle] cose di metallo delle quali egli si dilettava molto, fece di bronzo tutta tonda in San Lorenzo la sepoltura di Giovanni e di Piero di Cosimo de' Medici, dove è una cassa di porfido, retta da quattro cantonate di bronzo, con girari di foglie molto ben lavorate e finite con diligenza grandissima; la quale sepoltura è posta fra la cappella del Sagramento e la sagrestia, della qual opera non si può, né di bronzo né di getto, far meglio; massimamente avendo egli in un medesimo tempo mostrato l'ingegno suo nell'architettura per aver la detta sepoltura collocata nell'apertura d'una finestra larga braccia cinque et alta dieci in circa e posta sopra un basamento che divide la detta cappella del Sagramento dalla sagrestia vecchia. E sopra la cassa, per ripieno dell'apertura insino alla volta, fece una grata a mandorle di cordoni di bronzo naturalissimi con ornamenti in certi luoghi d'alcuni festoni et altre belle fantasie, tutte notabili e con molta pratica, giudizio et invenzione condotte. Dopo, avendo Donatello per lo magistrato de' sei della Mercanzia fatto il tabernacolo di marmo che è oggi dirimpetto a San Michele, nell'oratorio di esso d'Or San Michele, et avendovisi a fare un San Tommaso di bronzo che cercasse la piaga a Cristo, ciò per allora non si fece altrimenti, perché degl'uomini che avevano cotal cura, alcuni volevano che lo facesse Donatello et altri Lorenzo Ghiberti. Essendosi dunque la cosa stata così, insino a che Donato e Lorenzo vissero, furono finalmente le dette due statue allogate ad Andrea, il quale fattone i modelli e le forme, le gettò e vennero tanto salde, intere e ben fatte, che fu un bellissimo getto. Onde messosi a rinettarle e finirle, le ridusse a quella perfezzione che al presente si vede, che non potrebbe esser maggiore, perché in San Tommaso si scorge la incredulità e la troppa voglia di chiarirsi del fatto, et in un medesimo tempo l'amore che gli fa con bellissima maniera metter la mano al costato di Cristo; et in esso Cristo, il quale con liberalissima attitudine alza un braccio et aprendo la veste chiarisce il dubbio dell'incredulo discepolo, è tutta quella grazia e divinità, per dir così, che può l'arte dar a una figura. E l'avere Andrea ambedue queste figure vestite di bellissimi e bene accomodati panni, fa conoscere che egli non meno sapeva questa arte che Donato, Lorenzo e gl'altri che erano stati inanzi a lui. Onde ben meritò questa opera d'esser in un tabernacolo, fatto da Donato, collocata e di essere stata poi sempre tenuta in pregio e grandissima stima. Laonde non potendo la fama di Andrea andar più oltre né più crescere in quella professione, come persona a cui non bastava in una sola cosa essere eccellente, ma desiderava esser il medesimo in altre ancora, mediante lo studio, voltò l'animo alla pittura e così fece i cartoni d'una battaglia d'ignudi, disegnati di penna molto bene, per fargli di colore in una facciata. Fece similmente i cartoni d'alcuni quadri di storie e dopo gli cominciò a mettere in opera di colori; ma qual si fusse la cagione, rimasero imperfetti. Sono alcuni disegni di sua mano nel nostro libro, fatti con molta pacienza e grandissimo giudizio; in fra i quali sono alcune teste di femina con bell'arie et acconciature di capegli, quali per la sua bellezza Lionardo da Vinci sempre imitò; sonvi ancora dua cavagli con il modo delle misure e centine, da fargli di piccioli grandi, che venghino proporzionati e senza errori; e di rilievo di terra cotta è appresso di me una testa di cavallo ritratta dall'antico, che è cosa rara, et alcuni altri pure in carta, n'ha il molto reverendo don Vincenzio Borghini nel suo libro, del quale si è di sopra ragionato. E fra gl'altri un disegno di sepoltura da lui fatto in Vinegia per un doge et una storia de' Magi che adorano Cristo; et una testa d'una donna finissima quanto si possa, dipinta in carta. Fece anco a Lorenzo de' Medici, per la fonte della villa a Careggi, un putto di bronzo, che strozza un pesce; il quale ha fatto porre, come oggi si vede, il signor duca Cosimo alla fonte che è nel cortile del suo palazzo; il qual putto è veramente maraviglioso. Dopo, essendosi finita di murare la cupola di Santa Maria del Fiore, fu risoluto dopo molti ragionamenti, che si facesse la palla di rame che aveva a esser posta in cima a quell'edifizio, secondo l'ordine lasciato da Filippo Brunelleschi; per che, datone la cura ad Andrea, egli la fece alta braccia quattro, e posandola in sur un bottone, la incatenò di maniera che poi vi si poté mettere sopra sicuramente la croce. La quale opera finita, fu messa su con grandissima festa e piacere de' popoli. Ben è vero che bisognò usar nel farla ingegno e diligenza, perché si potesse, come si fa, entrarvi dentro per di sotto; et anco nell'armarla con buone fortificazioni acciò i venti non le potessero far nocumento. E per ché Andrea mai non si stava, e sempre o di pittura o di scultura lavorava qualche cosa e qualche volta tramezzava l'un'opera con l'altra, perché meno, come molti fanno, gli venisse una stessa cosa a fastidio, se bene non mise in opera i sopradetti cartoni, dipinse nondimeno alcune cose; e fra l'altre una tavola alle monache di San Domenico di Firenze, nella quale gli parve essersi portato molto bene, onde poco appresso ne dipinse in S. Salvi un'altra a' frati di Vallombrosa, nella quale è quando San Giovanni battezza Cristo. Et in questa opera aiutandogli Lionardo da Vinci allora giovanetto e suo discepolo, vi colorì un Angelo di sua mano, il quale era molto meglio che l'altre cose; il che fu cagione che Andrea si risolvette a non volere toccare più pennelli, poiché Lionardo così giovanetto in quell'arte, si era portato molto meglio di lui.

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