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L'Occhio del Mondo

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L'Occhio del Mondo
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A poco a poco la campagna diventava sempre più popolata. In vista c’erano sempre le luci di qualche fattoria. Siepi e recinzioni fiancheggiavano la strada e dividevano i campi. Lungo la strada c’erano sempre tratti di terreno coltivato e mai un bosco. Sembrava d’essere in continuazione alla periferia di un villaggio, anche a ore di distanza dal paese più vicino. Tutto era lindo e tranquillo. E non c’era mai un’indicazione che nei dintorni si nascondessero Amici delle Tenebre o creature peggiori.

All’improvviso Mat si sedette per terra, sulla strada. Ora che la luce proveniva soltanto dalla luna, si era tirato sulla testa la sciarpa. «Due piedi per un passo» brontolò. «Mille passi per un miglio, quattro miglia per una lega... Non farò altri dieci passi se al termine non c’è un posto dove dormire. E anche un boccone non sarebbe male. Per caso non hai nascosto in tasca qualcosa? Una mela? Non ti porterò rancore, se hai del cibo. Guarda, almeno!»

Rand scrutò la strada avanti e indietro. Loro due erano le sole creature in movimento nella notte. Diede un’occhiata a Mat, che si era tolto uno stivale e si massaggiava il piede. Anche a lui dolevano i piedi. Un tremito gli percorse le gambe come per dirgli che non aveva ancora ricuperato le forze quanto credeva.

Nel campo davanti a loro c’erano montagnole scure: mucchi di fieno, in parte consumati durante l’inverno.

Rand diede a Mat un colpetto. «Dormiremo lì» disse.

«Di nuovo nel fieno» sospirò Mat. Ma si mise lo stivale e si alzò.

Il vento si era levato e il freddo aumentava. Scavalcarono uno steccato e si scavarono rapidamente un riparo nel mucchio di fieno. Il telo che lo proteggeva dalla pioggia contribuì a ripararli dal vento.

Rand si rigirò nel buco fino a trovare una posizione comoda. Il fieno lo punzecchiava attraverso i vestiti, ma Rand ci aveva fatto l’abitudine. Cercò di calcolare sotto quanti mucchi di fieno aveva dormito, dalla fuga da Whitebridge. Gli eroi delle storie non dovevano mai dormire nel fieno o sotto le siepi. Ma ormai era difficile fingere d’essere un eroe delle storie, anche solo per qualche istante. Sospirò e si alzò il colletto, con la speranza d’evitare che il fieno gli si infilasse nella schiena.

«Rand?» lo chiamò Mat, sottovoce. «Pensi che ci arriveremo?»

«A Tar Valon? C’è ancora un mucchio di strada, ma...»

«A Caemlyn. Ci arriveremo?»

Rand alzò la testa, ma nel riparo c’era buio: solo la voce rivelava la presenza di Mat. «Mastro Kinch parlava di due giorni» rispose. «Dopodomani, o il giorno dopo, saremo a Caemlyn.»

«Se non ci sono cento Amici delle Tenebre ad aspettarci lungo la strada, o un paio di Fade.» Dopo un momento di silenzio, Mat riprese: «Credo che siamo gli ultimi rimasti, Rand.» Parve spaventato. «Di qualsiasi cosa si tratti, dobbiamo affrontarla da soli, tu e io.»

Rand scosse la testa, anche se Mat non poteva vederlo, nel buio. Era un gesto rivolto a se stesso, comunque. «Cerca di dormire» disse stancamente. Ma lui stesso rimase sveglio a lungo. Solo noi due, continuava a pensare.

Si svegliò al canto del gallo e uscì all’aperto, nel grigiore della falsa alba, togliendosi fili di fieno dai vestiti. Nonostante le precauzioni, un po’ di fieno gli era scivolato lungo la schiena e gli provocava prurito tra le scapole. Si tolse la giubba e la camicia, per liberarsene. Mentre cercava di grattarsi, con una mano dietro il collo e l’altra su per la schiena, si accorse della gente.

Il sole non era ancora sorto, ma già un rivolo costante di persone procedeva verso Caemlyn; alcuni portavano in spalla un fagotto, altri non avevano niente, se non un bastone per sorreggersi. Per la maggior parte si trattava di giovanotti, ma di tanto in tanto c’era una ragazza o un individuo più anziano. Tutti avevano l’aria stanca di chi ha percorso molta strada. Alcuni tenevano gli occhi bassi e le spalle ingobbite; altri, lo sguardo fisso avanti, come se scorgessero qualcosa dalle parti dell’alba.

Mat rotolò fuori del mucchio di fieno, grattandosi furiosamente. S’interruppe solo il tempo necessario a legarsi intorno alla fronte la sciarpa. «Pensi che troveremo qualcosa da mangiare?» domandò.

Lo stomaco di Rand mandò un brontolio. «Ci penseremo quando saremo per strada» rispose il ragazzo. Si riassettò il vestito e recuperò dal mucchio di fieno la sua parte di roba.

Quando arrivarono allo steccato, anche Mat si era accorto della gente. Si accigliò e si fermò nel campo, mentre Rand scavalcava. Un giovanotto, più o meno della loro età, li guardò, oltrepassandoli. Aveva i vestiti impolverati, come il rotolo di coperte che portava a tracolla sulla schiena.

«Dove vai?» gli gridò dietro Mat.

«Ah, a Caemlyn, per vedere il Drago» rispose il giovanotto, senza fermarsi. Inarcò il sopracciglio alle coperte e alle bisacce che portavano anche loro e aggiunse: «Proprio come voi.» Con una risata continuò il cammino, con occhi che già scrutavano ansiosamente avanti.

Quel giorno Mat ripeté varie volte la domanda e solo la gente del luogo non gli diede la stessa risposta. I paesani, se rispondevano, lo facevano sputando e girando la testa con disgusto. Ma stavano attenti, guardavano tutti i viandanti nella stessa maniera, con la coda dell’occhio. L’espressione diceva che i viandanti potevano fare di tutto, se non si stava attenti.

La gente della zona non solo diffidava dei forestieri, ma pareva anche abbastanza irritata. Sulla strada c’era un numero di viandanti sufficiente a rallentare il cammino di carri e carretti. I contadini non parevano dell’umore di dare passaggi: era più facile ricevere una smorfia, o anche un’imprecazione per la perdita di tempo.

I carri dei mercanti procedevano con pochi intralci, fra un agitar di pugni, sia verso Caemlyn, sia nell’altra direzione. Quando comparve la prima carovana, sul presto, a trotto costante, con il sole appena alzato alle spalle dei carri, Rand avanzò in mezzo alla strada. I carri non diedero segno di rallentare e altri viandanti si tolsero di mezzo. Rand si accostò al ciglio, ma continuò a camminare.

Un gesto appena intuito, mentre il primo carro si avvicinava rumorosamente, fu l’unico avvertimento. Rand si gettò a terra, mentre la frusta del conducente schioccava nel punto dove un attimo prima c’era la sua testa. Da terra Rand incrociò lo sguardo del conducente: occhi duri, sopra labbra strette in una smorfia. Nessuna preoccupazione di ferirlo o di cavargli un occhio.

«La Luce ti accechi!» gli urlò dietro Mat. «Non puoi...» Una guardia a cavallo lo colpì sulla spalla, con il calcio della lancia, e lo mandò a sbattere addosso a Rand.

«Fuori dei piedi, luridi Amici delle Tenebre!» ringhiò la guardia, senza rallentare.

Da quel momento si tennero a distanza dai carri. Ce n’erano fin troppi. Non svaniva il cigolio di uno, che già si udiva quello del successivo. Guardie e conducenti guardavano i viandanti diretti a Caemlyn come se fossero spazzatura.

In un’occasione Rand calcolò male il colpo di frusta di un conducente e si beccò un graffio sul sopracciglio; tastandosi la ferita, deglutì per non vomitare al pensiero di quanto fosse andato vicino a perdere l’occhio. Il conducente gli sorrise furbescamente. Con l’altra mano Rand fermò Mat, che aveva già incoccato una freccia.

«Lascia stare» gli disse. Con la testa indicò le guardie che cavalcavano a fianco dei carri: c’era chi rideva e chi guardava di brutto l’arco di Mat. «Se siamo fortunati, ci becchiamo una bastonata e forse di peggio.»

Mat brontolò acidamente, ma si lasciò spingere via.

Due volte incontrarono drappelli di Guardie della Regina, armate di lance, con le bandierine che svolazzavano al vento. Alcuni contadini le chiamarono per chiedere che facessero qualcosa, a proposito dei forestieri, e le Guardie si fermarono sempre ad ascoltare con pazienza le lamentele. Verso mezzogiorno Rand si fermò ad ascoltare una di queste conversazioni.

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