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L'Occhio del Mondo

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L'Occhio del Mondo
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Rand non sapeva che cosa Mat s’aspettava da lui, se la donna si fosse ribellata... un grido d’avvertimento, forse: certo non avrebbe potuto correrle dietro, se lei avesse cercato di fuggire. Ma la donna rimase seduta senza muoversi, mentre Mat strappava dalla parete il pugnale. La macchia annerita smise di allargarsi, anche se ne usciva ancora un filo di fumo.

Mat cercò un posto dove posare il pugnale, poi lo porse a Rand, che lo prese cautamente, come se fosse una vipera viva. Sembrava normale: ben lavorato, con elsa d’avorio, lama stretta e lucente non più lunga d’un palmo. Un semplice pugnale. Ma lui aveva visto cos’era in grado di fare. L’elsa non era neppure calda, ma Rand si sentì sudare la mano. Si augurò di non lasciar cadere nel fieno quel pugnale così insolito.

La donna mantenne la posizione scomposta in cui era caduta e guardò Mat girarsi lentamente verso di lei. Parve chiedersi che cosa avrebbe fatto; ma Rand vide che all’improvviso Mat socchiudeva gli occhi e serrava la stretta sull’elsa. «Mat, no!» gridò.

«Ha cercato di uccidermi, Rand. Avrebbe ucciso anche te. È un Amico delle Tenebre.» Lo disse in tono di disgusto.

«Ma noi no» replicò Rand. La donna ansimò, come se solo allora avesse capito le intenzioni di Mat.

Per un momento Mat rimase immobile e il pugnale scintillò alla luce della lanterna. Poi annuì. «Vai lì» disse alla donna. Col pugnale indicò la porta della selleria.

Lei si alzò lentamente e si soffermò a togliersi dal vestito qualche filo di paglia; anche quando si avviò nella direzione indicata da Mat, si mosse come se non ci fosse motivo d’affrettarsi. Ma Rand notò che teneva d’occhio il pugnale dall’elsa col rubino. «Dovreste veramente smetterla di ribellarvi» disse la donna. «Sarebbe meglio, in fin dei conti. Lo vedrete.»

«Meglio?» replicò Mat, ironico, strofinandosi il petto che il pugnale della donna avrebbe trafitto, se lui non si fosse mosso. «Vai lì.»

Lei scrollò con noncuranza le spalle e ubbidì. «Un errore. C’è stata una notevole... confusione, dopo l’intervento di quello sciocco egoista di Gode. Per non parlare dell’idiota che ha scatenato il panico a Market Sheran. Nessuno sa con certezza che cosa sia successo, lì. Quindi per voi la situazione si fa più pericolosa, non capite? Avrete posti d’onore, se verrete spontaneamente al Signore delle Tenebre; ma finché continuerete a fuggire, sarete inseguiti; e chi può dire che cosa accadrà allora?»

Rand sentì un brivido. Ricordò l’ammonimento di Ba’alzamon. I suoi segugi erano gelosi e forse non si sarebbero mostrati gentili.

«Così un paio di ragazzi di campagna basta a mettervi in difficoltà» rise Mat, torvo. «Mi sa che voi Amici delle Tenebre non siete pericolosi come si sente dire.» Spalancò la porta della selleria e arretrò.

Sulla soglia la donna esitò e lo guardò girando solo la testa. Aveva occhi di ghiaccio e voce anche più gelida. «Scoprirete quanto siamo pericolosi. Quando il Myrddraal arriverà qui...»

Il resto della frase andò perso; Mat sbatté la porta e la bloccò calando la sbarra negli appositi alloggiamenti. Si girò, preoccupato. «Un Fade» disse con voce tesa, riponendo sotto la giubba il pugnale. «Viene qui, ha detto. Come vanno, le gambe?»

«Non posso ballare» brontolò Rand. «Ma se mi aiuti ad alzarmi, a camminare ce la faccio.» Guardò il pugnale che ancora reggeva e rabbrividì. «Sangue e ceneri, ce la faccio anche a correre.»

Mat si mise in spalla i fagotti e tirò in piedi Rand. Con le gambe che gli mancavano, questi fu costretto a sorreggersi all’amico per stare dritto, ma cercò di non impacciarlo nei movimenti. Tenne ben lontano da sé il pugnale della donna. Fuori della porta c’era un secchio d’acqua. Passando, Rand vi gettò il pugnale. L’arma produsse uno sfrigolio e dall’acqua si alzò una nuvoletta di vapore. Con una smorfia Rand cercò di allungare il passo.

Anche a quell’ora del mattino, nelle vie c’era parecchia gente. Però tutti si occupavano delle proprie faccende e nessuno prestò attenzione ai due giovani che uscivano dal villaggio, visto anche l’alto numero di forestieri. Ma Rand tese ugualmente ogni muscolo e cercò di stare dritto. A ogni passo si domandava se fra quella gente frettolosa c’erano Amici delle Tenebre. In attesa della donna col pugnale, o del Fade.

A un miglio dal villaggio le forze smisero di sorreggerlo. L’attimo prima, Rand ansimava aggrappato a Mat; l’attimo dopo, erano tutt’e due lunghi e distesi per terra. Mat lo rimorchiò sul ciglio della strada.

«Dobbiamo andare avanti» disse. Si passò le dita fra i capelli e si calò sugli occhi la sciarpa. «Prima o poi qualcuno la farà uscire. E lei si rimetterà al nostro inseguimento.»

«Lo so» ansimò Rand. «Dammi la mano.»

Mat lo tirò di nuovo in piedi, ma lui barcollò e capì che non ce l’avrebbe fatta. Al primo passo, sarebbe caduto di nuovo.

Mat lo tenne in piedi e aspettò con impazienza che passasse un carretto tirato da cavalli, proveniente dal villaggio. Fu con sorpresa che lo vide rallentare e fermarsi. Dal sedile un uomo dal viso scuro come cuoio li guardò.

«Non sta bene?» domandò, senza togliersi di bocca la pipa.

«Solo stanco» rispose Mat.

Rand capì che non era plausibile, visto come si aggrappava a Mat. Lasciò andare l’amico e mosse un passo. Le gambe gli tremarono, ma si costrinse a reggersi. «Non dormo da due giorni» disse. «Ho mangiato qualcosa che mi ha fatto vomitare. Ora mi sento meglio, ma muoio di sonno.»

L’uomo soffiò una nuvola di fumo dall’angolo della bocca. «Andate a Caemlyn, eh? Avessi la vostra età, forse andrei anch’io a vedere il falso Drago.»

«Sì» annuì Mat. «Andiamo a vedere il falso Drago.»

«Salite, allora. Il tuo amico, dietro. Se vomita di nuovo, meglio che sia sulla paglia e non sul sedile. Mi chiamo Hyam Kinch.»

34

L’ultimo villaggio

Giunsero a Carysford, il Guado del Cary, a sera inoltrata, più tardi di quanto avevano calcolato basandosi sulle parole di mastro Kinch. Rand si domandò se il suo senso del tempo funzionasse ancora: erano trascorse solo tre notti dall’incontro con Howal Gode a Four Kings, due da quando Paitr li aveva sorpresi a Market Sheran, solo un giorno da quando la sconosciuta aveva cercato di ucciderli nella stalla della locanda; ma perfino quest’ultimo avvenimento sembrava risalire a un anno prima, una vita prima.

Comunque, Carysford sembrava un villaggio normale, a prima vista. Linde case di mattoni coperte di rampicanti e viuzze strette, a parte la Strada per Caemlyn: un paesino tranquillo e pacifico, esteriormente. Ma cosa c’era, al di sotto? Anche Market Sheran sembrava tranquillo, e così il villaggio seguente, dove quella donna... Rand non aveva mai saputo il nome di quel villaggio e non voleva neppure pensarci.

La luce delle finestre illuminava vie quasi deserte. Passando furtivamente da un angolo all’altro, Rand evitò le poche persone ancora in giro. Mat gli restò a fianco, bloccandosi quando lo scricchiolio di ghiaia annunciava l’avvicinarsi d’un paesano e scantonando di ombra in ombra, quando la sagoma indistinta era passata.

Il fiume Cary in quel punto era largo appena trenta passi e la sua acqua scura si muoveva pigramente; da molto tempo il guado, che dava il nome al villaggio, era stato sostituito da un ponte. Secoli di pioggia e di vento avevano consumato le spallette di pietra al punto da farle sembrare quasi formazioni naturali. Anni di carri carichi di merci e di carovane di mercanti avevano consumato le grosse assi di legno. Rand e Mat attraversarono il ponte. Assi sconnesse strepitarono sotto i loro stivali, con rumore forte come quello di tamburi. Ancora per parecchio tempo, dopo che avevano lasciato il villaggio e si erano inoltrati nella campagna, Rand si aspettò che una voce chiedesse di sapere chi erano. O peggio, che sapesse già chi erano.

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