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Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]

Электронная книга - «Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]». Краткое содержание книги:

Nel secondo capitolo della saga delle “Cronache del ghiaccio e del fuoco” una rossa cometa apparsa nel cielo dei Sette Regni sembra annunciare tremende sciagure. La lunga estate dell'abbondanza sta per finire, mentre quattro pretendenti, in aperta guerra gli uni contro gli altri, si contendono il Trono di Spade.
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Jon spostò altra terra. Mise a nudo un fagotto tondeggiante, lungo poco più di mezzo metro. Infilò a forza le dita sotto di esso e lo liberò dalla stretta del terreno. Qualsiasi cosa contenesse cambiò posizione, emettendo tintinnii soffocati. “Un tesoro?…” No, non poteva essere, quelle forme avvolte nella stoffa non potevano essere monete, e non avevano il suono del metallo.

Tratti di corda consunta tenevano assieme il fagotto. Jon sfoderò la daga, tagliò la fune, afferrò i lembi della stoffa e tirò. Il fagotto roteò e il suo contenuto cadde al suolo. Cose indefinite balenarono alla luce della torcia.

Erano una dozzina di coltelli, punte di lancia a forma di losanga, parecchie punte di freccia. Jon raccolse la lama di una daga, leggera come una piuma, di un nero lucido, senza impugnatura. Il pulsare della torcia disegnò una nitida linea arancione lungo il bordo, affilato come un rasoio. “Vetro di drago… Quello che i maestri della Cittadella chiamano ossidiana.” Che Spettro avesse scoperto un’antica scorta appartenuta ai figli della foresta, rimasta sepolta per interi millenni? Il Pugno dei Primi Uomini era un luogo antichissimo, solo che…

C’era un vecchio corno da guerra sotto le lame di vetro di drago. Era ricavato dal corno di un uri, ornato di bande di bronzo. Jon rimosse il terriccio che lo ricopriva. Dal corno scivolò fuori una cascata di punte di freccia. Le lasciò cadere a terra, raccogliendo un lembo del drappo che aveva avvolto tutto quanto. Lo esaminò al tatto. “Buona lana spessa, a maglia doppia, umida ma non marcita.” Non doveva essere stata sotterrata da molto tempo. E il suo colore era scuro. Accostò il tessuto alla torcia.

“No, non scuro: nero.”

Anche prima di rimettersi in piedi, dispiegando il drappo in tutta la sua lunghezza, Jon Snow riconobbe quella stoffa. Era il mantello nero di un confratello dei Guardiani della notte.

BRAN

Alebelly lo trovò nella forgia, intento a pompare il mantice di Mikken. «Maestro Luwin ti vuole nella sua torretta, mio lord principe. È arrivato un uccello messaggero da parte del re.»

«Da parte di Robb?»

Eccitato, Bran non aspettò Hodor e volle che Alebelly lo trasportasse subito su per le scale. La guardia di Grande Inverno era un uomo grande e grosso, ma non quanto Hodor, e di certo molto meno forte. Quando raggiunsero la torretta del maestro, aveva la faccia rossa e il fiato corto. Rickon era già là, e anche i due Walder Frey.

Maestro Luwin congedò Alebelly e chiuse la porta. «Miei lord,» esordì con gravità «abbiamo ricevuto un messaggio da sua Grazia. Ci sono notizie buone e notizie cattive. Il re del Nord ha riportato una grande vittoria nell’ovest, distruggendo un intero esercito Lannister in un luogo chiamato Oxcross. Ha anche preso svariati castelli. Infatti ci scrive da Ashemark, che era stata la piazzaforte della Casa Marbrand.»

Rickon diede una tirata alla toga del maestro: «Vuol dire che Robb adesso torna a casa?».

«Non ancora, temo. Ha altre battaglie da combattere.»

«Lord Tywin è stato sconfitto?» chiese Bran.

«No» replicò l’anziano sapiente. «Era ser Stafford Lannister a comandare l’esercito avversario. È rimasto ucciso sul campo.»

Bran non aveva mai sentito parlare di ser Stafford Lannister. Fu costretto a trovarsi d’accordo con Grande Walder quando disse: «È lord Tywin l’unico che conta veramente».

«Di’ a Robb che voglio che torni a casa» insisté Rickon. «Può anche portare il suo lupo, e la Mamma, e il Papà.»

Il più piccolo degli Stark era consapevole che lord Eddard era morto, ma a volte se ne scordava… Voleva scordarsene, sospettava Bran. Il suo fratellino era testardo come solo un bimbo di quattro anni può esserlo.

Bran era lieto per quella vittoria di Robb, ma la cosa lo inquietava anche. Continuava a ricordare quello che Osha aveva detto il giorno in cui suo fratello aveva guidato l’armata del Nord fuori da Grande Inverno. “Sta marciando dalla parte sbagliata” aveva dichiarato la donna dei bruti.

«È triste, ma ogni vittoria ha il suo prezzo» maestro Luwin si rivolse ai due Walder. «Miei lord, sono dolente di comunicarvi che vostro zio Stevron Frey è tra coloro che hanno perduto la vita a Oxcross. Era rimasto ferito nello scontro, scrive Robb. Non sembrava nulla di serio. Ma tre giorni dopo ser Stevron è trapassato nella sua tenda, nel sonno.»

«Era molto vecchio.» Grande Walder scrollò le spalle. «Sessantacinque anni, credo. Troppo vecchio per andare in battaglia. Diceva sempre di essere stanco.»

Piccolo Walder ululò: «Stanco di aspettare che il nonno finalmente tirasse le cuoia, vorrai dire. Questo significa che adesso è ser Emmon l’erede?».

«Non essere sciocco» ribatté suo cugino. «I figli del primogenito vengono dopo il secondogenito. Ser Ryman è il primo nella linea di successione, poi Edwyn e Walder il Nero e Petyr Pustola. E dopo Aegon e tutti i suoi figli.»

«Ryman è troppo vecchio» fece Piccolo Walder. «Quarant’anni, suonati, credo. E il suo ventre non va tanto bene. Pensi che sarà lui il lord?»

«Sarò io il lord. E non m’importa niente di lui.»

«Miei lord!» ammonì duramente maestro Luwin. «Non vi vergognate di simili discorsi? Che fine hanno fatto la vostra compassione, il vostro dolore? Vostro zio è morto.»

«Sì, siamo molto addolorati» disse Piccolo Walder.

Ma addolorati non lo erano affatto, invece. Bran sentì un improvviso crampo allo stomaco. “Questo è un piatto che i Walder digeriscono molto meglio di me.” Chiese a maestro Luwin di scusarlo.

«Molto bene» il maestro suonò la campanella.

Hodor doveva essere impegnato da qualche altra parte. Apparve Osha, la quale era decisamente più forte di Alebelly e non ebbe alcuna difficoltà a sollevare Bran tra le braccia e trasportarlo giù per le scale.

«Osha» le chiese Bran mentre attraversavano il cortile. «Tu conosci la strada per andare verso nord? Alla Barriera… E anche oltre.»

«La strada è facile» disse Osha passando a ritroso per una porta, e cominciò a salire la scala a chiocciola. «Cerca nel cielo il Drago di Ghiaccio e poi segui la stella blu nell’occhio del suo cavaliere.»

«E ci sono ancora i giganti, lassù? E anche… gli altri… gli Estranei… i figli della foresta?»

«I giganti li ho visti. Dei figli della foresta ho sentito parlare. Dei vaganti bianchi… Che cosa vuoi sapere?»

«Hai mai visto un corvo con tre occhi?»

«No» la donna dei bruti rise. «E non vorrei proprio vederlo.»

Aprì con un calcio la porta della stanza di Bran e lo sistemò sul sedile vicino alla finestra, da dove lui poteva vedere il cortile sottostante.

Osha se ne andò. Pareva che fossero passati solo pochi attimi, quando la porta tornò ad aprirsi. Entrò Jojen Reed, senza essere stato chiamato e dietro di lui c’era sua sorella Meera.

«Hai sentito del corvo messaggero?» gli chiese Bran.

Il ragazzo delle terre paludose annuì.

«Non era per una cena, come avevi detto tu. Era una lettera di Robb, non l’abbiamo mangiata, ma…»

«A volte, i sogni dell’oltre prendono forme strane» ammise Jojen. «Le loro verità possono essere difficili da capire.»

«Parlami della cosa cattiva che hai sognato» disse Bran. «La cosa cattiva che sta venendo a Grande Inverno.»

«Ma questa volta mi ascolterà, il mio principe? Questa volta si fiderà delle mie parole, a dispetto di quanto strane possano suonare?»

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