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Crocevia del crepuscolo

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Crocevia del crepuscolo
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«Non vedo altra scelta» disse Egwene con riluttanza. «Quel buco è di tre miglia di diametro. È l’unica speranza che abbiamo, per come la vedo.»

Aviendha scrutò dentro il suo té. «E se le Anime dell’Ombra non possedessero nessuna arma?»

All’improvviso Egwene si rese conto di quello che stava facendo l’altra donna. Aviendha si stava addestrando come Sapiente e, indumenti o meno, si stava comportando da Sapiente. Era probabile che fosse questa la ragione dello scialle. Una parte di Egwene voleva sorridere. La sua amica non era più la Fanciulla della Lancia spesso avventata che aveva conosciuto al principio. Un’altra parte di lei ricordò che le Sapienti non avevano sempre gli stessi obiettivi delle Aes Sedai. Quello che le Sorelle tenevano in gran conto a volte non significava nulla per le Sapienti. Dover pensare ad Aviendha come a una Sapiente invece che semplicemente come a un’amica le metteva tristezza. Una Sapiente che avrebbe messo in primo piano gli interessi degli Aiel invece di quelli della Torre. Nondimeno, la sua era una buona domanda.

«Dovremo fare i conti con la Torre Nera presto o tardi, Aviendha, e Moria aveva ragione: ci sono già fin troppi Asha’man perché possiamo pensare di domarli tutti. Sempre che osiamo solo pensare di domarli prima dell’Ultima Battaglia. Forse un sogno mi mostrerà un altro modo, ma finora non è successo.» Nessuno dei suoi sogni le aveva mostrato nulla di utile, finora. Be’, non proprio. «Questo almeno ci da l’opportunità di iniziare a trovare un modo per gestirli. In ogni caso, accadrà. Sempre che le Adunanti riescano ad accordarsi su qualcosa oltre al fatto che devono tentare un accordo. Perciò dobbiamo conviverci. Potrebbe anche essere per il meglio, a lungo andare.»

Aviendha sorrise nella sua tazza da té. Non un sorriso divertito: parve sollevata, per qualche ragione. La sua voce però era seria. «Voi Aes Sedai pensate sempre che gli uomini siano degli sciocchi. Piuttosto spesso non lo sono. Più spesso di quanto pensate, almeno. Fate attenzione con questi Asha’man. Mazrim Taim non è affatto uno sciocco, e ritengo che sia un uomo pericoloso.»

«Il Consiglio ne è a conoscenza» disse Egwene in tono asciutto. Che lui fosse pericoloso, certo. Il resto valeva la pena che fosse puntualizzato. «Non so perché stiamo anche solo discutendo di questo. Non è più una mia incombenza. La cosa importante è che alla fine le Sorelle decideranno che la Torre Nera non è più una ragione per stare lontano da Caemlyn, se abbiamo intenzione di parlamentare con loro comunque. Potrà accadere domani o la prossima settimana, ma presto vedrai comparire Sorelle per una visitina a Elayne e vedere come procede l’assedio. Quello che dobbiamo decidere è come mantenere nascosto ciò che vogliamo che resti tale. Io ho qualche proposta, e spero tu ne abbia altre.»

L’idea di strane Aes Sedai che apparissero nel Palazzo Reale agitò Aviendha al punto che in un baleno passò da seta azzurra a cadin’sor, poi a gonna di lana e blusa di algode e di nuovo da capo mentre parlavano, anche se lei non parve notarlo. Il suo volto rimase tanto impassibile quanto quello di qualunque Sorella. Di certo non aveva nulla di cui preoccuparsi circa la possibilità che le Aes Sedai in visita scoprissero le donne della Famiglia, o le sul’dam e le damane prigioniere, o l’accordo col Popolo del Mare, ma era probabile che fosse in ansia per le ripercussioni su Elayne.

Il Popolo del Mare non solo fece apparire il cadin’sor, ma anche uno scudo rotondo in pelle di toro appoggiato accanto alla sua sedia assieme a tre corte lance aiel. Egwene meditò di chiederle se ci fossero particolari problemi con le Cercavento – ovvero qualcosa fuori dall’ordinario – ma tenne a freno la lingua. Se Aviendha non ne aveva fatto menzione, allora la faccenda era qualcosa di cui lei ed Elayne volevano occuparsi da sole. Di certo avrebbe detto qualcosa se si fosse trattato di fatti che Egwene avrebbe dovuto sapere. O no?

Sospirando, Egwene posò la sua tazza sul tavolo, dove scomparve prontamente, e si strofinò gli occhi con le dita. Aveva davvero il sospetto nelle ossa, ora. Ed era improbabile che sarebbe vissuta a lungo, senza. Perlomeno non doveva sempre agire sulla base dei suoi sospetti, non con un’amica.

«Sei stanca» disse Aviendha, di nuovo in blusa bianca, gonna scura e scialle, una Sapiente preoccupata con penetranti occhi verdi. «Non dormi bene?»

«Dormo bene» mentì Egwene, cercando di sorridere. Aviendha ed Elayne avevano le loro preoccupazioni e non era il caso di aggiungervi le sue emicranie. «Non mi viene in mente altro» disse alzandosi. «E a te? Allora abbiamo concluso» proseguì quando l’altra donna scosse il capo. «Di’ a Elayne di riguardarsi. E prenditi cura di lei. E dei suoi bambini.»

«Lo farò» disse Aviendha, ora nella seta azzurra . «Ma anche tu devi riguardarti. Penso che tu ti stia strapazzando troppo. Dormi bene e svegliati» disse gentilmente, il modo degli Aiel per augurare buona notte, e svanì.

Egwene fissò accigliata il punto in cui la sua amica era scomparsa. Non si stava strapazzando troppo. Solo quanto serviva. Scivolò di nuovo nel proprio corpo e scoprì che era addormentato della grossa. Questo non significava che lei fosse addormentata, o non esattamente. Il suo corpo sonnecchiava, con respiri lenti e profondi, ma lei si assopì solo quanto bastava in vista dei prossimi sogni. Avrebbe potuto semplicemente attendere fino al risveglio e ricordarli mentre li scriveva nel libricino rilegato in pelle che teneva sul fondo di una delle sue cassapanche con i vestiti, infilato sotto camicette di lino che sarebbero rimaste inutilizzate fino a primavera inoltrata. Ma osservare i sogni man mano che si presentavano era un risparmio di tempo. Pensava che questo potesse aiutarla a decifrarne il significato. Quantomeno di quelli che erano qualcosa di più di normali fantasticherie notturne. Di quelle ce n’erano a bizzeffe, spesso con protagonista Gawyn, un uomo alto e stupendo che la prendeva fra le braccia, danzava e faceva l’amore con lei. Una volta, perfino nei suoi sogni, aveva esitato di fronte al pensiero di fare l’amore con lui. Una volta sveglia era arrossita nel rievocarlo. Le sembrava così sciocco, ora, così infantile. In qualche modo lo avrebbe legato a sé come Custode, un giorno, e lo avrebbe sposato, e avrebbe fatto l’amore con lui fino a fargli urlare pietà. Perfino nel sonno, ridacchiò a quel pensiero. Altri sogni non erano così piacevoli. Stava avanzando faticosamente fra neve alta fino in vita con alberi fitti tutt’attorno a lei, sapendo che doveva raggiungere il margine della foresta. Ma perfino quando coglieva un’occhiata del limitare degli alberi davanti a sé, bastava che battesse le palpebre e retrocedevano in lontananza, lasciandola ad arrancare. Oppure stava spingendo una grossa pietra da macina su per un’erta collina, ma ogni volta che era quasi in cima scivolava e cadeva, e guardava l’enorme roccia rotolare giù fino a fondovalle, perciò doveva scendere di nuovo e ricominciare; solo che ogni volta la collina era più alta di prima. Ne sapeva abbastanza di sogni da sapere da dove provenivano questi, anche se non avevano nessun significato particolare. Nulla tranne il fatto che era stanca e aveva davanti a sé un compito apparentemente infinito. A questo non c’era rimedio, però. Percepì il suo corpo sobbalzare per quei sogni faticosi, e cercò di calmare i suoi muscoli, farli rilassare. Questo tipo di mezzo sonno era poco meglio di nulla, ma valeva ancora meno se trascorreva l’intera notte a dimenarsi nel suo giaciglio. I suoi sforzi funzionarono un po’. Almeno si limitò a piccole contrazioni quando sognò di essere costretta a tirare un carro pieno zeppo di Aes Sedai lungo una strada fangosa.

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