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La corona di spade

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La corona di spade
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Agli altri non era andata meglio. Nynaeve, Elayne e Aviendha si erano recate al palazzo di Carridin senza mai vedere qualcuno che conoscessero, cosa che le frustrava non poco. Ancora rifiutavano di dire chi stavano cercando, ma importava poco, dal momento che non avevano trovato nessuno. Fu questa la loro risposta, che gli riferirono mostrandogli abbastanza denti per sei persone. Quelle smorfie avrebbero dovuto essere sorrisi. Era un peccato vedere che Aviendha andava tanto d’accordo con quelle due. Ma vi fu un momento in cui Mat stava facendo pressione per avere una risposta ed Elayne gli rispose male, guardandolo dall’alto in basso, e la donna Aiel sussurrò qualcosa nell’orecchio dell’erede al trono.

«Perdonami, Mat» disse allora Elayne seria, con il volto così rosso che i capelli parevano chiari. «Ti chiedo umilmente scusa per averti parlato a quel modo. Io... ti pregherò in ginocchio, se lo vuoi.» Non c’era da sorprendersi se aveva la voce tremante.

«Non ce n’è bisogno» rispose Mat in un sussurro, cercando di non sgranare gli occhi. «Sei perdonata, non era nulla.» La cosa più strana però era che Elayne aveva guardato Aviendha per tutto il tempo che aveva parlato con lui e non aveva battuto ciglio quando lui aveva risposto, ma aveva tirato un sospiro di sollievo quando Aviendha aveva annuito. Le donne erano proprio strane.

Thom riferì che Carridin elargiva spesso del denaro ai mendicanti e, come c’era da aspettarsi, l’opinione su di lui variava se l’oratore pensava che i Manti Bianchi fossero dei mostri assassini o i veri salvatori del mondo. Juilin scoprì che Carridin aveva comprato una mappa del palazzo di Tarasin; questo poteva indicare l’intenzione dei Manti Bianchi nei confronti di Ebou Dar o forse significava che Pedron Niall voleva un palazzo tutto per sé e aveva deciso di copiare quello di Tarasin. Se Niall era ancora vivo; in città si era sparsa la voce che fosse morto, e una metà dei pettegoli diceva che lo avevano ucciso le Aes Sedai, l’altra invece sosteneva che fosse stato Rand, dimostrando lo scarso valore di quella notizia. Né Juilin né Thom avevano scoperto qualcosa su un uomo vecchio con i capelli bianchi e il volto consumato dal tempo.

Frustrazione con Carridin, frustrazione con i controlli su quella maledetta casa, e per quanto riguardava il palazzo...

Mat capì come sarebbero andate le cose quella prima notte quando fece ritorno alle sue stanze. C’era Olver, aveva mangiato già e se ne stava rannicchiato su una poltrona a leggere I viaggi di Jain Farstrider alla luce di una lampada da terra, per niente seccato di essere stato spostato dalle sue stanze. Madic era stato di parola, grazie all’oro che adesso gli imbottiva le tasche. Nel pensatoio adesso c’era il letto di Olver. Voleva vedere cosa avrebbe fatto Tylin con un bambino in camera sua! La regina non era comunque rimasta con le mani in mano. Mat sgusciò in cucina come una volpe, scivolando da un angolo all’altro, e scese le scale come un fulmine... scoprendo che non c’era cibo per lui.

In aria era ancora sospeso l’odore di cucinato, gli arrosti giravano sugli spiedi nei grossi camini, sui fornelli di mattonelle bianche ribollivano diverse pentole e le cuoche continuavano ad aprire i forni per controllare le diverse pietanze. Ma non c’era cibo per Mat Cauthon. Le donne giulive con i grembiuli candidi ignoravano i suoi sorrisi e si mettevano davanti a lui per impedirgli di arrivare alla fonte di quegli odori meravigliosi. Sorridevano e lo colpivano sulle nocche quando cercava di prendere una pagnotta o una rapa ricoperta di miele. Sorridevano e gli dicevano che non doveva rovinarsi l’appetito se doveva mangiare con la regina. Sapevano. Lo sapevano tutte! Rosso in viso, Mat tornò in camera sua, rimpiangendo amaramente il pesce fetido che gli era stato offerto a mezzogiorno. Chiuse il lucchetto della porta. Una donna disposta ad affamare un uomo sarebbe stata capace di tutto.

Mat era steso su un tappeto di seta verde a giocare a serpenti e volpi con Olver, quando vide un secondo messaggio apparire sotto la porta.

Mi è stato detto che è più divertente prendere un piccione per le ali e vederlo agitarsi, ma prima o poi un uccello affamato vola verso la mano che gli tende il cibo.

«Cosa succede?» chiese Olver.

«Nulla.» Mat accartocciò il messaggio. «Giochiamo ancora?»

«Oh, sì.» Quel ragazzo avrebbe giocato a quello stupido gioco per tutto il giorno, se ne avesse avuta la possibilità. «Mat, hai provato quel prosciutto che hanno cucinato stasera? Non ho mai assaggiato niente di più...

«Lancia i dadi, Olver. Lancia quei maledetti dadi.»

Quando rientrò per la terza notte a palazzo, Mat portò con sé pane, olive e formaggio di pecora, e fu un bene. In cucina avevano ancora gli stessi ordini. Le maledette donne si misero a ridere mentre gli facevano passare piatti di stufato fumante e pesce sotto il naso, appena fuori portata di mano, dicendogli di non rovinarsi il maledetto appetito.

Mat mantenne la sua dignità, non cercò di rubare nulla, invece rivolse loro un bell’inchino, facendo svolazzare un mantello immaginario. «Gentili signore, il vostro calore e la vostra ospitalità mi commuovono.»

La sua ritirata sarebbe stata molto più efficace se una delle cuoche non gli avesse risposto in tono canzonatorio: «La regina banchetterà con anatroccolo arrosto molto presto, ragazzo.» Assai divertente. Le altre donne risero così forte che con ogni probabilità si stavano rotolando sul pavimento. Assai divertente, davvero.

Pane, olive e formaggio salato furono una cena decente, con un po’ d’acqua presa dal lavabo. Dopo il primo giorno non aveva più trovato vino in camera sua. Olver cercò di raccontargli di un pesce arrosto con una salsa di mostarda e uvetta; Mat gli rispose di esercitarsi nella lettura.

Quella notte non vi furono messaggi sotto la porta. Nessuno fece tremare il lucchetto. Mat iniziò a pensare che forse le cose cominciavano ad andare meglio. Il giorno seguente si sarebbe celebrata quella che lì chiamavano ‘festa degli uccelli’. Da ciò che Mat aveva sentito sui costumi che alcune persone indossavano, uomini e donne, era possibile che Tylin si trovasse un altro anatroccolo da cacciare. E magari qualcuno sarebbe uscito da quella maledetta casa davanti a La rosa dell’Elbar e gli avrebbe consegnato la maledetta Scodella dei Venti. Le cose dovevano cambiare in meglio.

Quando Mat si svegliò per la terza mattina nel palazzo di Tarasin, i dadi ripresero a rotolargli nella testa.

29

La festa degli uccelli

Visto che si era svegliato con i dadi che gli rotolavano in testa, Mat pensò di rimettersi a dormire fino a quando non si fossero fermati, ma alla fine si alzò, di malumore. Come se già non avesse abbastanza carne al fuoco. Cacciò via Nerim per vestirsi da solo, mangiò quel che era rimasto del pane e formaggio della notte precedente e andò a cercare Olver. Il ragazzo si stava vestendo in tutta fretta per poter uscire e si fermò con gli stivali e la camicia in mano per fare una dozzina di domande a Mat, che rispose soprappensiero. No, oggi non sarebbero andati alle corse dei cavalli, non doveva pensare alle corse de Il circuito del paradiso a nord della città. Forse potevano andare a vedere il serraglio. Sì, Mat gli avrebbe comperato una maschera con le piume per la festa. Ma prima Olver doveva finire di vestirsi. E così il ragazzo si rimise in azione.

La mente di Mat era piena di quei maledetti dadi. Perché avevano cominciato a rotolare di nuovo? Ancora non aveva capito per quale motivo avessero rotolato la volta precedente!

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