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La corona di spade

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La corona di spade
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Mat sospirò. Problemi. Lo sapeva. E fu ancora peggio quando gli dissero di dimenticarsi del Rahad, per i prossimi giorni.

Fu così che Mat si ritrovò su una panca davanti a una taverna di infimo livello non lontana dalla sponda del fiume, La rosa dell’Elbar, a bere da una delle tazze sbeccate incatenate alla panca stessa. Almeno le lavavano ogni volta che arrivava un nuovo avventore. Il puzzo che proveniva dalla bottega di un tintore dal lato opposto si confaceva a quel luogo. Non era proprio un quartiere malfamato, ma le strade erano troppo strette per far passare le carrozze. Fra la folla vide un diverso numero di portantine. Anche se quasi tutti i passanti indossavano lana o la veste di una gilda piuttosto che abiti di seta, molti indumenti erano di buon taglio. Le case e i negozi erano come al solito intonacati di bianco e anche se la maggior parte erano piccole o addirittura fatiscenti, alla sua destra Mat vide la grande casa di un ricco mercante e a sinistra addirittura un piccolo palazzo — più piccolo della casa del mercante — con solo una cupola dalla banda verde e nessuna guglia. Una coppia di taverne e una locanda in piena vista sembravano fresche e invitanti. Purtroppo La rosa era il solo posto dove un uomo potesse sedere all’esterno, il solo che fosse nel punto giusto. Peccato.

«Dubito di aver mai visto delle mosche tanto belle» si lamentò Nalesean scacciandone alcune dal proprio boccale. «Che cosa stiamo facendo adesso?»

«Stai usando questa scusa miserabile per tracannare tutto il vino e sudare come una capra» mormorò Mat, sistemandosi meglio il cappello per avere più ombra. «Io faccio il ta’veren.» Mat lanciò un’occhiata alla casa in rovina che gli era stato detto di tenere d’occhio, fra la bottega del tintore e il rumoroso negozio di una tessitrice. Non gli era stato chiesto, gli era stato detto, ecco tutto, anche se l’avevano fatto gentilmente, aggirando con maestria le loro promesse. Certo, l’avevano fatta sembrare una richiesta, alla fine quasi una preghiera, cosa che Mat avrebbe creduto quando avesse visto i cani ballare, ma lui sapeva benissimo che in realtà gliel’avevano ordinato. «Tu limitati a essere ta’veren, Mat» ripeté lui in falsetto. «Sono sicura che sai esattamente cosa fare. Bah!» Forse la dannata edere al trono e le sue maledette fossette lo sapevano, o Nynaeve con le sue maledette mani che si agitavano nel tentativo di tirare la treccia, ma che fosse folgorato, lui non lo sapeva. «Se la stramaledetta Scodella è nel Rahad, come faccio a trovarla standomene seduto da questo maledetto lato del fiume?»

«Non mi ricordo di averle sentite dire una cosa simile» intervenne Juilin, sorseggiando a lungo una bevanda ottenuta da un frutto giallo che cresceva in campagna. «Lo hai chiesto almeno cinquanta volte.» Juilin sosteneva che quella bevanda fosse rinfrescante nella calura, ma Mat aveva assaggiato uno di quei limoni e non avrebbe ingoiato nulla ottenuto da quei frutti. La testa ancora gli faceva male, per cui lui stava bevendo del tè. Dal sapore sembrava che il locandiere, un tizio magro con gli occhi sospettosi, lo facesse aggiungendo ogni giorno nuove foghe e acqua alle rimanenze del giorno precedente, fin dai tempi della fondazione della città. Quel sapore era in perfetta armonia con il suo umore.

«Quello che invece mi interessa» mormorò Thom, che teneva il mento sopra le mani incrociate, «è perché ti hanno fatto tante domande sulla tua locandiera.» Non sembrava molto contrariato dal fatto che quelle donne ancora mantenevano dei segreti. Talvolta era molto strano. «Che cosa c’entrano Setalle Anan e le altre con la Scodella?»

Diverse donne andavano avanti e indietro dalla casa in rovina. Un flusso regolare, alcune ben vestite, anche se nessuna aveva abiti di seta, ma mai un uomo. Tre o quattro di loro avevano la cintura rossa delle Donne Sapienti. Mat aveva pensato di seguire qualcuna di quelle che uscivano, ma sarebbe stato troppo pianificato. Non sapeva come funzionavano i ta’veren — non ne aveva mai visto alcun segno su sé stesso — ma la sua fortuna era sempre molto casuale. Come con i dadi. La maggior parte di quei piccoli rompicapo di ferro da taverna per lui erano difficili da risolvere, per quanto si sentisse fortunato.

Mat ignorò la domanda di Thom, e che gliela aveva posta con la stessa frequenza con cui lui aveva chiesto come potevano trovare la Scodella in quel posto. Nynaeve gli aveva detto chiaro e tondo che lei non aveva promesso di rivelargli qualsiasi cosa sapesse; aveva detto che gli avrebbe riferito tutto quello che doveva sapere; aveva detto... Vederla quasi soffocare per non rivolgersi a lui con nessun appellativo denigratorio non era stata una vendetta sufficiente.

«Immagino che dovrei farmi una passeggiata per il vicolo» sospirò Nalesean. «In caso queste donne decidessero di scavalcare il muro del giardino.» Il piccolo spazio fra la casa e il tintore era in piena vista per tutta la lunghezza, ma sul retro c’era un altro vicolo. «Mat, spiegami ancora una volta perché stiamo facendo questa cosa invece di giocare a carte.»

«Vado io» rispose lui. Forse avrebbe scoperto come funzionava un ta’veren proprio dietro le mura del giardino. Andò, e non trovò nulla. Quando il crepuscolo cominciò a scendere sulle strade e Harnan arrivò con un Andorano calvo dagli occhi sottili di nome Wat, il suo essere ta’veren aveva prodotto un solo effetto: il taverniere aveva preparato del tè fresco. Aveva quasi lo stesso saporaccio di quello vecchio.

Una volta ritornato nelle sue stanze a palazzo, Mat trovò un biglietto, una specie d’invito, scritto con grafia elegante su una carta bianca e spessa che profumava come un giardino fiorito.

Mio piccolo coniglietto, ti aspetto stasera per cena nei miei appartamenti.

Nessuna firma, ma certo non ce n’era bisogno. Luce! Quella donna non aveva alcun pudore! Sulla porta nel corridoio c’era un lucchetto di ferro dipinto di rosso. Mat trovò la chiave e lo chiuse. Poi per sicurezza incastrò una sedia sotto la maniglia della porta della camera di Nerim. Sarebbe stato benissimo senza cena. Proprio mentre stava per andare a letto, il lucchetto tremò, e nel corridoio una donna rise nel trovare la porta chiusa a chiave.

A quel punto avrebbe dovuto essere in grado di dormire profondamente, invece rimase sveglio ad ascoltare il proprio stomaco che brontolava. Perché quella donna si stava comportando a quel modo? Be’, questo lo sapeva, ma perché aveva scelto proprio lui? Di sicuro non poteva aver deciso di gettare alle ortiche tutto il suo pudore solo per andare a letto con un ta’veren. In ogni caso, adesso lui era al sicuro. Tylin non avrebbe abbattuto la porta. O sì? Nemmeno un uccello sarebbe potuto passare attraverso le lavorazioni di ferro battuto dei balconi, e poi ci voleva una scala molto lunga per raggiungere quell’altezza. E uomini per trasportarla. A meno che non fosse scesa dal tetto con una corda. O forse poteva... La notte passò, lo stomaco gli brontolò di continuo, il sole sorse e Mat non chiuse mai occhio. Aveva solo preso una decisione. Aveva pensato a un uso per il pensatoio. D’altronde lui non era una persona molto riflessiva.

Non appena vide le prime luci, uscì dalla propria stanza furtivo e incontrò un altro cameriere che ricordava dalla volta precedente, un tipo stempiato di nome Madic, che aveva l’espressione compiaciuta e un sorriso malizioso che facevano al caso suo. Un uomo che poteva essere comperato, anche se lo sguardo stupito che gli apparve in viso e il ghigno che non si prese quasi il disturbo di nascondere dicevano che sapeva esattamente perché Mat gli stava dando dell’oro. Sangue e ceneri! Quanta gente era al corrente delle intenzioni di Tylin?

Non sembrava che Nynaeve ed Elayne ne fossero consapevoli, e così lo rimproverarono per non essersi presentato alla cena con la regina, cosa che avevano scoperto quando Tylin era andata da loro a chiedere se Mat era malato. Peggio ancora...

«Per favore,» disse Elayne, sorridendo quasi come se non avesse alcun problema al mondo, «devi offrire la tua parte migliore alla regina. Non essere nervoso. Ti piacerà trascorrere una serata con lei.»

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