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Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)

Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:

Nel 1550 presso l'editore Torrentino a Firenze uscì la prima edizione delle Vite de' più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani da Cimabue insino a' tempi nostri di Giorgio Vasari. Quest'opera, di vastissime dimensioni, costituisce ancora oggi un documento di fondamentale importanza per la storia dell'arte italiana dal Tre al Cinquecento. Servendosi del modello umanistico delle vite degli uomini illustri, Vasari si propone di mantenere viva la memoria delle opere d'arte, rimediando con la parola scritta alla loro inevitabile deperibilità fisica inventando un nuovo genere letterario, quello delle biografie di artisti. Le Vite costituiscono un ricchissimo catalogo di notizie, descrizioni, documenti degli artisti italiani, all'interno di una storia delle arti figurative ricostruita dall'autore con notevole coscienza critica.
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in grande aspettazione et a sperarsi che dovesse riuscire quello che riuscì, tenne modo Iacopo Bellino pittore viniziano, padre di Gentile e di Giovanni e concorrente dello Squarcione, che esso Andrea tolse per moglie una sua figliuola e sorella di Gentile. La qual cosa sentendo, lo Squarcione si sdegnò di maniera con Andrea che furono poi sempre nimici; e quanto lo Squarcione per l'adietro aveva sempre lodate le cose d'Andrea, altretanto da indi in poi le biasimò sempre publicamente. E sopra tutto biasimò senza rispetto le pitture che Andrea aveva fatte nella detta cappella di S. Cristofano, dicendo che non erano cosa buona perché aveva nel farle imitato le cose di marmo antiche, dalle quali non si può imparare la pittura perfettamente, perciò che i sassi hanno sempre la durezza con esso loro e non mai quella tenera dolcezza che hanno le carni e le cose naturali, che si piegano e fanno diversi movimenti, aggiugnendo che Andrea arebbe fatto molto meglio quelle figure e sarebbono state più perfette se avesse fattole di color di marmo e non di que' tanti colori, perciò che non avevano quelle pitture somiglianza di vivi ma di statue antiche di marmo o d'altre cose simili. Queste cotali reprensioni punsero l'animo d'Andrea, ma dall'altro canto gli furono di molto giovamento, perché conoscendo che egli diceva in gran parte il vero, si diede a ritrarre persone vive e vi fece tanto acquisto, che in una storia che in detta cappella gli restava a fare, mostrò che sapeva non meno cavare il buono delle cose vive e naturali, che di quelle fatte dall'arte. Ma con tutto ciò ebbe sempre opinione Andrea che le buone statue antiche fussino più perfette et avessino più belle parti, che non mostra il naturale. Atteso che quelli eccellenti maestri, secondo che e' giudicava e gli pareva vedere in quelle statue, aveano da molte persone vive cavato tutta la perfezione della natura, la quale di rado in un corpo solo accozza et accompagna insieme tutta la bellezza, onde è necessario pigliarne da uno una parte, e da un altro un'altra; et oltre a questo gli parevano le statue più terminate e più tocche in su' muscoli, vene, nervi et altre particelle, le quali il naturale, coprendo con la tenerezza e morbidezza della carne certe crudezze, mostra talvolta meno, se già non fusse un qualche corpo d'un vecchio o di molto estenuato; i quali corpi però, sono per altri rispetti dagl'artefici fuggiti. E si conosce di questa openione essersi molto compiaciuto nell'opere sue, nelle quali si vede in vero la maniera un pochetto tagliente e che tira talvolta più alla pietra che alla carne viva. Comunque sia, in questa ultima storia, la quale piacque infinitamente, ritrasse Andrea lo Squarcione in una figuraccia corpacciuta con una lancia e con una spada in mano. Vi ritrasse similmente Noferi di Messer Palla Strozzi fiorentino, Messer Girolamo dalla Valle, medico eccellentissimo, Messer Bonifazio Fuzimeliga, dottor di leggi, Niccolò orefice di papa Innocenzio VIII e Baldassarre da Leccio, suoi amicissimi; i quali tutti fece vestiti d'arme bianche brunite e splendide come le vere sono, e certo con bella maniera. Vi ritrasse anco Messer Bonramino cavaliere, et un certo vescovo d'Ungheria, uomo sciocco affatto, il quale andava tutto giorno per Roma vagabondo, e poi la notte si riduceva a dormire, come le bestie, per le stalle. Vi ritrasse anco Marsilio Pazzo, nella persona del carnefice che taglia la testa a S. Iacopo, e similmente se stesso. Insomma questa opera gl'acquistò, per la bontà sua, nome grandissimo. Dipinse anco, mentre faceva questa cappella, una tavola che fu posta in S. Iustina all'altar di S. Luca. E dopo lavorò a fresco l'arco che è sopra la porta di S. Antonino dove scrisse il nome suo. Fece in Verona una tavola per l'altare di S. Cristofano e di S. Antonio, et al canto della piazza della Paglia fece alcune figure. In S. Maria in Organo, ai frati di Monte Oliveto, fece la tavola dell'altar maggiore, che è bellissima, e similmente quella di S. Zeno. E fra l'altre cose, stando in Verona, lavorò e mandò in diversi luoghi e n'ebbe uno abbate della Badia di Fiesole, suo amico e parente, un quadro nel quale è una Nostra Donna dal mezzo in su, col Figliuolo in collo et alcune teste d'Angeli che cantano, fatti con grazia mirabile. Il qual quadro è oggi nella libreria di quel luogo e fu tenuta allora e sempre poi come cosa rara. E perché aveva, mentre dimorò in Mantoa, fatto gran servitù con Lodovico Gonzaga marchese, - quel signore che sempre stimò assai e favorì la virtù d'Andrea, - gli fece dipignere nel castello di Mantoa, per la cappella, una tavoletta nella quale sono storie di figure non molto grandi, ma bellissime. Nel medesimo luogo sono molte figure che scortano al di sotto in sù, grandemente lodate, perché se bene ebbe il modo del panneggiare crudetto e sottile, e la maniera alquanto secca, vi si vede nondimeno ogni cosa fatta con molto artifizio e diligenzia. Al medesimo marchese dipinse nel palazzo di S. Sebastiano in Mantoa in una sala il trionfo di Cesare, che è la miglior cosa che lavorasse mai; in questa opera si vede con ordine bellissimo situato nel trionfo, la bellezza e l'ornamento del carro; colui che vitupera il trionfante, i parenti, i profumi, gl'incensi, i sacrifizii, i sacerdoti, i tori pel sacrificio coronati e prigioni, le prede fatte da' soldati, l'ordinanza delle squadre, i liofanti, le spoglie, le vittorie e le città e le rocche, in varii carri contrafatte con una infinità di trofei in sull'aste e varie armi per testa e per indosso, acconciature, ornamenti e vasi infiniti; e tra la moltitudine degli spettatori una donna, che ha per la mano un putto, al qual essendosi fitto una spina in un piè, lo mostra egli piangendo alla madre, con modo grazioso e molto naturale. Costui, come potrei aver accennato altrove, ebbe in questa istoria una bella e buona avertenza, che avendo situato il piano dove posavano le figure, più alto che la veduta dell'occhio, fermò i piedi dinanzi in sul primo profilo e linea del piano, facendo fuggire gl'altri più adentro di mano in mano, e perder della veduta de' piedi e gambe, quanto richiedeva la ragione della veduta; e così delle spoglie, vasi et altri istrumenti et ornamenti fece veder sola la parte di sotto e perder quella di sopra, come di ragione di prospettiva si conveniva di fare, e questo medesimo osservò con gran diligenza ancora Andrea degl'Impiccati nel cenacolo che è nel refettorio di S. Maria Nuova. Onde si vede che in quella età questi valenti uomini andarono sottilmente investigando e con grande studio imitando la vera proprietà delle cose naturali; e per dirlo in una parola, non potrebbe tutta questa opera esser né più bella, né lavorata meglio. Onde se il marchese amava prima Andrea l'amò poi sempre et onorò molto maggiormente; e, che è più, egli ne venne in tal fama, che papa Innocenzo VIII, udita l'eccellenza di costui nella pittura e l'altre buone qualità di che era maravigliosamente dotato, mandò per lui, acciò che egli, essendo finita di fabricare la muraglia di Belvedere, sì come faceva fare a molti altri, l'adornasse delle sue pitture. Andato dunque a Roma con molto esser favorito e raccomandato dal marchese che per maggiormente onorarlo lo fece cavaliere, fu ricevuto amorevolmente da quel pontefice e datagli subito a fare una picciola cappella che è in detto luogo. La quale con diligenza e con amore lavorò così minutamente, che e la volta e le mura paiono più tosto cosa miniata che dipintura; e le maggiori figure che vi sieno sono sopra l'altare, le quali egli fece in fresco come l'altre, e sono S. Giovanni che battezza Cristo, et intorno sono popoli che spogliandosi fanno segno di volersi battezzare. E fra gl'altri vi è uno, che volendosi cavare una calza appiccata per il sudore alla gamba, se la cava a rovescio attraversandola all'altro stinco, con tanta forza e disagio, che l'una e l'altra gli appare manifestamente nel viso; la qual cosa capricciosa recò a chi la vide in quei tempi, maraviglia. Dicesi che il detto Papa, per le molte occupazioni che aveva, non dava così spesso danari al Mantegna come egli arebbe avuto bisogno, e che perciò nel dipignere in quel lavoro alcune virtù di terretta, fra l'altre vi fece la discrezione; onde andato un giorno il papa a vedere l'opra, dimandò Andrea che figura fusse quella, a che rispose Andrea: "Ell'è la discrezione". Soggiunse il pontefice: "Se tu vuoi che ella sia bene accompagnata, falle a canto la pacienza". Intese il dipintore quello che perciò voleva dire il Santo Padre, e mai più fece motto. Finita l'opera, il Papa con onorevoli premii e molto favore lo rimandò al duca. Mentre che Andrea stette a lavorare in Roma, oltre la detta capella, dipinse in un quadretto piccolo una Nostra Donna col Figliuolo in collo che dorme, e nel campo, che è una montagna, fece dentro a certe grotte alcuni scarpellini che cavano pietre per diversi lavori, tanto sottilmente e con tanta pacienza, che non par possibile che con una sottil punta di pennello si possa far tanto bene; il qual quadro è oggi appresso lo illustrissimo signor don Francesco Medici, principe di Fiorenza, il quale lo tiene fra le sue cose carissime. Nel nostro libro è in un mezzo foglio reale un disegno di mano d'Andrea, finito di chiaro scuro, nel quale è una Iudith che mette nella tasca d'una sua schiava mora la testa d'Oloferne, fatto d'un chiaro scuro non più usato, avendo egli lasciato il foglio bianco che serve per il lume della biacca tanto nettamente, che vi si veggiono i capegli sfilati e l'altre sottigliezze, non meno che se fussero stati con molta diligenza fatti dal pennello. Onde si può in un certo modo chiamar questo più tosto opera colorita che carta disegnata.

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