Presagi di tempesta
- Автор: Джордан Роберт, Сандерсон Брендон
- Серия: La Ruota del Tempo #12
- Язык: итальянский
- Переводчик: Gabriele Giorgi
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Presagi di tempesta». Краткое содержание книги:
Аннотация
I segni sono inequivocabili: l’Ultima Battaglia si avvicina. Rand al’Thor, il Drago Rinato, è determinato a stipulare una pace con gli invasori Seanchan. Per ottenerla, vuole dimostrare la sua buona fede riportando l’ordine nell’Arad Doman, un paese sotto attacco dei Seanchan, ma anche privo di un re… e dietro la sparizione del sovrano potrebbe esserci Graendal, una dei Reietti, maestra nella Coercizione. Nel frattempo, sia Mat che Perrin, superate varie vicissitudini, stanno cercando di tornare verso l’Andor per riunirsi a Rand prima dell’Ultima Battaglia.Ancora più difficile è il compito di Egwene: catturata e ridotta a novizia nella Torre Bianca, è riuscita a instillare il dubbio in molte delle Aes Sedai rimaste fedeli a Elaida, tanto che alcune di loro prestano ascolto alle sue parole e le chiedono addirittura consiglio. Ma sulla Torre incombe lo spettro di un attacco dei Seanchan: Egwene l’ha sognato e sa che avverrà e anche molto presto.
Tarmon Gai’don, l’Ultima Battaglia, si avvicina. Ma l’umanità non è pronta.
Ma i loro nemici potevano viaggiare molto più velocemente di quanto fosse possibile. Che si trattasse di un ter’angreal, di un flusso o di qualcos’altro a conferire loro quella capacità , ora decisamente un pericolo. Meglio usare tutta la furtività di cui disponevano. Il volo per Tar Valon avrebbe richiesto diversi giorni.
Fortuona si spostò verso il soldato successivo della fila di cinque. I capelli neri della donna erano intrecciati. Fortuona la baciò sulla fronte, pronunciando le stesse parole rituali. Questi cinque erano Coltelli del Sangue. L’anello di pura pietra nera che ciascuno di essi indossava era un ter’angreal specifico che avrebbe conferito loro forza e velocità e li avrebbe avvolti nelle tenebre, permettendo che si fondessero con le ombre.
Quelle incredibili capacità avevano un prezzo, però, poiche gli anelli succhiavano la vita di chi li portava, uccidendoli nel giro di pochi giorni. Togliere quell’anello avrebbe rallentato leggermente il processo, ma una volta attivato — cosa che avveniva toccando l’anello di pietra con una goccia del proprio sangue mentre lo si indossava — era irreversibile.
Questi cinque non avrebbero fatto ritorno. Sarebbero rimasti indietro, qualunque fosse stato l’esito della scorreria, per uccidere più marath’damane possibile. Era un terribile spreco — quelle damane sarebbero dovute essere messe al guinzaglio —, ma meglio ucciderle che lasciarle nelle mani del Drago Rinato.
Fortuona si spostò dal soldato successivo nella corta fila, dandogli il bacio e la benedizione. Era cambiato cosi tanto nei giorni trascorsi dal suo incontro col Drago Rinato. Il suo nuovo nome era solo una delle manifestazioni. Ora perfino l’Alto Sangue si prostrava spesso davanti a lei. I suoi so’jhin — Selucia inclusa — si erano rasati la testa. D’ora in poi, avrebbero tenuto il lato destro rasato e avrebbero lasciato crescere i capelli su quello sinistro, intrecciandolo a mano a mano. Per ora, sulla sinistra indossavano dei copricapi.
La gente comune camminava con più fiducia, con più orgoglio. Avevano di nuovo un’imperatrice. Con tutto quello che c’era di sbagliato al mondo, quest’unica cosa era di nuovo giusta.
Fortuona badò l’ultimo dei cinque Coltelli del Sangue, pronunciando le parole che li condannavano a morte, ma anche all’eroismo. Fece un passo indietro, con Selucia in piedi al suo fianco. Il generale Yulan venne avanti e si inchinò profondamente. «Che sia noto all’imperatrice, che possa vivere per sempre, che noi non la deluderemo.»
«È noto» disse Selucia. «Che la Luce vi segua. Sappiate che sua maestà , che possa vivere per sempre, ha visto una nuova rosa primaverile far cadere tre petali nel giardino quest’oggi. Il presagio della vostra vittoria è stato dato. Esaudiscilo, generale, e la tua ricompensa sarà grande.»
Yulan si alzò in piedi, porgendo il saluto col pugno contro il petto, il metallo che schioccava contro il metallo. Condusse i soldati ai recinti dei to’raken, i cinque Coltelli del Sangue per primi. Nel giro di pochi momenti, la prima creatura corse giù per un lungo pascolo fuori dal retro del recinto, contrassegnato da aste e pennacchi, poi si lanciò in aria. Altre la seguirono, uno stormo, più di quante Fortuona ne avesse mai viste in cielo allo stesso tempo. Mentre l’ultima luce del tramonto si affievoliva, si diressero a nord.
Raken e to’raken non venivano solitamente usati a questo modo. La maggior parte delle scorrerie venivano eseguite scaricando dei soldati in un punto predisposto, dove i to’raken attendevano fino al ritorno dei soldati dopo l’attacco. Ma questa incursione era vitale. Il piano di Yulan richiedeva un assalto più audace, molto diverso da qualunque altro fosse stato proposto. To’raken con in sella damane e sul’dam, che avrebbero attaccato dall’aria. Poteva essere l’inizio di una nuova, ardita tattica. O poteva condurre al disastro.
«Abbiamo cambiato tutto» disse Fortuona piano. «Il generale Galgan si sbaglia: questo non darà al Drago Rinato una posizione peggiore per negoziare. Lo farà rivoltare contro di noi.»
«E prima non era contro di noi?» chiese Selucia.
«No» rispose Fortuona. «Noi eravamo contro di lui.»
«E c’è differenza?»
«Sì» disse Fortuona, osservando la nuvola di to’raken, ormai a malapena visibile in cielo.
«C’è. Temo che presto vedremo quanto è grossa quella differenza.»
37
Una forza di luce
Min sedeva in silenzio, osservando Rand mentre si vestiva. I suoi movimenti erano tesi e cauti, come i passi di un acrobata che cammina su una corda tesa sopra un serraglio. Abbottonò il polsino sinistro della sua fresca camicia bianca con dita lente e posate. Quello destro era già allacciato: vi provvedevano i servitori.
Fuori si stava facendo sera. Non era ancora buio, anche se le imposte erano state chiuse in preparazione. Rand allungò la mano verso una giacca nera e oro, infilandosi prima una manica, poi l’altra. Poi allacciò i bottoni uno dopo l’altro. Non aveva problemi con quelli: si stava impratichendo a lavorare con una sola mano. Bottone dopo bottone. Primo, secondo, terzo, quarto…
Min avvertì l’impulso di urlare.
«Vuoi parlarne?» chiese.
Rand non si voltò dallo specchio. «Di cosa?»
«Dei Seanchan.»
«Non ci sarà pace» disse lui, raddrizzando il colletto della giacca. «Ho fallito.» Il suo tono era privo di emozioni, eppure in qualche modo teso.
«È normale essere frustrati, Rand.»
«La frustrazione è inutile» disse lui. «La rabbia è inutile. Nessuna di queste emozioni cambierà i fatti, e i fatti sono che non ho più tempo da perdere con i Seanchan. Dovremo rischiare un attacco alle spalle cavalcando verso l’Ultima Battaglia senza alcuna stabilità nell’Arad Doman. Non sono le condizioni ideali, ma questo è ciò che deve accadere.»
L’aria scintillò sopra Rand, e lì apparve una montagna. Le visioni erano così comuni attorno a Rand che Min di solito si costringeva a ignorarle a meno che non fossero nuove — anche se certi giorni passava del tempo a cercare di distinguerle tutte e passarle in rassegna. Questa era nuova, e attirò la sua attenzione. La montagna torreggiante era devastata da un lato, formando un foro frastagliato lungo il pendio. Montedrago? Era ammantato da ombre scure, come offuscato dalle nubi sovrastanti. Questo era strano; tutte le volte in cui lei aveva visto quella montagna, la sua sommità era più in alto delle nubi stesse.
Montedrago in ombra. Sarebbe stato importante per Rand in futuro. Quella che brillava scendendo dal cielo fin sulla punta della montagna era una minuscola lama di luce?
La visione scomparve. Anche se Min sapeva cosa significavano alcune di esse, questa la lasciò perplessa. Sospirò, appoggiandosi all’indietro sulla sedia dai cuscini rossi. I suoi libri giacevano sparpagliati sul pavimento; stava dedicando sempre più tempo ai suoi studi, in parte perché percepiva il senso di urgenza di Rand e in parte perché non sapeva cos’altro fare. Le piaceva pensare di essere in grado di badare a se stessa. E aveva cominciato a considerarsi come un’ultima difesa per Rand.
Min aveva scoperto quanto era utile come ‘linea di difesa’. Aveva avuto la stessa utilità di una bambina! In effetti, era stata un impaccio, uno strumento che Semirhage aveva usato contro di lui. Era rimasta indignata quando Rand aveva suggerito di mandarla via, facendogli una bella ramanzina per il solo fatto di averlo proposto. Mandarla via! Per tenerla al sicuro? Che idiozia! Lei sapeva badare a se stessa.
Così aveva pensato. Ora capiva che lui aveva ragione.
Questo la nauseava. Perciò studiava e cercava di non essergli d’impaccio. Lui era cambiato, quel giorno, come se qualcosa di luminoso si fosse spento dentro di lui. Una lampada che si era estinta perché aveva terminato l’olio, lasciando solo l’involucro. Lui la guardava in modo differente, ora. Quando gli occhi di Rand scrutavano i suoi, vedevano soltanto uno svantaggio? Min rabbrividì, cercando di scacciare di mente quel pensiero.