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Presagi di tempesta

Электронная книга - «Presagi di tempesta». Краткое содержание книги:

Аннотация

I segni sono inequivocabili: l’Ultima Battaglia si avvicina. Rand al’Thor, il Drago Rinato, è determinato a stipulare una pace con gli invasori Seanchan. Per ottenerla, vuole dimostrare la sua buona fede riportando l’ordine nell’Arad Doman, un paese sotto attacco dei Seanchan, ma anche privo di un re… e dietro la sparizione del sovrano potrebbe esserci Graendal, una dei Reietti, maestra nella Coercizione. Nel frattempo, sia Mat che Perrin, superate varie vicissitudini, stanno cercando di tornare verso l’Andor per riunirsi a Rand prima dell’Ultima Battaglia.
Ancora più difficile è il compito di Egwene: catturata e ridotta a novizia nella Torre Bianca, è riuscita a instillare il dubbio in molte delle Aes Sedai rimaste fedeli a Elaida, tanto che alcune di loro prestano ascolto alle sue parole e le chiedono addirittura consiglio. Ma sulla Torre incombe lo spettro di un attacco dei Seanchan: Egwene l’ha sognato e sa che avverrà e anche molto presto.
Tarmon Gai’don, l’Ultima Battaglia, si avvicina. Ma l’umanità non è pronta.
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Lui scrollò le spalle. Nascondersi? Poteva farlo. Con l’aiuto di Thom, poteva mascherarsi in modo tale che perfino le sue sorelle non l’avrebbero riconosciuto. «Posso farlo» disse. «Un prezzo dannatamente basso. Quanto ti ci vorrà per portarci a Caemlyn?»

«Non era quello il mio prezzo, Matrim» disse lei divertita. «Era un consiglio. Uno che ritengo dovresti ascoltare in modo prioritario.» Fece scivolare un piccolo pezzo di carta ripiegato da sotto l’immagine. Era sigillato con una goccia di cera rosso sangue.

Mat lo prese con fare esitante. «Cos’è?»

«Istruzioni» rispose Verin. «Che seguirai il decimo giorno dopo che ti avrò lasciato a Caemlyn.»

Lui si grattò il collo, accigliandosi, poi fece per rompere il sigillo.

«Non dovrai aprirle fino a quel giorno» disse Verin.

«Cosa?» domandò Mat. «Ma…»

«Questo è il mio prezzo» disse semplicemente Verin.

«Dannata donna» ribatte lui, tornando a guardare il foglio. «Non ho intenzione di giurare qualcosa a meno che non sappia di cosa si tratta.»

«Dubito che troverai le mie istruzioni troppo esigenti, Matrim» commentò lei. Mat guardò torvo il sigillo per un momento, poi si alzò. «Passo.»

Lei increspò le labbra. «Matrim, tu…»

«Chiamami Mat» disse, afferrando il suo cappello da sopra un cuscino. «E ho detto che non c’è nessun accordo. Sarò comunque a Caemlyn fra venti giorni di marcia.» Aprì con una spinta i lembi della tenda, facendole cenno di uscire. «Non ho intenzione di lasciarti legare dei fili attorno a me, donna.»

Lei non si mosse, anche se si accigliò. «Avevo dimenticato quanto puoi essere difficile.»

«E ne vado orgoglioso» disse Mat.

«E se stabilissimo un compromesso?» chiese Verin.

«Mi dirai cosa c’è in quel dannato foglio?»

«No» rispose Verin. «Perche potrei non aver bisogno che tu segua le istruzioni. Spero di essere in grado di tornare da te, riprendere la lettera e mandarti per la tua strada. Ma se non ci riesco…»

«Il compromesso, allora?» domandò Mat.

«Puoi scegliere di non aprire la lettera» disse Verin. «Di bruciarla. Ma, se lo fai, devi aspettare cinquanta giorni a Caemlyn, giusto nel caso che mi occorra più tempo del previsto per tornare.»

Questo lo fece soffermare a riflettere. Cinquanta giorni erano un tempo lungo da aspettare. Ma se poteva farlo a Caemlyn, piuttosto che viaggiando per conto suo…

Elayne si trovava in città ? Si era preoccupato per lei fin da quando era fuggita da Ebou Dar. Se era lì, almeno poteva essere in grado di far iniziare rapidamente la produzione dei draghi di Aludra.

Ma cinquanta giorni? Di attesa? O quello, oppure aprire la dannata lettera e fare quello che diceva? Non gli piaceva nessuna delle due opzioni. «Venti giorni» disse.

«Trenta giorni» replicò lei, alzandosi e poi sollevando un dito per interrompere la sua obiezione. «Un compromesso, Mat. Fra le Aes Sedai, ritengo che troverai che in merito sono molto più accomodante di molte altre.» Protese la mano.

Trenta giorni. Poteva aspettare trenta giorni. Guardò la lettera fra le sue mani. Poteva resistere ad aprirla, e trenta giorni di attesa non gli avrebbero davvero fatto perdere tempo. Era solo poco tempo in più di quello che gli sarebbe occorso per raggiungere Caemlyn da se. In effetti era un accordo dannatamente vantaggioso! Gli servivano alcune settimane per far iniziare la produzione dei draghi e voleva del tempo per scoprire di più sulla Torre di Ghenjei e sui serpenti e volpi. Thom non poteva lamentarsi, non quando sarebbero servite comunque due settimane per raggiungere Caemlyn.

Verin lo squadrò, con qualche segno di preoccupazione in volto. Mat non poteva lasciare che capisse quanto era compiaciuto. Se una donna l’avesse saputo, avrebbe trovato dei moti i per vendicarsi.

«Trenta giorni,» disse Mat con riluttanza, stringendole la mano «ma una volta passati, sarò libero di andare.»

«Oppure puoi aprire la lettera dopo dieci giorni» rimarcò Verin «e fare ciò che dice. Una delle due, Matrim. Ho la tua parola?»

«Ce l’hai» ribatte lui. «Ma non ho intenzione di aprire la maledetta lettera. Voglio aspettare trenta giorni, poi andare per la mia strada.»

«Vedremo» disse lei, sorridendo fra se e lasciandogli andare la mano. Ripiegò la sua immagine, poi prese dalla tasca una cartelletta rilegata in cuoio. La apri, facendovi scivolare dentro l’immagine, e mentre lo faceva Mat notò che dentro teneva una piccola pila di fogli ripiegati proprio come quello che lui aveva in mano. Che scopo avevano?

Una volta che le lettere furono infilate al sicuro nella sua tasca, Verin tirò fuori un pezzo intagliato di pietra traslucida: una spilla a forma di giglio. «Comincia a smontare il campo, Matrim. Devo creare il tuo passaggio il prima possibile. Io stessa devo Viaggiare a breve.»

«D’accordo.» Mat abbassò lo sguardo verso il foglio piegato e sigillato fra le sue mani. Perché Verin era così criptica?

Maledizione!, pensò. Non ho intenzione di aprirla. Proprio no. «Mandevwin» disse.

«Procura a Verin Sedai una sua tenda dove possa aspettare mentre smontiamo il campo e assegnale un paio di soldati perché le vadano a prendere ogni cosa di cui ha bisogno. Inoltre informa le altre Aes Sedai che lei è qui. Probabilmente saranno interessate di sapere del suo arrivo, dato che le Aes Sedai sono quello che sono.»

Mat si infilò il foglio ripiegato alla cintura, poi si accinse ad andarsene. «E trova qualcuno che bruci quella dannata panca. Non posso credere che ce la siamo portata dietro finora.»

Tuon era morta. Scomparsa, messa da parte, dimenticata. Tuon era stata la Figlia delle Nove Lune. Ora non era altro che un’annotazione nelle storie. Fortuona era imperatrice.

Fortuona Athaem Devi Paendrag baciò lievemente il soldato sulla fronte mentre si inginocchiava a capo chino sull’erba bassa. Il caldo afoso dell’Altura faceva sembrare che fosse arrivata l’estate, ma l’erba — che solo poche settimane prima era sembrata rigogliosa e piena di vita — era diventata rada e stava iniziando a ingiallire. Dov’erano i cardi e le erbacce? Di recente i semi non germogliavano come avrebbero dovuto. Come il grano, stavano avvizzendo, morendo prima di diventare davvero vivi.

Il soldato davanti a Fortuona era uno di cinque. Dietro quei cinque c’erano duecento membri dei Pugni del Cielo, il più selezionato dei suoi reparti d’attacco. Indossavano corazze di cuoio scure ed elmi di cuoio e legno leggero a forma di insetto. Sia elmi che corazze erano decorati con lo stemma del pugno serrato. Cinquanta coppie di sul’dam e damane, inclusa Dali e la sua sul’dam Malahavana, che Fortuona aveva ceduto alla causa. Aveva sentito la necessità di dare qualcosa di personale per questa importantissima missione.

Centinaia di to’raken affollavano i recinti lì dietro, portati dai loro addestratori, che li stavano preparando per il combattimento ormai prossimo. Uno stormo di raken volava aggraziato in cerchio sopra le loro teste.

Fortuona abbassò lo sguardo verso il soldato davanti a lei, appoggiandogli le dita sulla fronte dove lo aveva baciato. «Che la tua morte porti vittoria» disse piano, pronunciando le parole di rito. «Che il tuo coltello spilli sangue. Che i tuoi figli cantino le tue lodi fino all’ultima alba.»

Lui chinò il capo ancor di piu’. Come gli altri quattro nella fila, era vestito di cuoio nero. Tre coltelli gli pendevano dalla cintura e non aveva mantello ne elmo. Era un uomo piccolo: tutti i membri dei Pugni del Cielo erano minuti e compatti, e oltre la metà in questo gruppo era composta da donne. Il peso era sempre un problema per coloro che affrontavano delle missioni usando dei to’raken. In una scorreria, due soldati piccoli e ben addestrati erano preferibili a uno massiccio e nerboruto in armatura pesante.

Era sera, il sole stava appena tramontando. Il tenente generale Yulan — che avrebbe guidato personalmente la forza d’assalto — pensava che fosse meglio prendere il volo sul tardi. Il loro attacco sarebbe iniziato col favore delle tenebre, ammantando quelli che potevano guardare l’orizzonte a Ebou Dar. Una volta quella cautela non sarebbe stata necessaria. Che importanza avrebbe avuto se la gente di Ebou Dar avesse visto centinaia di to’raken alzarsi in cielo? Le notizie non potevano mai viaggiare veloci quanto le ali dei raken.

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