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L'Occhio del Mondo

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L'Occhio del Mondo
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Rand rispose con un borbottio non impegnativo. Avevano avuto più fortuna di quanto non pensassero, a trovare quel vecchio col carretto. Non sarebbero andati più in là del primo villaggio, se avessero aspettato la luce del giorno. Creature che strisciavano nella notte. Rand sollevò la testa per guardare da sopra la fiancata del carro. Nelle tenebre parevano muoversi ombre e sagome indistinte. Tornò a distendersi, prima che l’immaginazione lo convincesse che c’era davvero qualcosa, là fuori.

Bunt prese il borbottio per un assenso. «Esatto. Sono un buon suddito e mi opporrò a chiunque voglia farle del male, ma ho ragione. Prendete lady Elayne e lord Gawyn, per esempio. Sarebbe un cambiamento che non danneggerebbe niente e che potrebbe fare del bene. Certo, so che abbiamo fatto sempre a questo modo, nell’Andor. Mandare l’Erede a Tar Valon a studiare con le Aes Sedai, e il figlio maggiore a studiare con i Custodi. Credo nella tradizione, certo, ma guardate cosa ne abbiamo ottenuto, l’ultima volta. Luc è morto nella Macchia, prima ancora che fosse nominato Principe della Spada; e Tigraine è scomparsa, fuggita via o morta, al momento di salire sul trono. Ci turba ancora, questa storia.

«Alcuni dicono che sia ancora viva, sapete, e che Morgase non sia la legittima Regina. Maledetti sciocchi. Ricordo cosa accadde. Lo ricordo come se fosse ieri. Niente Erede da mettere sul trono alla morte della vecchia Regina, e ogni Casa di Andor a complottare e a combattere per il diritto. E Taringail Damodred. Non avreste creduto che avesse perso la moglie, tanto si accaniva a prevedere quale Casa avrebbe vinto in modo da risposarsi e diventare Principe Consorte nonostante tutto. Be’, ci è riuscito, anche se non so proprio perché Morgase l’abbia scelto... ah, nessun uomo conosce la mente di una donna, e una regina è donna due volte, sposata al marito e sposata alla terra. Comunque lui ottenne ciò che voleva, se non nel modo come lo voleva.

«Portò Cairhien nel complotto, prima d’essere ucciso, e sapete come andò a finire. L’Albero fu abbattuto e gli Aiel dal velo nero sciamarono sopra le Mura del Drago. Be’, si guadagnò morte onorevole, dopo avere generato Elayne e Gawyn, così la faccenda è conclusa, immagino. Ma perché mandarli a Tar Valon? È ora che si smetta di pensare al trono di Andor e alle Aes Sedai nello stesso tempo. Se devono andare altrove a imparare quel che serve, be’, Illian ha biblioteche buone come quelle di Tar Valon e lì insegneranno a lady Elayne a governare e a tramare altrettanto bene delle streghe. Nessuno sa complottare meglio d’un illiano. E se le Guardie non bastano per insegnare a lord Gawyn l’arte militare, be’, ci sono soldati anche a Illian. E a Shienar e a Tear, quanto a questo. Sono un buon suddito, ma dico di smetterla con questi traffici con Tar Valon. Tremila anni sono abbastanza. Troppi. La regina Morgase può guidarci e mettere a posto le cose senza l’aiuto della Torre Bianca. Ascoltatemi bene, quella è una donna che rende un uomo orgoglioso d’inginocchiarsi per riceverne la benedizione. Ecco, una volta...»

Rand lottò contro il sonno di cui il suo corpo aveva bisogno, ma il cigolio ritmico e l’ondeggiare del carro lo cullarono e lui si trovò a galleggiare nel mormorio della voce di Bunt. Sognò Tam. All’inizio erano seduti alla grossa tavola di quercia della fattoria e bevevano tè, mentre Tam gli raccontava di Principi Consorti e di Eredi e del Muro del Drago e di Aiel dal velo nero. Nessuno dei due guardava la spada col marchio dell’airone, posta sul tavolo, fra loro. A un tratto Rand fu nel Westwood e tirava la barella nella notte illuminata dalla luna. Quando si guardò indietro, nella barella non c’era suo padre, ma Thom: sedeva a gambe incrociate e lanciava in aria palle multicolori.

«La Regina è sposata alla terra» disse Thom, mentre le palle descrivevano un cerchio «ma il Drago... il Drago è tutt’uno con la terra, e la terra è tutt’uno col Drago.»

In lontananza Rand vide un Fade che s’avvicinava a loro, col mantello nero immobile al vento e il cavallo che procedeva fra gli alberi come uno spettro. Due teste mozzate pendevano dalla sella del Myrddraal e gocciolavano sangue che formava rivoli neri lungo la spalla del cavallo, nera come il carbone: Lan e Moiraine, con il viso distorto in una smorfia di dolore. Il Fade reggeva in pugno la cima di alcune cavezze; ognuna terminava intorno ai polsi delle persone che correvano dietro il cavallo, col viso sbiancato dalla disperazione. Mat e Perrin. E Egwene.

«Lei no!» gridò Rand. «La Luce t’incenerisca, tu vuoi me, non lei!»

Il Mezzo Uomo mosse la mano e le fiamme consumarono Egwene, ne ridussero in cenere le carni, ne annerirono e sbriciolarono le ossa.

«Il Drago è tutt’uno con la terra» disse Thom, disinteressato, continuando a lanciare in aria le palle «e la terra è tutt’uno col Drago.»

Rand urlò... e aprì gli occhi.

Il carretto cigolava lungo la Strada per Caemlyn, piena del dolce profumo del fieno da tempo svanito e del debole odore di cavallo. Una sagoma più nera della notte si era posata sul petto di Rand e con occhi più crudeli della morte lo guardò in viso.

«Sei mio» disse il corvo e gli beccò l’occhio. Rand urlò, mentre il corvo gli cavava l’occhio dall’orbita.

Con un grido da lacerare la gola, Rand balzò a sedere e si portò al viso le mani.

La prima luce del mattino bagnava il carretto. Intontito, Rand si guardò le mani. Niente sangue. Nessun dolore. Il resto del sogno già svaniva, ma quello... Con cautela si tastò il viso e rabbrividì.

«Almeno...» sbadigliò Mat, con uno scricchiolio di mascelle «almeno tu hai dormito un poco.» C’era poca simpatia, nei suoi occhi esausti. Era rincantucciato sotto il mantello, con il rotolo di coperte piegato in due a fare da guanciale. «Ha continuato a parlare per tutta la maledetta notte!»

«Sei rimasto sempre sveglio?» intervenne Bunt, da cassetta. «Mi ha fatto saltare in aria, con quegli urli. Be’, ci siamo.» Mosse la mano in un gesto maestoso. «Caemlyn, la più grande città del mondo!»

35

Caemlyn

Rand si girò e si alzò in ginocchio dietro il sedile. Non riuscì a trattenere una risata di sollievo. «Ce l’abbiamo fatta, Mat! Te lo dicevo che ce l’avremmo...»

Le parole gli morirono in bocca, quando vide Caemlyn. Dopo Baerlon, e a maggior ragione dopo le rovine di Shadar Logoth, credeva di sapere quale aspetto avrebbe avuto una grande città, ma questa... questa era incredibile.

Fuori delle mura c’era un enorme raggruppamento di edifici, come se ogni villaggio incontrato per strada si fosse trasferito lì, a fianco a fianco con gli altri.

I piani superiore delle locande si alzavano al di sopra delle case dal tetto di tegole e dei bassi magazzini privi di finestre. Mattoni rossi, pietre grigie, intonaco bianco, confusi e mescolati, si estendevano a perdita d’occhio. Baerlon vi si sarebbe perduta senza che nessuno la notasse e Whitebridge vi sarebbe sprofondata venti volte senza neppure un’increspatura.

Le mura stesse erano uno spettacolo: cinquanta piedi di ripida pietra grigio chiaro, striata d’argento e di bianco, formavano un ampio cerchio e sparivano a meridione e a settentrione, tanto da chiedersi fin dove giungessero. Per tutta la cinta si alzavano torri rotonde, ben al di sopra delle mura, con in cima bandiere biancorosse che garrivano al vento.

Da dentro le mura sporgevano altre torri snelle e ancora più alte di quelle di guardia; e cupole che mandavano riflessi bianchi e dorati sotto i raggi del sole. Mille storie avevano dipinto città nella mente di Rand, le grandi città di re e di regine, di troni e di poteri e di leggende: Caemlyn si adattava a queste storie come acqua alla brocca.

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