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La corona di spade

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La corona di spade
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Mat fissò la donna alta e magra che scivolava fra la folla con la maschera e il mantello piumato e si chiese quali inibizioni fossero rimaste a quella gente. Stava quasi per gridarle appresso di coprirsi con i mantelli. Era carina, ma in strada, davanti alla Luce e a tutti?

I carri con le scenografie erano seguiti da altri, stipati di uomini e donne che gridavano, ridevano e lanciavano monete sui carri, talvolta delle banconote ripiegate, spintonando tutti gli altri che si trovavano in strada. Mat si era abituato a corre avanti prima che potessero infilarsi in una strada laterale, o aspettare fino a quando la scenografia non svoltava a un incrocio o un ponte. Mentre aspettavano, Birgitte e Nalesean lanciavano monete ai monelli sporchi o ai mendicanti più sudici. Be’, Nalesean le lanciava, Birgitte era concentrata sui bambini e infilava le monete nei loro palmi lordi come fossero dei regali.

In uno di quei momenti d’attesa, Beslan appoggiò d’un tratto la mano sul braccio di Nalesean, alzando la voce per superare il rumore della folla e il frastuono della musica che proveniva da sei posti diversi. «Perdonami, Tarenese, ma non lui.» Un mendicante ritornò fra la folla con circospezione, aveva le guance infossate ed era scheletrico. Sembrava avesse perso la piuma pietosa che teneva fra i capelli.

«Perché no?»

«Non porta l’anello d’ottone al mignolo» rispose Beslan. «Non fa parte della gilda.»

«Luce,» rispose Mat «un uomo non può nemmeno chiedere l’elemosina in questa città senza appartenere a una gilda?» Forse fu il suo tono di voce, ma il mendicante scattò verso la gola di Mat mentre fra le mani gli appariva un pugnale sudicio.

Lui gli afferrò il braccio senza pensare e roteò scagliandolo fra la folla; alcuni imprecarono contro Mat, altri contro il mendicante steso a terra. Altri ancora gli lanciarono una moneta.

Mat vide con la coda dell’occhio un secondo uomo scheletrico vestito di stracci che stava cercando di spingere via Birgitte per raggiungerlo con un lungo pugnale. Fu un errore stupido sottovalutare quella donna per via del costume che indossava. Da qualche parte fra le piume Birgitte estrasse un pugnale e lo trafisse sotto il braccio.

«Attenta!» Le gridò Mat, ma non c’era tempo per gli allarmi: mentre gridava estrasse un pugnale dalla manica e lo scagliò. La lama sfiorò il volto di Birgitte e affondò nella gola di un terzo mendicante armato, prima che lui riuscisse a colpire la donna fra le costole.

A un tratto apparvero ovunque mendicanti con pugnali, manganelli e picche; la gente in maschera incominciò a gridare e a tentare di abbandonare quel posto. Nalesean colpì uno degli straccioni proprio sul viso, facendolo brancolare, e Beslan ne trafisse un altro allo stomaco mentre i suoi compagni mascherati combattevano contro gli altri.

Mat non ebbe tempo di vedere altro. Si ritrovò schiena a schiena con Birgitte contro diversi nemici. Sentiva il corpo della donna muoversi contro il suo, sentì le sue imprecazioni sommesse, ma ne era appena consapevole. Birgitte sapeva prendersi cura di sé stessa e, osservando i due uomini davanti a lui, non fu sicuro che loro potessero fare altrettanto. Il tipo goffo dal sorriso sdentato aveva un solo braccio e un’orbita cicatrizzata al posto dell’occhio sinistro, ma impugnava una mazza lunga sessanta centimetri, circondata da fasce di ferro coperte di spuntoni che parevano spine d’acciaio. Il suo piccolo compagno con la faccia da topo aveva entrambi gli occhi e alcuni denti e, nonostante le guance infossate e le braccia scheletriche, si muoveva come un serpente, inumidendosi le labbra e passandosi un pugnale arrugginito da una mano all’altra. Mat puntò il corto pugnale che teneva in mano prima contro uno, poi contro l’altro. Erano ancora troppo lontani perché potesse colpirli a organi vitali, inoltre si muovevano e si agitavano, ognuno in attesa che l’altro attaccasse per primo.

«Al vecchio Cully tutto questo non piacerà, Spar» gridò il grassone, e quello con la faccia da topo scattò in avanti, sempre passandosi la lama arrugginita da una mano all’altra.

Non aveva tenuto conto del pugnale che apparve di colpo nella mano sinistra di Mat e che gli tagliò il polso. L’arma del mendicante cadde sul lastricato, ma il tizio si scagliò comunque contro Mat. Mentre un altro pugnale gli penetrava nel petto, gridò sgranando gli occhi, stringendo convulsamente le braccia attorno a Mat. Il grassone sorrise, sollevò la mazza e si fece avanti.

Mentre lo fissava incredulo, Mat scagliò lontano il corpo del mendicante con la faccia da topo. La strada era libera per almeno cinquanta passi a parte i combattenti, e ovunque c’erano mendicanti che si contorcevano per terra o attaccavano qualcuno, due, tre talvolta anche quattro contro una persona sola, colpivano con le mazze o con delle pietre.

Beslan afferrò Mat per un braccio. Aveva il volto insanguinato, ma sorrideva. «Andiamo via di qui e lasciamo che la Compagnia della Carità se la veda con loro. Non c’è onore nel combattere contro i mendicanti, inoltre la gilda non lascerà vivo nessuno di questi imbroglioni. Seguitemi.» Nalesean era torvo, anche lui senza dubbio non vedeva onore nel combattere contro i mendicanti; e lo stesso valeva per gli amici di Beslan, alcuni con i costumi malconci e un altro addirittura senza maschera, per consentire a uno dei compagni di medicargli un taglio sulla fronte. Ma anche l’uomo con il taglio sorrideva. Birgitte non aveva nessuna ferita visibile e il costume sembrava perfetto come quando era uscita da palazzo. La donna fece scomparire il pugnale. Non era possibile nascondere una lama fra quelle piume, eppure lei ci era riuscita.

Mat si lasciò trascinare via, ma gridò: «Ma i mendicanti vanno sempre in giro ad attaccare la gente in questa... questa città?» Beslan forse non avrebbe apprezzato sentirla definire ‘maledetta’, ma rise.

«Tu sei ta’veren, Mat. C’è sempre agitazione attorno a un ta’veren.»

Mat sorrise a denti stretti. Maledetto cretino, maledetta città e maledetto ta’veren. Be’, se un mendicante gli avesse tagliato la gola almeno non sarebbe tornato a palazzo per essere sbucciato come una pera matura da Tylin. A pensarci bene, lo aveva chiamato davvero la sua ‘piccola pera’. Maledetta!

La strada fra la bottega del tintore e La rosa dell’Elbar era anch’essa piena di gente in festa, ma erano poche le persone mezze nude. Gli acrobati davanti alla casa del mercante facevano eccezione, gli uomini scalzi e a torso nudo con indosso solo delle calzamaglie o dei pantaloni sgargianti, le dorme con brache anche più attillate e giubbe sottili. Avevano tutti delle piume fra i capelli, come anche i musicisti che suonavano davanti al piccolo palazzetto all’angolo opposto, una donna con il flauto, un’altra che soffiava dentro un alto tubo ritorto e nero coperto di levette e un uomo che suonava il tamburo, per quanto servisse. La casa che erano andati a controllare sembrava chiusa ermeticamente.

Il tè de La rosa era cattivo come sempre, ma comunque molto meglio del vino. Nalesean continuava a bere l’amara birra locale. Birgitte ringraziò senza dire per cosa e Mat sollevò le spalle in silenzio; si scambiarono un sorriso e brindarono. Il sole sorse e Beslan si mise a sedere con le gambe accavallate, cambiando sempre l’incrocio, ma i suoi compagni stavano cominciando a diventare irrequieti, anche se lui continuava a ripetere che Mat era ta’veren. Una baruffa con dei mendicanti non era certo un grande evento, la strada era troppo stretta per i carri con le scenografie, le donne non erano carine come in altri posti e anche guardare Birgitte sembrò diventare stucchevole quando ebbero capito che lei non aveva alcuna intenzione di baciare nessuno di loro. Lamentandosi poiché Beslan non voleva seguirli, se ne andarono alla ricerca di qualcosa di più divertente. Nalesean fece una passeggiata nel vicolo vicino al negozio del tintore e Birgitte svanì ne La rosa a cercare, come aveva detto, qualcuno con cui valesse la pena di bere in un angolo nascosto e dimenticato.

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