L'Occhio del Mondo
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #1
- Язык: итальянский
- Переводчик: Gaetano Luigi Staffilano
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «L'Occhio del Mondo». Краткое содержание книги:
Cercò a tastoni l’elsa e tentò di tirarsi in piedi, urlando: «Mat! Mat, sono qui! Luce santa, eccoli!»
Mat, seduto a gambe incrociate e appoggiato alla parete, si svegliò di soprassalto. «Cosa? Amici delle Tenebre? Dove?»
Malfermo sulle ginocchia, Rand indicò freneticamente il fondo della stalla... e rimase a bocca aperta. Le ombre guizzavano; un cavallo batté per terra lo zoccolo. Nient’altro. Ricadde sulla paglia.
«Non c’è nessuno, a parte noi» disse Mat. «Su, lascia che la prenda io.» Allungò la mano verso il cinturone, ma Rand serrò la stretta sull’elsa.
«No. No, devo tenerla. Lui è mio padre. Capisci? È m-mio p-padre!» Fu di nuovo assalito dai brividi, ma continuò a stringere la spada come se fosse una gomena di salvataggio. «M-mio p-padre!» Mat rinunciò a togliergli il cinturone e gli rimise addosso i mantelli.
Ci furono altre visitazioni, quella notte, mentre Mat sonnecchiava. Rand non era sicuro se c’erano veramente o le sognava. A volte guardava Mat, che teneva la testa abbassata sul petto, e si domandava se anche lui, svegliandosi, le avrebbe viste.
Egwene uscì dall’ombra, con i capelli riuniti in una treccia scura, come li portava a Emond’s Field, e il viso addolorato e triste. «Perché ci hai lasciati?» disse. «Siamo morti perché ci hai abbandonati.»
Rand scosse debolmente la testa. «No, Egwene. Non volevo abbandonarti. Ti prego.»
«Siamo morti tutti» disse lei, triste. «E la morte è il reame del Tenebroso. Apparteniamo al Tenebroso, poiché ci hai abbandonati.»
«No. Non ho avuto scelta, Egwene. Ti prego. Egwene, non andare via. Torna, Egwene!»
Ma lei si ritirò nelle ombre e fu un’ombra.
L’espressione di Moiraine era serena, ma il viso era esangue e pallido. Il mantello poteva essere benissimo un sudario e la voce era una frusta. «Hai detto bene, Rand al’Thor. Non hai scelta. Devi andare a Tar Valon, altrimenti apparterrai al Tenebroso. Incatenato nell’Ombra per l’eternità. Solo le Aes Sedai possono salvarti, ormai. Solo le Aes Sedai.»
Thom gli sorrise con aria ironica. Gli abiti gli pendevano addosso in stracci bruciacchiati che lasciavano vedere i lampi di luce, mentre il menestrello lottava con il Fade per dare a loro due il tempo di fuggire. Sotto gli stracci, la carne era annerita e bruciata. «Se ti fidi delle Aes Sedai, ragazzo, rimpiangerai di non essere morto. Ricorda, il prezzo dell’aiuto delle Aes Sedai è sempre più piccolo di quanto tu non pensi, sempre più grande di quanto tu non immagini. E quale Ajah ti troverà per prima, eh? Rossa? Forse Nera. Meglio scappare, ragazzo. Scappa.»
Lo sguardo di Lan era duro come granito e il sangue gli ricopriva il viso. «Strano, vedere un marchio dell’airone nelle mani d’un pastore. Ne sei meritevole? Meglio che tu lo sia. Sei da solo, adesso. Niente a cui aggrapparti, dietro di te; niente, davanti; e chiunque può essere un Amico delle Tenebre.» Fece un sorriso da lupo e il sangue gli sgorgò di bocca. «Chiunque.»
Venne Perrin, con aria d’accusa, supplicando aiuto. Comare al’Vere, piangendo per la figlia; e Bayle Domon, imprecando per avere attirato i Fade sulla sua barca; e mastro Fitch, che si torceva le mani sulle ceneri della sua locanda; e Min, che urlava nelle grinfie di un Trolloc: persone che conosceva, persone che aveva solo incontrato. Ma peggio di tutti fu Tam. Tam, con la fronte corrugata, si fermò davanti a lui, scosse la testa e non disse una parola.
«Devi dirmelo» lo supplicò Rand. «Chi sono? Dimmelo, per favore. Chi sono?» E urlò: «Chi sono?»
«Rand, stai calmo.»
Per un attimo Rand pensò che fosse la risposta di Tam, ma poi si accorse che Tam era sparito. Mat si chinò su di lui e gli accostò alle labbra la tazza d’acqua.
«Cerca di riposare. Sei Rand al’Thor, ecco chi sei, con la faccia più brutta e la testa più dura dei Fiumi Gemelli. Ehi, sei marcio di sudore! La febbre è scomparsa.»
Fu un sonno non turbato da sogni — almeno, Rand non ne ricordò — ma tanto leggero che gli si aprivano gli occhi ogni volta che Mat lo controllava. Una volta si domandò se Mat non dormisse per niente, ma piombò subito nel sonno, prima di approfondire il pensiero.
Al cigolio di cardini si svegliò completamente, ma per un istante rimase disteso nel fieno, desiderando d’essere ancora addormentato. Così non sarebbe stato consapevole del proprio corpo. I muscoli gli dolevano come cenci strizzati e avevano la stessa forza. Debolmente cercò di sollevare la testa: ci riuscì al secondo tentativo.
Mat sedeva al solito posto, contro la parete, a portata di braccio. Teneva il mento contro il petto, che si alzava e si abbassava al ritmo regolare del sonno profondo. La fascia gli era caduta sugli occhi.
Rand guardò in direzione della porta.
Una donna la teneva aperta. Per un attimo fu solo una sagoma scura nel buio, messa in risalto dalla fioca luce del primo mattino; poi entrò nella stalla e lasciò che la porta si richiudesse dietro di lei. Alla luce della lanterna Rand la vide più chiaramente. Aveva circa l’età di Nynaeve, ma non era una paesana. La seta verde chiaro della veste scintillava, quando si muoveva. Il mantello era d’un grigio intenso e morbido; una rete di merletto le chiudeva i capelli. La donna si toccò la pesante catena d’oro e guardò, pensierosa, Mat e Rand.
«Mat» disse Rand. E poi, più forte: «Mat!»
Mat sbuffò e quasi cadde, svegliandosi di colpo. Si strofinò gli occhi e fissò la donna.
«Sono venuta a dare un’occhiata al mio cavallo» disse lei, con un gesto vago in direzione degli stalli. Però non distolse lo sguardo dai due ragazzi. «Sei ammalato?»
«Sta bene» rispose Mat, aspro. «Ha solo preso un colpo di freddo sotto la pioggia. Tutto qui.»
«Forse dovrei dargli un’occhiata» disse la donna. «Ho certe conoscenze...»
Rand si domandò se fosse un’Aes Sedai. Ancora più degli abiti, la sicurezza di sé e il portamento della testa erano estranei a quel luogo. E se era un’Aes Sedai, a quale Ajah apparteneva?
«Sto bene, adesso» le disse. «Davvero, non ho bisogno di niente.»
Ma lei attraversò la stalla, tenendo sollevata la veste e posando con cautela i piedi calzati di pantofole grigie. Con una smorfia per la paglia, si inginocchiò accanto a Rand e gli toccò la fronte.
«Febbre non ne hai» disse, esaminandolo, assorta. Aveva un viso grazioso, dai lineamenti affilati, ma privo di calore. Ma anche di freddezza: non mostrava alcun sentimento. «Eri davvero ammalato, però. Sì. Sì. E sei ancora debole come un gattino d’un giorno. Penso...» Frugò sotto il mantello e all’improvviso gli eventi si susseguirono con tale rapidità che Rand riuscì solo a mandare un grido inarticolato.
La donna estrasse di scatto la mano; qualcosa scintillò, mentre lei si tuffava al di sopra di Rand, verso Mat. Mat si gettò di lato, in un movimento rapido e confuso; ci fu il rumore sordo di metallo conficcato nel legno. Accadde tutto in un istante. Poi ogni cosa si fermò.
Mat, quasi disteso sulla schiena, serrava il polso della donna proprio sopra il pugnale che lei aveva conficcato nella parete nel tentativo di colpirlo al petto; con l’altra mano le puntava alla gola il pugnale preso a Shadar Logoth.
Muovendo solo gli occhi, la donna cercò di guardare il pugnale in mano a Mat. Sgranò gli occhi, ansimò e cercò di ritrarsi; ma Mat non spostò la lama. Allora la donna rimase immobile come pietra.
Rand fissò la scena. Anche se non fosse stato così debole, non sarebbe riuscito a muoversi. Poi guardò il pugnale usato dalla donna e si sentì mancare il fiato. Intorno alla lama, il legno si era annerito e sottili riccioli di fumo si levavano dalla bruciatura.
«Mat! Mat, il suo pugnale!»
Mat lanciò un’occhiata rapidissima al pugnale, poi tornò a guardare la donna, ma lei non si era mossa. Si umettava le labbra, nervosa. Con rudezza Mat la costrinse a schiudere le dita dall’elsa e le diede uno spintone; lei cadde all’indietro e allungò le mani dietro di sé per attutire la caduta, ma non distolse lo sguardo dal pugnale di Mat. «Non muoverti» disse lui. «Sono pronto a usarlo, se ti muovi. Credimi, parlo sul serio.» Lei annuì lentamente. «Rand, tienila d’occhio» continuò Mat.