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Crocevia del crepuscolo

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Crocevia del crepuscolo
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Nell’attesa che Elayne apparisse, cercò di placare la propria impazienza. Elayne non era una camminatrice dei sogni: le occorreva usare un ter’angreal. E senza dubbio avrebbe voluto dire ad Aviendha dove stava andando. Col passare dei minuti Egwene si ritrovò a camminare irritata su e giù per le assi scabre. Il tempo scorreva diversamente qui. Un’ora nel Tel’aran’rhiod poteva essere qualche minuto nel mondo della veglia, o viceversa. Magari Elayne stava andando veloce come il vento. Egwene controllò i propri vestiti, un abito grigio per cavalcare con un elaborato ricamo verde sul corpetto e ampie fasce sulle gonne divise – stava forse pensando all’Ajah Verde? – e i capelli raccolti in una semplice reticella d’argento. Poco ma sicuro, la lunga e stretta stola dell’Amyrlin le pendeva attorno al collo. La fece sparire, poi, dopo un momento, le consentì di ritornare. Era questione di lasciare che riapparisse, senza nemmeno un pensiero cosciente. La stola era parte di come lei pensava a sé stessa, ora, ed era come Amyrlin che doveva parlare a Elayne.

La donna che apparve infine nella stanza, però, balzando fuori dal nulla, non era Elayne bensì Aviendha, sorprendentemente abbigliata in seta azzurra ricamata d’argento, con pallido merletto ai polsi e alla gola. Il pesante braccialetto di avorio intagliato che indossava pareva fuori luogo con quel vestito quanto il ter’angreal del sogno che dondolava da una corda di cuoio attorno al suo collo, un anello di pietra screziata stranamente ritorto.

«Dov’è Elayne?» chiese Egwene ansiosa. «Sta bene?»

La donna aiel guardò sé stessa con aria sconcertata e tutt’a un tratto fu in una voluminosa gonna scura e una blusa bianca, con uno scialle scuro drappeggiato sopra le spalle e un fazzoletto nero avvolto attorno alle tempie per reggere i capelli rossicci che ora le pendevano fino alla cintola, più lunghi che nella realtà, sospettò Egwene. Tutto era mutevole nel Mondo dei Sogni. Una collana d’argento apparve attorno al suo collo, complicati intrecci di dischi che i Kandori chiamavano fiocchi di neve, un dono che Egwene stessa le aveva fatto quello che sembrava moltissimo tempo fa. «Non riusciva a farlo funzionare» disse Aviendha, il braccialetto d’avorio che le scivolava sul polso mentre toccava l’anello ritorto che pendeva ancora dalla striscia di cuoio ora sopra la sua collana. «I flussi continuavano a sgusciarle via. Sono i bambini.»

All’improvviso sogghignò. I suoi occhi di smeraldo parevano quasi brillare. «Ha un bel caratterino, a volte. Ha gettato per terra l’anello e si è messa a saltarci sopra.»

Egwene tirò su col naso. Bambini? Dunque ce ne sarebbe stato più di uno. Per quanto strano, Aviendha accettava senza problemi che Elayne fosse incinta, anche se Egwene era convinta che pure lei amasse Rand. Gli Aiel erano a dir poco particolari. Egwene però non se lo sarebbe aspettato da Elayne! E da Rand! Nessuno in effetti aveva detto che era il padre, e lei non poteva porre una domanda del genere, ma era capace di fare i conti, e aveva forti dubbi che Elayne avrebbe dormito con un altro uomo. Si rese conto che stava indossando robuste vesti di lana, scure e pesanti, e uno scialle più spesso di quello di Aviendha. Buoni indumenti dei Fiumi Gemelli. Il tipo di vestiti che una donna avrebbe indossato per una riunione del Circolo delle Donne. Per esempio, quando una sciocca si era fatta mettere incinta e non dava segni di volersi sposare. Un profondo respiro tranquillizzante e tornò nel suo vestito per cavalcare ricamato di verde. Il resto del mondo non era come i Fiumi Gemelli. Per la Luce, con tutto ciò che aveva vissuto doveva saperlo. Non era necessario che le piacesse, ma doveva conviverci.

«Basta che lei e... i bambini... stiano bene.» Per la Luce, quanti?

Più di uno poteva presentare delle difficoltà. No, non l’avrebbe chiesto. Di certo Elayne aveva a disposizione la migliore levatrice di Caemlyn. Meglio affrettarsi a cambiare argomento. «Hai notizie di Rand? O di Nynaeve? Dovrei dirle un paio di cosette, scapparsene via con lui a quel modo...»

«Nemmeno noi sappiamo nulla» replicò Aviendha, aggiustandosi lo scialle con cautela come qualunque Aes Sedai che evitasse gli occhi dell’Amyrlin. Anche nel suo tono c’era cautela?

Egwene schioccò la lingua, irritata con sé stessa. Stava davvero cominciando a vedere cospirazioni dappertutto e a essere sospettosa per ogni cosa. Rand si era reso irreperibile, e questo era tutto. Nynaeve era una Aes Sedai, libera di agire come meglio credeva. Perfino quando l’Amyrlin ordinava, le Aes Sedai trovavano spesso un modo per fare esattamente a modo loro. Ma l’Amyrlin avrebbe comunque dato una bella lezione a Nynaeve al’Meara, una volta che fosse riuscita a rintracciarla. E per quanto riguardava Rand... «Temo che ti troverai presto in mezzo ai guai» disse. Una squisita teiera in argento apparve sul tavolo, su un vassoio sbalzato anch’esso d’argento con due delicate tazze in porcellana verde. Un filo di vapore si levava dal beccuccio. Avrebbe potuto far apparire il té già nelle tazze, tuttavia l’atto di versarlo sembrava parte integrante dell’offrire a qualcuno del té, perfino questa bevanda effimera che non era più reale di un sogno. Una persona sarebbe potuta morire di sete bevendo solo ciò che trovava nel Tel’aran’rhiod, tanto più se lo creava da sé, ma dal suo sapore sembrava che le foglie di questo té provenissero da un nuovo barile e che lei vi avesse messo la giusta quantità di miele. Accomodandosi su una delle sedie, sorseggiò il suo mentre spiegava cos’era accaduto nel Consiglio e perché.

Dopo le prime parole, Aviendha tenne la propria tazza sulla punta delle dita senza bere e osservò Egwene senza battere ciglio. Le sue gonne scure e la blusa pallida divennero il cadin’sor, giacca e pantaloni di colore grigio e marrone che sarebbero svaniti nelle ombre. I suoi capelli lunghi tutt’a un tratto furono corti e nascosti da uno shoufa, il velo nero che le pendeva davanti al petto. Per contrasto, il braccialetto d’avorio le ciondolava ancora al polso sebbene le Fanciulle della Lancia non indossassero gioielli.

«Tutto per via del faro che abbiamo percepito» borbottò, quasi fra sé, quando Egwene ebbe terminato. «Perché pensano che le Anime dell’Ombra abbiano un’arma.» Uno strano modo per descrivere la faccenda.

«Cos’altro potrebbe essere?» chiese Egwene, curiosa. «Forse una delle Sapienti ha detto qualcosa?» Era ormai molto tempo che non credeva più che le Aes Sedai possedessero tutta la conoscenza, e a volte le Sapienti rivelavano sacche di informazioni che avrebbero potuto sconcertare la Sorella più imperturbabile.

Aviendha si accigliò, e i suoi vestiti tornarono a gonna, blusa e scialle, poi dopo un momento alla seta azzurra e merletto, stavolta sia con la collana Kandori che con il braccialetto d’avorio. L’anello del sogno rimaneva sulla sua corda, ovviamente. Uno scialle le apparve attorno alle spalle. La stanza era gelata, tuttavia pareva improbabile che quello strato semitrasparente di merletto azzurro pallido potesse offrire un po’ di calore. «Le Sapienti sono incerte come le tue Aes Sedai. Non altrettanto spaventate, però, ritengo. La vita è un sogno, e chiunque alla fine si sveglia. Danziamo le lance con Bruciaerba, ma nessuno entra nella danza certo di vivere, o vincere.» Quel nome per il Tenebroso era sempre suonato strano a Egwene, provenendo dal Deserto privo di vegetazione. «Non penso che le Sapienti prenderebbero in considerazione una qualunque alleanza con gli Asha’man. Questo è saggio?» aggiunse con cautela. «Da ciò che hai detto, non sono certa che neanche tu lo desideri.»

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